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martedì 8 ottobre 2019

Daniele Brusaschetto - Flying Stag

#PER CHI AMA: Inustrial/Thrash, Voivod, Godflesh, Fear Factor
Daniele Brusaschetto vive la scena underground da ormai trent’anni e già questo dato dovrebbe bastare a dare un’idea della sua passione per la musica. Rendiamoci conto: tre decadi spese a comporre, provare, riprovare, comprare strumentazione, cercare live, gestire “contatti” (come dicono Sick Boy in 'Trainspotting', i pusher in generale e noi spacciatori di musica brutta nello specifico) che non rispondono mai, litigare coi fonici e con lo spazio sempre insufficiente del bagagliaio dell’auto, girovagare per studi di registrazione e locali. Insomma, una vita di sacrifici (tanti) e soddisfazioni (qualcuna). Non so voi, ma se all’inizio della mia carriera musicale (sigh!) mi avessero chiesto “Come ti vedi tra trent’anni?” io avrei citato (e citerei tuttora) Palahniuk: “Morto”. Daniele invece non si è mai perso d’animo: dopo tutto questo tempo e malgrado tutte le difficoltà, continua a comporre e suonare, ed è grazie a questa determinazione che è arrivato a festeggiare i venticinque anni del proprio progetto solista con il dodicesimo (sì, avete letto bene, 12) album in studio intitolato 'Flying Stag'. Dopo aver saggiato le varie possibilità di un rock elettronico caratterizzato da una vena profondamente cantautorale, minimale ed intimista, il musicista torinese sceglie di tornare alle proprie radici spiccatamente metal, confezionando un album molto più istintivo e rabbioso, quasi a voler celebrare una seconda giovinezza e dare sfogo a sentimenti a cui solo l’irruenza di un sound abrasivo può dare forma. Ecco quindi che in 'Flying Stag', i riff estremi della chitarra distorta accompagnata solo dal cantato pulito, talvolta in growl dello stesso Brusaschetto e dalle puntuali ritmiche di batteria dell’ottimo Andrea Marietta, si prendono tutta la scena, dando vita ad un graffiante lavoro in cui riecheggiano il thrash metal cerebrale dei Voivod, la furia contaminata dei Fear Factory e le destrutturazioni rumoristiche dei Godflesh. Posso solo fare ipotesi sul concetto che sta dietro a questo disco: i cervi volanti del titolo e il triste sole della copertina, stilizzato come lo disegnerebbe un bambino, parlano di chimere ed illusioni, così come i testi delle canzoni trasudano esistenzialismo e critica verso la routine quotidiana imposta da una società alienata ed infelice, impegnata nel perenne inseguimento di traguardi effimeri. Daniele Brusaschetto introduce l’ascoltatore nella sua personale mostra delle atrocità con “Otherwhere”, una sorta di rollercoaster di fraseggi dissonanti che corre tra disturbate visioni oniriche e risvegli in una realtà dai contorni da incubo e prosegue con il vorticoso thrash di “Stag Beetle”, lucida riflessione sulla futilità delle ossessioni contemporanee (“The world has always been more or less the same, big fish eats small fish, we are as we are, we are an alms dish”, “Desires are a world that does not exist”). Ascoltare la pachidermica “Splattering Purple” e la velocissima “The Unreal Skyline” è come sfrecciare in auto tra squallide periferie metropolitane ed inquinati siti industriali in abbandono, mentre appare più introspettiva per contenuti la non meno irruenta e voivodiana “Like When It’s Raining”. Dopo la furibonda cavalcata dall’inequivocabile interpretazione di “Fanculo Mondo”, il disco arriva alla chiusura con la crepuscolare “From the Tight Angle”, una cruda riflessione su come molti prevarichino il prossimo nella sola speranza di apparire più forti e non trovarsi a ricoprire il ruolo di vittima. Uscito grazie all’impegno di etichette indipendenti (Wallace Records, Bandageman Records, Bosco Records e Solchi Sperimentali Discografici), registrato e mixato da una colonna portante dell’underground torinese come Dano Battocchio e masterizzato dallo studio americano Audiosiege, 'Flying Stag' è un album robusto ed essenziale, perfetta sintesi del lunghissimo percorso compiuto da Daniele Brusaschetto, un percorso che sembra averlo riportato al punto di partenza: non è stato un viaggio a vuoto però, perché il musicista mostra una consapevolezza nuova unita all’energia di quel ragazzino che trent’anni fa si sarà sentito chiedere “Come ti vedi tra trent’anni?”. La risposta oggi dovrebbe essere: “Più vivo che mai”. (Shadowsofthesun)

(Wallace/Bandageman/Bosco Rec/Solchi Sperimentali Discografici - 2019)
Voto: 74

http://www.danielebrusaschetto.net/