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domenica 11 ottobre 2026

Tungsten – Ashes

#PER CHI AMA: Power/Industrial/Hard Rock
Quando al timone c'è un veterano del calibro di Anders Johansson, uno che ha pestato le pelli per Yngwie Malmsteen e HammerFall, sai già che non si scherza in fatto di mestiere, ma con 'Ashes' i suoi Tungsten confermano che la voglia di divertirsi senza troppe pippe mentali è ancora al massimo storico. Arrivati al traguardo del quinto disco, gli svedesi perfezionano quella loro ricetta sfacciata che mescola power metal di chiarissima marca scandinava, tamarrate sintetiche da discoteca e riff ribassati che sembrano usciti da un generatore automatizzato di hit. Il sound è tirato a lucido da una produzione specchiata, chirurgica, dove chitarre affilate e batterie sbozzate al millimetro fanno da binario a un tappeto di tastiere invade-pista e all'estensione teatrale del cantante Mike Andersson, intento a declamare storie di folklore nordico, apocalissi imminenti e resurrezioni personali. Il luna park parte subito forte con "Joker", pezzo che spara in faccia riff granitici accoppiati a tastierine talmente giocose da risultare irresistibili, spalancando le porte a un ritornello che s'appiccica al cervello al primo ascolto. Se "Bite My Tongue" alza i giri del motore tra basi synth da rave e duetti vocali aggressivi, la vera sorpresa la piazza "Fuego Del Sol", che va a pescare imprevedibili aromi mediorientali raccordati a una sezione ritmica rocciosa e a un coro arioso da cantare a squarciagola. Il pop-metal di "Supernova" prepara il terreno alla geniale "Happy", brano che gioca tutto su uno stridente e sinistro contrasto tra un'atmosfera apparentemente scanzonata e una pesantezza marziale scandita da assoli che finiscono dritti sul pezzo. La band cambia di nuovo abito con le venature oscure e industrialoidi di "Ted The Exorcist", dimostrando che sotto le luci al neon c'è anche della sostanza, per poi piazzare il pezzo da novanta in "The North Will Rise": qui entra in scena Tony Kakko dei Sonata Arctica per un'esplosione di power sinfonico velocissimo e pomposo che farà impazzire i puristi del genere. Verso il finale ci pensa l'epicità folk-metal di "For Thee" a scaldare gli animi prima che la conclusiva "The Forge" cali il sipario incrociando riff profondi, echi industriali e spruzzi d'orchestra che accompagnano l'ascoltatore verso la fine della corsa. 'Ashes' non è un disco che vuole reinventare la ruota o prendersi troppo sul serio, ed è proprio questo il suo più grande punto di forza: un lavoro brillante, elettrizzante e zeppo di ganci melodici indirizzato a chiunque adori la caciara moderna di Battle Beast, Beast in Black e Amaranthe, senza avere paura di ammetterlo. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 72

sabato 6 aprile 2019

Sundead - Ashes

#PER CHI AMA: Symph Death, primi Dismal Euphony
Credo che la scena tedesca sia, al pari di quella francese, quella che ha da offrire, in termini di quantità, ma non ancora di qualità, più band in Europa. Gli ultimi giunti sulla mia scrivania sono i Sundead, quartetto proveniente dalla cittadina di Ludwigsburg che con 'Ashes' giungono al loro debutto, dopo che la band si era formata nel 2014. Un lungo periodo di gestazione per produrre questo lavoro interessante che mette in luce le importanti qualità dei nostri in ambito black death melodico. Nove pezzi, ma in realtà abbiamo un'intro e un'outro, per spiegarci la loro visione del metal estremo, e devo ammettere che non è affatto male. Si perchè quando "Reduced to Ashes" irrompe nel mio stereo, la stanza viene invasa dal suono imponente dei quattro musicisti teutonici, che offrono un po' gli ingredienti tipici del genere con feroci sgaloppate melodiche, inserti progressive, growling (e di rado qualche screaming) vocals e parti atmosferiche che mi hanno rievocato un po' i tempi d'oro del genere in Scandinavia, con band del calibro di Siebenburgen o Dismal Euphony, due realtà con i quali i Sundead potrebbero tranquillamente condividere il palco. La vena sinfonica dei nostri emerge anche nell'incipit devastante di "Unwatered", song iper tirata, ma al contempo che include un po' tutti gli elementi del black sinfonico, voci femminili comprese, in una spettrale (brava la tastierista Ashima) cavalcata davvero da applausi. "Into Black Horizons" è un altro bel pezzo che combina in modo armonico, graffianti riff di matrice classica con un tocco sinfonico, qui a tratti anche malinconico, grazie all'uso del tremolo picking che in taluni momenti si sostituisce all'arrembante ritmica creata dall'ensemble. Il risultato è davvero avvincente ed esplosivo, anche laddove il clima si preannuncia più tranquillo (ma solo nella prima e nell'ultima parte) come accade in "The Vault", un'altra piccola perla in grado di combinare estremismi sonori di scuola svedese con una componente solistica da urlo che invece apre le porte ai classici dell'heavy metal. "Solar Winter" suona molto fresca, sebbene le chitarre in tremolo picking, disegnino panorami sonici contraddistinti da un delicato mood malinconico in cui ho come la sensazione di scorgere in sottofondo il suono di un violino che aumenta l'efficacia della proposta della band germanica. Ci si avvia verso il finale, ma un paio di interessante guizzi i Sundead hanno ancora modo di regalarli: "Kali Yuga" è un mid-tempo emotivamente assai potente tra saliscendi ritmici notevoli (un plauso complessivo va al batterista Tomasz "Nefastus" Helberg, uno che ha suonato con Debauchery e Belphegor, tanto per citarne un paio). In "Patient Zero" i nostri confermano la loro verve autunnale, sostenuti sempre da una produzione cristallina che enfatizza la potenza strumentale dell'act tedesco soprattutto nella cavalcata conclusiva che chiude il brano, prima dell'ipnotica chiusura ambient di "Remember the Future". Insomma 'Ashes' è un buon biglietto da visita per i Sundead, per cui auspico fortemente un ascolto della loro proposta. Sono quasi certo che potranno far parte delle nuove leve future nel riscoperto ambito del death sinfonico. (Francesco Scarci)