sabato 22 agosto 2026

Gormoth - The Man Who Became The Universe

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Pronti per allacciare nuovamente le cinture e partire per un nuovo viaggio interstellare? 'The Man Who Became The Universe', nuova fatica autoprodotta della one-man band ungherese Gormoth, ci proietta direttamente al centro di quella nebulosa sonora chiamata cosmic black metal. Diciamolo subito a scanso di equivoci: l'album è un ascolto decisamente interessante, ricco di fascino e ben confezionato, ma non sposta di un solo millimetro i paletti del genere. Le coordinate sono esattamente quelle che vi aspettate se siete cresciuti a pane, Mesarthim, Midnight Odyssey e Darkspace. Un manuale di stile scritto benissimo, ma pur sempre un manuale, in cui troverete le chitarre affogate nel riverbero, muraglie di sintetizzatori cosmici, una batteria minimale e uno screaming acuto che sembra arrivare da una galassia lontana. Il viaggio inizia da "Astral Anatomy", un brano che mette subito in chiaro la direzione del mastermind ungherese Adam, fatto di un black mid-tempo con tastiere cosmiche che esplorano un sound lento, maestoso e contemplativo. "Celestial Depths" segue a ruota ma non si smuove di un millimetro: ci sono le solite chitarre distorte, vocalizzi disperati che fluttuano nel vuoto assoluto e un gioco di synth che alla fine si rivela la colonna portante dell'architettura musicale dei nostri. I ritmi rallentano, i synth prendono sempre più il sopravvento e la musica diventa quasi una colonna sonora per astronavi alla deriva. Eccovi serviti la sognante "Dreams of a Star", che va a braccetto con le successive "Inner Alien", "Molecular Clouds" e la conclusiva "Thousand Dead Suns", un viaggio nello spazio tra frequenze acute che s'intrecciano per simulare una vera e propria nebulosa in espansione. Alla fine, 'The Man Who Became The Universe' è un disco di atmospheric/cosmic black curato, affascinante e pensato con tutti i crismi, ideale per perdersi tra le stelle senza bisogno di bussola. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

venerdì 21 agosto 2026

Horns of Abomination - S/t

#PER CHI AMA: Black/Death
Abbiamo superato la metà del 2026. Il mondo musicale corre dietro a produzioni laccate, intelligenze artificiali e suoni iper-definiti, e poi spuntano i canadesi Horns of Abomination con un disco che sembra registrato su una cassetta, consumata dentro un bunker antiatomico nel 1993. Rilasciato tramite la solita, per queste sonorità, Sentient Ruin Laboratories, il lavoro del progetto war/black/death metal è un'orgia di violenza cieca, sorda e ottusa, un assalto frontale così cavernicolo da far sorgere spontanea una domanda: ha davvero ancora senso d'esistere un demo-CD del genere nel 2026? Probabilmente no, ed è proprio per questo che i puristi dell'estremismo più marcio finiranno per amarlo. Il suono è una poltiglia viscerale, ruvida e volutamente polverosa: chitarre che grattano come lamette arrugginite, una batteria acustica che spara blast-beat senza grazia né dinamica, e una serie di animaleschi vocalizzi che si muovono unicamente tra il rantolo cavernoso e uno strillo alieno. La scaletta si commenta da sola, un massacro ritmico senza soluzione di continuità dalla title-track per concludere con "Black Blood Offering", in uno stupro sonico senza precedenti. 'Horns of Abomination' è un relitto bellico, un disco ignorante e anacronistico fino al midollo. Un ascolto raccomandato esclusivamente a quei pochi integralisti del dissonant war metal e del black/death che nel 2026 hanno ancora voglia di farsi sfondare i padiglioni auricolari da una registrazione che suona come una motosega dentro un fusto di latta. (Francesco Scarci)

(Sentient Ruin Laboratories - 2026)
Voto: 60

mercoledì 19 agosto 2026

Starless Void - Mors Certa, Hora Incerta

#PER CHI AMA: Death/Doom/Stoner
Accendete la valvola, alzate il volume al limite del clipping e preparatevi a sprofondare nel divano. Se state cercando ritmi forsennati, avete decisamente sbagliato viaggio: 'Mors Certa, Hora Incerta', il debutto dei polacchi Starless Void, è un'astronave d'acciaio che viaggia a passo di lumaca dentro una nebulosa di fumo denso e pesante. Il quintetto di Katowice prende il death/doom d'annata e lo affoga in una pozza di pece, psichedelia oscura e sabbia industriale. Immaginate i padri Candlemass, i My Dying Bride e i primi Paradise Lost rallentati allo sfinimento, raccordati da un muro di frequenze basse che vi fa tremare i polmoni nel petto. Uscito per la Case-Studio, questo disco suona decisamente analogico, ligneo, storto e organico. Zero trucchi digitali, solo chitarre accordate sotto il livello del mare, tastiere lisergiche e un doppio registro vocale da urlo: il growl catacombale di Tomasz e il canto etereo, quasi ipnotico, della bassista Joanna. Il concept è un trip nichilista fin dal titolo latino ("La morte è certa, l'ora è incerta"): un viaggio tra le rovine industriali e i fumi tossici della Slesia. La nebbia si alza con "Ascent to Godhood" e il suo incedere lento, cadenzato, pesante come un macigno. Riff grassi e vocal dall'oltretomba per illustrare l'illusione della trascendenza. Con "Radioactivity Meter" (se vedete discrepanze nei titoli della scaletta, io ho preso come riferimento Spotify) si scala di una marcia, sfociando quasi in territorio funeral doom, tra strutture ossessive, un groove funerario e la netta sensazione di essere rimasti senza benzina in mezzo al nulla. "Effigy of an Obliterated God" non cambia registro, evocandomi però questa volta l'aura sinistra dei Celestial Season degli esordi. Si percorre un binario ritmico similare in "Zeit der Pest", un altro pezzo stoner/doom condito da un retrogusto acido e dissonante da far tremare i polsi. Il viaggio sembra farsi un filo più lisergico in "Eternal Wanderer (Starless Void III)", pur mantenendo quella claustrofobica monoliticità di fondo, ma quel fugace cantato femminile, con un paio di assoli ipnotici, disegnano spirali di fumo dentro una notte oscura. Ostica (per il cantato in lingua madre) ma interessante "Mgły Nocnych Mar", con le sue spettrali linee di tastiera ad accompagnarci fino a "Starless Void II", la chiusura ideale per questo viaggio, che offre ancora un contrasto tra il growl cavernoso del frontman e la voce sognante di Joanna, che vi lascerà in uno stato di trance totale. Un debutto che suona come una spessa colata di cemento e fuzz, ideale da servire con volumi spaccatimpani. (Francesco Scarci)

(Case-Studio - 2026)
Voto: 70

lunedì 17 agosto 2026

Culloden - Tales of the Tyne

#PER CHI AMA: Speed Metal
Ci sono voluti ben sedici anni dalla loro fondazione per vedere finalmente dare alla luce il loro primo full-length. I britannici Culloden portano nel nome stesso il peso della storia: un richiamo esplicito alla sanguinosa e celebre battaglia del 1746 che ha segnato le sorti delle Highlands. Un retaggio epico e battagliero che emerge nitido fin dalle primissime note dell'album. Con 'Tales of the Tyne', la band di South Shields firma un manifesto d'amore per la New Wave of British Heavy Metal, attingendo a piene mani dalla lezione d'acciaio di colossi come Saxon, Iron Maiden e Raven. Registrato agli In Heart Studios, il disco sfoggia un suono piuttosto grezzo: la sezione ritmica guidata da Michael Lee alle pelli e da Andrew Halliday al basso (e alla voce, ruvida e perfettamente inquadrata nello stile heavy/power d'oltremanica) fa da scudo alle chitarre affilate di David Thompson. Il concept è un viaggio nel folklore, nella storia medievale e nelle leggende del fiume Tyne. La battaglia sonica si articola attraverso una tracklist serratissima. "Seven Months (Intro)": è qui che risuona subito il richiamo alle armi e agli echi di quel 1746. Poco più di due minuti atmosferici, cupi e solenni che impostano la tensione e preparano l'ascoltatore alle ostilità imminenti. Si parte quindi alla carica con "The Siege" e una serie di riff speed metal che rievocano l'assedio di Newcastle, mentre le vocals, forse troppo nelle retrovie, ringhiano che è un piacere. La storia prosegue con "Harrying of the North", una bella cavalcata epica, tra cambi di tempo e intrecci chitarristici che narrano eventi passati del folklore celtico. Qui, la voce prova a riemergere rabbiosa, l'impianto ritmico rimane solido, è però la registrazione a far vacillare la qualità della proposta, che finisce in un crescendo strumentale, dove ecco puntuale, un bel duello di chitarre,  a chiudere alla grande quello che sarà il mio pezzo preferito del lotto. Un bel basso apre "Hammer of the Poor", un pezzo dalla ritmica quadrata, con le vocals che urlano furiose; in sottofondo un accenno di musica folklorica, come quella che sentirete nell'interludio successivo, "Bonny at Morn (Interlude)", perfetta prima di tuffarsi di nuovo nella mischia degli ultimi tre brani, dove ad aspettarci ci sarà un heavy metal puro e diretto fatto di riff granitici, cambi di tempo e una riedizione di un vecchio pezzo, "Witchpricker (Re-Recorded)", che condensa quasi sei minuti di furia, chitarre affilate di "maideniana" memoria. Lontani dalle mode del momento e immersi nell'underground più genuino, con 'Tales of the Tyne', i Culloden sfornano una prova solida e passionale. Un album fortemente consigliato a chiunque si nutra di heavy metal classico, storie di battaglie e puro spirito britannico. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

domenica 16 agosto 2026

Volubilis - Theasterion

#PER CHI AMA: Techno Death
Un’esplosione cosmica apre le danze di questo 'Theasterion', il debutto scoppiettante della formazione sci-fi canadese Volubilis. Quello che si para immediatamente davanti è un'architettura nevrotica che oscilla schizofrenicamente tra la ferocissima brutalità del techno death, trame neoclassiche e una tensione sci-fi assolutamente paranoica. La lezione di grandi act viene qui ripresa, masticata e sputata fuori con un'imprevedibilità ritmica che vi farà girare la testa. La proposta è un turbine chirurgico: chitarre affilatissime, un basso fretless che sguscia ovunque, batteria da sparo e un'alternanza vocale che va dallo screaming acido al growling cavernoso, attraverso sei capitoli spettacolari. Il primo, "Le Flamboiement Stellaire", parte come una fucilata techno death fatta da riff spietati e blast-beat serrati, prima di spiazzarci a metà strada con uno stop improvviso, in quello che credo essere un break di basso che sembra arrivare da un altro pianeta. Poi largo a solismi da paura, un intrecciarsi di chitarre, saliscendi di scuola classica, rotti solo dal growling del frontman. La title track parte meno scomposta dell'opener, ma non per questo, non è da incensare su come semini il panico a livello ritmico, tra giri di chitarra funambolici, ritmiche spezzate e un lavoro alla batteria che sembra il classico suono della contraerea sotto i missili. Un basso allucinato apre "Homo Cumulus" e poi giù di riff sparati a mille che ci pigliano a schiaffoni che è un piacere. A livello solistico, ecco un trip intricatissimo di note, a rievocarmi i Nocturnus degli esordi, prima di un secondo assolo da urlo, prima di chiudere con uno stacco di chitarra spagnoleggiante. Un'altra bella dose di violenza è servita con "Ashes & Embers", in cui sempre in evidenza, ci sono le pulsazioni di basso che accompagnano un assalto ritmico contrappuntato da voci acidissime, assoli spettacolari e un finale super arrembante che sfocia inaspettatamente in un finale di pianoforte. Largo ancora a ritmiche ubriacanti con la strumentale "The Prism", mentre in chiusura, "Unukhalai Supernova" si configura come il compendio di tutto quanto ascoltato sin qui, un Bignami di techno death dalle tinte progressive, per un lavoro senza freni, iper tecnico e deliziosamente instabile. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

venerdì 14 agosto 2026

Paradogmata - Necrosian Tastings

#PER CHI AMA: Epic/Black/Death 
Nera, imprevedibile ed eclettica: è la nuova pelle dei norvegesi Paradogmata. Con l'EP 'Necrosian Tastings', la formazione di Trondheim inaugura una nuova era. Merito degli innesti alla chitarra di Øystein Granamo Iversen (ex The Embraced) e alla batteria di Kim Sætre (ex Ad Inferos), che affiancano gli altri membri della band in un lotto di brani pensato come aperitivo in vista del full-length atteso per il 2027. Ad aprire le danze ci pensa "Kråkevisa (Kneippversjon)", spiazzante rilettura di un celebre brano popolare norvegese. La band lo spoglia del suo abito folk e lo getta tra le fiamme di un black metal nordico ruvido e affilato, guidato da ritmiche serrate e da uno screaming lacerante. Il primo pensiero mi ha portato direttamente ai Windir. Epico, oserei dire. La successiva "Leave the Crippled Behind" non spariglia certo le carte: qui accanto al black, c'è una puntina di melo-death spruzzato da un thrash più tirato, interrotti solo da un'atmosferica parentesi centrale. Con "Maladieu", il quintetto ci avvolge con uno spaventoso muro chitarristico che non rinuncia a giri melodici e a growling oscuri. A chiudere arriva la seconda anima di "Kråkevisa (Folkesangversjon)": un ribaltamento totale dell'opener, dove l'aggressività cede il passo ad atmosfere evocative, impreziosite dal violino e dall'Hardanger fiddle dell'ospite Ingvild "Sareeta" Strønen Johannesen. Insomma, alla fine uno spritz, patatine e olive, e il nuovo EP dei Paradogmata è servito. (Francesco Scarci)

(Hymns for the End of Times - 2026)
Voto: 68

giovedì 13 agosto 2026

The Crown of Yamhad - What Ghosts Reveal

#PER CHI AMA: Gothic/Doom
Premetto subito una cosa: 'What Ghosts Reveal' non è un disco da ascoltare se cercate scariche d'adrenalina o ritmi forsennati. La proposta della formazione berlinese The Crown of Yamhad infatti si configura come una vera e propria nenia echeggiante e cadenzata, un ninnananna oscura e ipnotica che chiede all'ascoltatore di rallentare i battiti e farsi cullare senza fretta. Ma se vi lascerete inghiottire da questo flusso, l'EP potrebbe regalare un certo fascino, sospeso tra il gothic e atmosfere mediorientali. Il quartetto infatti, riprende la lezione dei maestri degli anni '90, penso ai Theatre of Tragedy o ai The 3rd and the Mortal, e vi innesta una trama folk, caratterizzata dalle pennellate di violino di Sarah Poidomani che s'intrecciano col liuto arabo di Muhammad Shehadeh. Tra riff di chitarra granitici, bassi rotondi (a cura di Finna Björnsdottir, anche voce eterea dell'opera) e un drumming programmato con cura, i nostri bilanciano la pesantezza del doom con delicatezze acustiche, trasformando il dolore della perdita in un'epopea di struggimento. Il viaggio si sviluppa come una lunga e lenta preghiera: la title-track apre le danze con un crescendo drammatico, guidato dall'intersezione tra chitarre e violino, mentre il canto lirico trascina in un senso di totale abbandono. "Keeper of the Flame" è un po' più pesante e atmosferica con la voce di Finna in primo piano, accompagnata qui dalle tastiere, in un flusso sonico che evoca i fasti di un tempo ormai andati. In "Before It Blooms", il gruppo sembra rallentare ulteriormente, privilegiando atmosfere elegiache e malinconiche (merito del violino), dove il tempo sembra quasi fermarsi. E qui la band corre il rischio (calcolato?) di rendere l'ascolto un po' troppo monolitico e ripetitivo. "Renascence" prova a giocarsi la carta della melodia facile, ariosa e catartica, ma ancora una volta si sprofonda in un sound troppo inflazionato (almeno in passato) che ha il solo effetto di farmi sbadigliare. Ci pensa allora "The Progeny of Evil", una rilettura aggiornata di un brano del 2020, a fondere l'oscurità delle chitarre a trame orchestrali e mediorientali, e salvare la band in corner. Lontano dai riflettori del mainstream e immerso nello spirito più puro dell'underground, 'What Ghosts Reveal' prova ad essere un ascolto intimista e magnetico, una nenia malinconica, caldamente consigliata agli amanti del gothic e del symphonic doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 64

martedì 11 agosto 2026

Messalina – Golden Wounds

#PER CHI AMA: Post Grunge/Alternative
Se il post-grunge ha spesso la fama di essere un genere fermo al passato, i Messalina arrivano da Nizza per smentire quest'affermazione. Il quartetto francese debutta con questo 'Golden Wounds', un lavoro di sei pezzi che prende la rabbia introversa e i riffoni tipici del versante più oscuro dell'alt-rock e li annega in un mare di struggente malinconia. Immaginate quindi di partire dalla ruvidezza dei Deftones, spolverarla di sonorità darkwave e adagiarla su dilatazioni post-rock e rare sporadiche pesantezze stoner. Il risultato è un disco dall'incedere notturno, dove ogni canzone sembra la colonna sonora di un rimpianto. Tra sintetizzatori avvolgenti, chitarre sature e una voce capace di passare da sussurri eterei a urla viscerali, il dischetto trasforma il dolore emotivo in una vera e propria esperienza estetica. Per certi versi i Messalina mi hanno evocato gli svedesi Lingua, band che ho adorato ai loro esordi e che poi si sono un po' persi per strada. La scaletta si sviluppa comunque con una fluidità disarmante: si parte con la suadente title-track, un'apertura decadente dove chitarre e cupi synth aprono subito le porte a quel senso di struggimento che non vi abbandonerà più per tutto il disco e dove a mettersi in luce è la performance vocale del frontman. Segue "No Color" che alza subito il tiro, tra suoni moderni, pulsazioni elettroniche, strofe al limite del rap (e questo mi è piaciuto meno) ed esplosioni chitarristiche e vocali, in una vena che mi ha richiamato i Nirvana in acido degli esordi. Con "Cold As Before" si torna a percorrere strade più malinconiche, tra saliscendi intimistici e progressioni più aggressive, per un viaggio che profuma di foglie secche e pioggia sui vetri. Con "Narrow Chase" il quartetto continua a utilizzare ammiccanti e ipnotiche sfumature electro-pop per buona parte del brano, prima di esplodere in un finale più roboante. "A Cross" mette definitivamente i muscoli in bella mostra, con un riffing stoner bello dritto, bilanciato da linee vocali forse un po' troppo ruffiane per i miei gusti, sebbene in certi momenti la voce viri verso lidi più disperati. La chiusura è affidata a "Born Again" (che vede peraltro il featuring di Raven van Dorst dei DOOL), per una traccia atmosferica, profonda e ipnotica che lascia un magone alla gola una volta spento lo stereo. Per chi ama sonorità alternative/post-grunge, con quel tocco di struggimento in più capace di stringervi il cuore, questo potrebbe essere l'ascolto giusto. (Francesco Scarci)

(Nova Lux Productions - 2026)
Voto: 70

domenica 9 agosto 2026

Snorlax – Toxic Current

#PER CHI AMA: Grind/Death
Prendete una buona dose di nichilismo anti-capitalista, frullatelo con la sana violenza cieca del grindcore australiano e avrete 'Toxic Current', la terza fatica in studio degli Snorlax. Dietro questo moniker, da mostriciattolo dei Pokémon, si nasconde in realtà il polistrumentista Brendan Auld, che per l'occasione ha deciso di sterzare bruscamente la propria proposta rispetto al passato. Addentrandoci nell'ascolto del disco, quello che emerge immediatamente è come il sound risulti un devastante attacco chirurgico, sebbene poi a livello di pura innovazione, il disco non regali assolutamente nulla di originale, ahimè una vera e propria costante degli ultimi tempi. E allora, non resta altro che farsi investire dalle turbolenze ritmiche del mastermind di Brisbane, fatte di chitarre abrasive ("Eclipse"), blast-beat a pioggia, sghembi rallentamenti ("De-Evolution" o nella pseudo-suite "Manifestation", il pezzo meglio riuscito del lotto) e un dualismo vocale tra scream laceranti e growl viscerali. I pezzi si configurano alla fine come schegge impazzite, viaggiando su binari ultra-collaudati, fondendo dissonanze chitarristiche e accelerazioni grindcore da manuale. Roba già sentita in trent'anni di metal estremo, ma sicuramente sputata fuori con una rabbia genuina. In "Merchants Of Opulence" riemergono le radici death metal del progetto attraverso rallentamenti marcescenti, funzionali per fare da battistrada alla dissacrante "Puppet Fuck", cover (riuscita, ma pur sempre una cover di 68 secondi) degli storici grinders Agents of Abhorrence. C'è anche modo di prendersi una pausa riflessiva con "1984", prima delle mortifere "Insignificance" e "Fia Della Palette" che ci traghettano a un'altra cover, "Pigs", all'insegna di un crust primordiale, ultimo sigillo di un disco davvero intransigente, che farà felici i cultori della musica estrema. A patto, ovviamente, che non vi aspettiate di sentire qualcosa che non sia già stato inventato e suonato decine di volte prima d'ora. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 65

venerdì 7 agosto 2026

Blackbriar - Our Long Cursed Sleep

#PER CHI AMA: Gothic/Symphonic Metal
L'EP 'Our Long Cursed Sleep' dei Blackbriar, venduto come un'estensione oscura delle "pagine perdute" del precedente 'A Thousand Little Deaths', ci conferma una grande verità sulla band olandese: sanno esattamente come accattivarsi il pubblico. Navigando furbescamente nel mare sicuro del gothic/symphonic metal, i Blackbriar sfoderano un campionario di soluzioni ruffiane e melodie di facile presa, ricalcando pedissequamente i cliché di mostri sacri come Within Temptation e Nightwish. Forti della classica produzione patinata, il disco si snoda attraverso chitarre e sezione ritmica che si limitano a fare da impalcatura robusta ma totalmente inoffensiva a una proposta accompagnata poi da orchestrazioni opulente e studiate a tavolino, finalizzate ad estorcere il brivido facile. Al centro della scena giganteggia Zora Cock con la sua eterea voce, innegabilmente affascinante, ma che gioca così tanto la carta della vulnerabilità drammatica da risultare a tratti stucchevole. La tracklist è un manuale su come compiacere i fan senza rischiare nulla: "A Long Cursed Sleep" è l'esca perfetta. Melodie malinconiche e un crescendo sinfonico costruito per farvi canticchiare il ritornello al primo ascolto. In "Apollo Never Stopped Chasing Daphne" il sound si conferma altrettanto sognante, per quanto una robusta sezione ritmica nella seconda metà, provi a dare l'impressione di maggiore spinta sull'acceleratore, ma in realtà è un trucco scenico per dar respiro a una narrazione epica ideale in sede live. "Betwixt and Between" è la classica ballata sognante e sospesa, che forza la mano sul lato tragico per strappare a tutti i costi l'emozione. A chiudere, ecco "A Thousand Anemones", una sorta di compendio di quanto fatto dalla band sin qui. Un'alternanza di sfarzi melodici e blande partiture grooveggianti che mettono il fiocco a un pacco regalo fatto per non scontentare nessuno. In sintesi, 'Our Long Cursed Sleep' è un disco solidamente paraculo. Raggiunge esattamente il suo scopo e farà la gioia degli irriducibili del symphonic metal, ma lo fa offrendo un ascolto calcolato, lezioso e privo di veri guizzi di spontaneità. Un ottimo prodotto da vetrina, ma nulla di più. (Francesco Scarci)

(Blackbriar Music VOF - 2026)
Voto: 63

mercoledì 5 agosto 2026

Vorax - Volcano Shock

#PER CHI AMA: Death Old School
Prendete i Bolt Thrower, gli Asphyx e il groove pre-masticato del Max Cavalera d'annata. Frullate il tutto e otterrete 'Volcano Shock', l'album di debutto degli svizzeri Vorax. Sulla carta, una dichiarazione d'amore al death old school; nei fatti, un monumentale manifesto di scarsa originalità che sfocia, dopo qualche traccia, in una noia letale. Completamente autoprodotto, il disco si vanta di rigettare i moderni trucchi digitali in favore di un suono crudo e analogico. Il risultato? Un muro sonoro roccioso e prevedibile, dove la sezione ritmica procede con un passo cadenzato e un growl cavernoso che non si sposta di un millimetro dai binari del già sentito. Persino il concept lirico, che abbandona lo splatter per concentrarsi sull'estinzione preistorica e la furia degli elementi, finisce per naufragare nello stesso piattume della musica. L'opening track, "Magma Ocean", prova a stabilire le coordinate stilistiche con riff palesemente devoti ai Bolt Thrower, ma l'effetto nostalgia svanisce in fretta, nonostante una sezione solistica volta a inseguire un briciolo di originalità nei suoi guizzi psichedelici. La successiva "Devouring Raw Flesh" prova ad alzare il livello di brutalità per scatenare un pogo infernale, ma trasmette solo un senso di stanchezza primitiva. Quando si arriva alla title-track, ci si rende conto che il cosiddetto riffing senza fronzoli è in realtà un loop infinito che mima un terremoto già sentito mille volte. La seconda parte del disco è un vero e proprio test di resistenza per l'ascoltatore. "Burning Lava" propone un groove ossessivo che non aggiunge nulla a quanto appena sentito, mentre "Hunter Killer" sceglie la via dell'aggressione quadrata e priva di melodia, risultando solo sterile. Nemmeno la più ritmata e ricercata "Flight of the Pteranodon" riesce a sollevare le sorti di un lavoro che sembra aver esaurito le sue idee dopo una manciata di brani. Il singolo "Reign Supreme" saccheggia, senza troppi complimenti, il groove tribale di scuola Sepultura con stop-and-go scolastici, prima che la conclusiva "The Great Dying" provi a scimmiottare il doom/death degli Asphyx, con tempi rallentati che sembrano non finire mai. Se è vero che parte della critica ne ha lodato l'autorità esecutiva, è impossibile ignorare l'assoluta mancanza di identità di questo progetto. 'Volcano Shock' è il classico disco-fotocopia che non lascia traccia: un'esperienza d'ascolto talmente derivativa e cosi priva di idee da generare quella fastidiosa sensazione di dejà-vu che vi costringerà, ben presto, a spegnere lo stereo e a prendervi un buon libro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

martedì 4 agosto 2026

Finsmoonth - Chrysalis of Astral Tears

#PER CHI AMA: Post Black
Amo dragare l'underground metallico e oggi, la mia ricerca mi ha portato a incontrare 'Chrysalis of Astral Tears', secondo album degli indonesiani Finsmoonth, band devota a un post-black, che trae linfa sia dalla seconda ondata del black metal che dal post-rock atmosferico. Certo, quello in cui mi imbatto primariamente nell'opener "An Endless Depth", è il muro di chitarre creato da Irwin Dwi Ryanto e Ade Zulkifli, che intrecciano trame armoniche taglienti, sorrette dai blast-beat di Micco Rullyanto e dal growl lacerante di Tino Guruh Putra (che troveremo nello stesso brano anche in forma pulita, direi scuola Alcest). L'album si sviluppa come un diario intimo diviso in sei capitoli di una coesione straordinaria: l'opener sembra fungere da asse emotivo dell'opera, combinando arpeggi malinconici a improvvise esplosioni ritmiche che catturano l'essenza della disperazione. "Foliage of the Wings" incalza con riff serrati e dinamitardi blast-beat, entrambi tipicamente accostabili alla tradizione black svedese, alternati a intermezzi acustici capaci di espandere l'orizzonte sonoro della traccia. "Dimming Palette" parte con un interludio ambient per poi infiammarsi in sfuriate primordiali che trovano il punto di rottura in un cantato epico in coda alla song. "Luminous Unveiling" continua affine alle precedenti, con un dualismo vocale che vede la guest Isa Bellum (voce dei tedeschi Sigils of Ruin, che tornerà peraltro anche nella traccia di chiusura, "Presomnal") a creare un isterico contrappunto post-punk (scuola Amesoeurs) con lo screaming abrasivo di Putra. "Embers at Ethereal Dawn" continua con il suo efferato tremolo picking chitarristico in grado di evocare scenari spogli e desolati di pura sofferenza. Insomma, quello dei Finsmoonth è alla fine un lavoro che mi sento di suggerire a chi cerca nel metal estremo una certa sensibilità emotiva. (Francesco Scarci)

(Disaster Records - 2026)
Voto: 71

lunedì 3 agosto 2026

Death by Love - 444

Ascolta "Death By Love_444" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Electro Goth/Darkwave
Probabilmente Il Pozzo dei Dannati non è il posto più indicato per recensire un progetto come Death by Love, guidato dal producer e polistrumentista americano Peter Guellard e dalla vocalist polacca Inga Habiba. La componente electro-dance, che predomina per quasi tre quarti dell'album, imbriglia la musica del duo, che pure trae stimoli da molteplici tendenze: harsh, industrial, electro-goth e persino loop presi dal folk mediorientale, inseriti per rendere il tutto più sofisticato ed etnico. L'intero lavoro suona decisamente retrò: le composizioni sfoderano poche idee davvero nuove in ambito elettronico e l'originalità non è al massimo della sua forma. Ciononostante, nel suo complesso il disco risulta lineare e piacevole, sorretto da un grande lavoro di produzione pensato per metterne in risalto la natura dance-oriented. Quindi, per quanto io possa esprimere un buon giudizio sulla qualità complessiva del prodotto, sono episodi come il singolo "Strong Inside" a rappresentare l'arma migliore da sfoderare su un ipotetico indie dancefloor. Di contro, non posso chiudere gli occhi di fronte alla disarmante, per quanto efficace, staticità creativa del duo, che per l'intero album si limita a inanellare una sequenza di soluzioni sonore più o meno derivate da altre realtà ed epoche che hanno fatto la storia del genere (Siouxsie and the Banshees, Diva Destruction, Hanzel und Gretyl, tra le altre). Tutto è fin troppo perfetto e nulla risulta davvero inaspettato, se si escludono i tre brani conclusivi, stilisticamente staccati dal resto. Fa eccezione anche un brano esemplare come "God", pezzo privo di sbavature in bilico tra Boy Harsher e Hocico, darkwave e industrial anni 2000: un mid-tempo dal grande impatto elettronico con un riff sintetico alla Depeche Mode e la voce, solo in questo caso affidata a Guellard, filtrata da un effetto rigoroso che oscilla tra Dave Gahan e Gary Numan. La voce di Inga, in tutti gli altri brani, si mantiene accattivante e sensuale. Il progetto risulta assolutamente funzionale sotto l'aspetto dell'orecchiabilità e per la sua anima più dance, che fonde synth rock e darkwave. Forse, per le nuove generazioni di oscuri ballerini, '444' potrebbe persino diventare un cult: l'album è stato sicuramente ideato con questa intenzione e ne sfoggia fiero la propensione. "Lost and Found" è la traccia che preferisco, perché mostra una costruzione più profonda e amplia la prospettiva sonora della band. Infine, come già accennato, c'è il trittico finale: "Temros" e "Ziro", che si muovono su coordinate ethereal ed etniche alla Dead Can Dance, e la conclusiva "Sellenno (reprise)", chiaramente di scuola Kirlian Camera. Per concludere, i Death by Love hanno costruito un album sulle ceneri di composizioni immortali, sfruttandone atmosfere e strutture e ottimizzandone il suono in maniera intelligente, gestendo il tutto con maestria e astuzia. Insomma, chi saprà porsi all'ascolto a cuore aperto non potrà che apprezzare gli intenti, le dinamiche, le potenzialità e le doti sonore e vocali emerse in questa raccolta. Andando oltre i riferimenti d'epoca e l'effetto nostalgia, con i riascolti il disco si rivela appieno, affrancato da qualsiasi stereotipo invadente. (Bob Stoner)

(Distortion Promotion - 2026)
Voto: 65

domenica 2 agosto 2026

The Secrecy - Pins & Needles

Ascolta "The Secrecy_Pins & Needles" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Gothic/Dark
Ritmiche ipnotiche, ombre pesanti e quella strana, irresistibile tentazione di chiudere gli occhi e ballare al buio. È questo il biglietto da visita di 'Pins & Needles', l'ottimo debutto dei The Secrecy. Il supergruppo di Indianapolis (con membri rubati a Flesher, Chrome Waves e Bringers of Disease) firma un disco che si piazza a gamba tesa all'incrocio tra il post-punk moderno e un dark/gothic rock denso di atmosfera. Prendete la ferocia dei Killing Joke, le ombre dei Fields of the Nephilim e il sound crepuscolare dei Type O Negative, rimescolate il tutto in chiave contemporanea, ed avrete il suono di quest'opera. Ho ascoltato il disco per sbaglio su Spotify e ho pensato "diamine lo devo recensire assolutamente!". Se la produzione è un piccolo gioiello di dinamica tra synth tridimensionali e chitarre sature, la voce di Dustin Boltjes oscilla da toni profondi e sognanti a improvvisi slanci drammatici. Il disco corre via veloce, un pezzo dopo l'altro. "Theresa" rompe gli indugi con un basso pulsante e ipnotico che mette subito in chiaro la proposta dei nostri. Un'apertura cupa, tesa, quasi cinematografica. "Dancing in the Fire" vede il battito accelerare. Riff taglienti, ritmo sostenuto e un crescendo dinamico e coinvolgente. "Meet Me After Midnight" mostra un differente lato della medaglia, fatto di atmosfere oscure e synth sognanti che mi hanno evocato addirittura gli Actors. Parte piano "Sky", una sorta di ballad crepuscolare solenne ed emozionante, che scomoda qualche scomodo paragone con i The Cure di "Trust". Ovvio, i maestri inglesi sono di un altro pianeta, ma la proposta degli americani, non sfigura affatto. Il disco s'incanala tra pezzi dark/synthwave ("The Watchers"), chiaroscuri intimistici rafforzati da echi di Jaz Coleman e soci ("Set Me Free"), senza dimenticare le origini (la title-track mostra piuttosto palesemente le influenze dei Fields of the Nephilim), per chiudere con le note malinconiche di "Same", che sanciscono come il post-punk abbia ancora diverse frecce al proprio arco da poter scoccare. (Francesco Scarci)

(Disorder Recordings - 2026)
Voto: 77

sabato 1 agosto 2026

Leaves' Eyes – Song of Darkness

#PER CHI AMA: Symph/Gothic
Se avete presente la formula dei Leaves' Eyes, sapete già esattamente cosa aspettarvi prima ancora di far partire il dischetto. Con il nuovo EP, 'Song of Darkness', la creatura di Alexander Krull e soci, impacchetta l'ennesimo prodotto patinato, ruffiano e mestierante fino al midollo. Tutto è perfetto, tirato a lucido e suonato con una professionalità impeccabile che ammicca palesemente ai fan di Nightwish ed Epica. Ma dietro la facciata luccicante e orchestrale, c'è davvero poco altro se non la solita minestra riscaldata ad arte per fare numero nel catalogo. La produzione è pomposa, cinematografica e confezionata con il manuale del perfetto symphonic metal commerciale: il soprano di Elina Siirala fa il suo solito lavoro impeccabile sui registri alti, il growl burbero di Krull fa da contrappunto nei punti giusti, e sotto gira il classico muro di chitarre pompate dagli archi sintetici. La scaletta scivola via veloce sui soliti, collaudatissimi binari: si parte dalla title-track, costruita e indirizzata con il pilota automatico. Riff incalzanti, esplosioni orchestrali e un refrain ruffianissimo concepito a tavolino per piantarsi in testa al primo ascolto. "Hall of the Brave" offre la classica cavalcata, i cori possenti e i tastieroni maestosi per far felice il pubblico della prima ora, senza aggiungere un grammo di novità. "Until the Last Day" parte con una ritmica più serrata e sferzata priva di sbavature, dove il duetto "bella e la bestia" gioca la carta del già sentito in maniera quasi scolastica. "Roots Eternal" cerca il respiro solenne, tessendo trame sognanti ed evocative che valorizzano l'estensione di Elina, ma senza regalare reali brividi. Zero sorprese, zero rischi e un tasso di imprevedibilità pari a zero. 'Song of Darkness' è un'operazione di puro contorno: elegante, ultra-professionale e tirata a lucido per restare nella comfort zone. Un ascolto consigliato giusto ai completisti della band o a chi vuole la sua dose quotidiana di acuti sinfonici senza troppe pretese. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 70

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The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


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venerdì 31 luglio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

The Secrecy - Pins & Needles
Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds
The Eternal - Obscured Horizons

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Alain González Artola

Luna Pythonissam - Ausencia
Gravsapawn - Sword Hand Path
Angellore - Nocturnes

giovedì 30 luglio 2026

Oskaal - Drenched in Sin

#PER CHI AMA: Techno Death
'Drenched in Sin' segna il debutto discografico degli Oskaal, duo norvegese cresciuto tra le strade, non proprio caotiche, di Drammen. Con questo EP di sei tracce, la band scuote le fondamenta del proprio background per plasmare un lotto di canzoni brutale e viscerale. Il duo si muove con estrema disinvoltura su una sottile linea di confine che unisce la ferocia del death metal moderno, derive progressive, sfumature blackish e un groove devastante dalle tinte slam. L'ascolto si sviluppa come un blocco unico: una narrazione che non ammette pause, ma che sa perfettamente quando cambiare marcia. L'apertura è affidata a "Hymn", un pezzo che aggredisce subito l'ascoltatore con cambi di tempo fulminei e un growl cavernoso che definisce le coordinate del viaggio. A colpire fin da subito è il lavoro solista, davvero di primo livello. Con la successiva "Slaughter the Divine" le ritmiche si fanno ancora più schiaccianti; qui i tre assoli killer confermano una fluidità strutturale fatta apposta per scatenare il pogo in sede live. Sia chiaro: non siamo di fronte a nulla di miracolosamente originale, ma la qualità della proposta è indiscutibile. L'assalto frontale sembra arrestarsi con l'incipit dal vago sapore mediorientale di "Death", ma è solo un miraggio: il duo torna a pestare duro nel giro di pochi secondi. Un gran bel ricamo di chitarra apre invece "Refused", traccia dominata da una sezione ritmica chirurgica, dalle scudisciate dei blast-beat e dal growling possente del frontman, il tutto traghettato verso un finale al fulmicotone. Si passa poi a "Sin", il pezzo più lungo del lotto: un episodio più compassato che si affida a un rifferama solido e implacabile, anche se risulta forse il capitolo più prevedibile dell'EP. In chiusura, la monolitica "Necrosis" riassume l'intera palette espressiva del gruppo attraverso una violenza esecutiva opprimente. Un biglietto da visita decisamente interessante per tutti i cultori del brutal techno-death. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

martedì 28 luglio 2026

Dark Zodiac - Black Goddess

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: i Dark Zodiak non hanno alcuna intenzione di reinventare la ruota. Se cercate l'innovazione del secolo, avete decisamente sbagliato indirizzo. Ma se cercate una dose massiccia di violenza sonora, 'Black Goddess' è la mazzata sui denti che stavate aspettando. La solida realtà tedesca, guidata dalla carismatica e micidiale Simone Schwarz alla voce, torna con un nuovo lavoro autoprodotto che è un concentrato di pura devozione alla vecchia scuola thrash/death anni '80, pompato da una produzione moderna e mastodontica. Zero originalità, dunque, ma una discreta precisione chirurgica. L'album è un concept che ruota attorno alla figura della "Dea Nera", esplorando mitologie oscure, rivalsa spirituale e demoni interiori. Il motore immobile del disco è un guitar-work d'acciaio: riff granitici tipicamente thrash si fondono a rallentamenti pachidermici e una sufficiente sezione solistica, il tutto blindato da una sezione ritmica implacabile e dal growl cavernoso della Schwarz. La tracklist è una progressione micidiale concepita per non lasciare superstiti. Si parte con la title-track, un assalto frontale a base di doppia cassa incessante e riff quadrati che uniscono il thrash teutonico al death europeo più classico. Neanche il tempo di respirare e irrompe "Lost", che mantiene la tensione a livelli di guardia, con cambi di tempo repentini e un riffing serrato. È un lotto di pura aggressività che evoca schemi già sentiti cento volte, ma che funziona da Dio. A metà corsa, "Guardian of the Night" chiama clamorosamente in causa "Angel of Death" degli Slayer, per un pezzo che sembra strutturato appositamente per scatenare l'inferno nel moshpit. Da "Primal Force" mi sarei aspettato facesse onore al proprio titolo e invece no: inizio compassato, un'alternanza più o meno efficace con qualche scarica di energia primordiale e poco altro. Ci si avvia cosi stancamente alla fine con il sound grooveggiante di "Depth of Darkness", più mortifero e fangoso dei precedenti, prima di "Rising from the Ground", un altro pezzo che torna a fare il verso a Tom Araya e soci, che sicuramente lascia l'ascoltatore tramortito, ma che rimane privo di qualsiasivoglia briciolo di originalità. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

domenica 26 luglio 2026

Krakh – Holes in Our Hearts

#PER CHI AMA: Depressive Black/Shoegaze
Prendete la disperazione esistenziale degli Harakiri for the Sky, mescolatela alle intuizioni blackgaze dei primi Deafheaven e immergete il tutto nel gelo siderale russo. Il risultato è 'Holes in Our Hearts', l'ultimo parto discografico dei Krakh, la one-man band di Vadim Nizamov. Dimenticate le vecchie velleità pagane del progetto, ai tempi di 'Strangle Hope', quando il polistrumentista guardava con più interesse ai Saor: qui si sprofonda nel vuoto assoluto, nell'isolamento e in un dolore emotivo che si fa ferita generazionale. La produzione è il manifesto del post-black metal moderno. Da un lato c'è un muro di chitarre stratificato e saturo di riverberi, dall'altro una batteria che oscilla tra mid-tempo ipnotici e blast-beat furiosi. Peccato solo per il basso, sacrificato sull'altare del mix e quasi impossibile da scovare, e per uno scream straziante che, pur pagando il pegno di una certa monocordia stilistica, sputa sangue dall'inizio alla fine. La discesa negli inferi parte con "...And The Silence Started Speaking", la classica intro che cederà ben presto il passo alle sfuriate improvvise di "Walls We Built", dove la disperazione vocale del frontman vi stringerà la gola in una morsa drammatica, e le trame chitarristiche più serrate ed espressive, si mostrano come un perfetto tiro alla fune, tra pura violenza esecutiva e una sottile, costante melodia nostalgica di scuola "alcestiana" che fa da sfondo. Il vero cuore dell'opera batte però nella title-track: qui i Krakh condensano la propria essenza spingendo forte sulle dinamiche post-rock, tra arpeggi in apertura, rallentamenti ipnotici e un climax finale guidato da riff taglienti di chiara matrice shoegaze, mentre le porzioni vocali si dipanano tra grim e growling vocals, non rinunciando peraltro alla classica voce angelica femminile. Le cose non cambiano poi molto anche in "Face Of Happiness", un pezzo che abbraccia ancora sonorità malinconiche per poi deviare verso territori più depressive black. Il sipario cala infine sui giri al minimo di "Ex Umbra in Umbra", una traccia strumentale dal forte sapore cinematico, ideale colonna sonora per un'introspezione cupa e priva di qualsiasi via d'uscita. 'Holes in Our Hearts' è un ascolto solido, viscerale, caldamente raccomandato a chiunque si nutra di blackgaze e di quel post-black metal atmosferico che non vuole fare prigionieri; è un disco avvolto nel mistero dell'underground, che si muove a fari spenti lontano dalle grandi testate mainstream. E direi che è meglio così. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

sabato 25 luglio 2026

Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds

Ascolta "Astral Alchemy_Weaving Chilling Magical Dreamworlds" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Dimenticate la musica. Dimenticate i dischi. 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds', il primo vagito degli Astral Alchemy, non è un ascolto: è un collasso sensoriale, un veleno che s'insinua tra le pieghe della realtà. Dagli Stati Uniti arriva un'entità che frantuma le catene del black metal atmosferico. Non ci sono canzoni qui, ma cinque portali che si spalancano su derive sperimentali inesplorate, trasformando il rischio di sentire un qualcosa già sentito in un incubo lucido e terrificante. La produzione, evocata dalle mani di B.D. Johannson, ne distilla poi un fumo denso e stratificato. Le chitarre non suonano, s'intrecciano a parassiti elettronici, generando un tappeto alchemico ed esoterico che divora l'aria. La sezione ritmica, mossa da entità note come "He Who Wields Twin Scepters of Malice" e "He Who Walks Under the Blood Moon", è un cuore malato che muta battito senza preavviso, alternando il gelo assoluto a improvvise, brutali lacerazioni della carne. L'album è un trattato sulla cenere: esplora l'annientamento totale della materia, la rinascita che passa attraverso la distruzione del cosmo, usando l'alchimia come grimaldello per una trasformazione atomica e trascendentale. Il viaggio inizia "Bathing in the Sap of the Moonflower", una suite sinfonica che annebbia subito la vista e definisce l'ambizione del progetto. Segue "Tria Prima Offering to the Great Serpent", dove la complessità si fa carne e l'uso dei campionamenti arricchisce una narrazione occulta e strisciante, ad opera della guest Aeterna. Ma è con "Stars of Ruin" che la realtà si spezza: una ritmica serrata che sfocia in un breakdown progressivo e inaspettato, quasi deathcore, per poi collassare in un break al limite dello slam che stupra qualunque linearità di genere. "Collapse of the Cosmos" è il passo successivo, un'enfasi sulla distruzione universale tessuta da trame chitarristiche ancora più tirate e feroci. Il finale è affidato ai quasi dodici minuti di "Eyes Through the Speculum", una distillazione magistrale di tutte le tensioni accumulate. Una conclusione che non dà pace, ferocemente inquietante ma, allo stesso tempo, paradossalmente liberatoria. Non ascoltate 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds' se cercate conforto nel passato. Bevetene il veleno solo se siete pronti a guardare il tessuto della realtà mentre si dissolve, per tessere, con successo, nuovi e oscuri immaginari onirici da cui non vi sveglierete più. (Francesco Scarci)

(Naturmacht Productions - 2026)
Voto: 77

giovedì 23 luglio 2026

Autumnblaze - Glut

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Gli Autumnblaze sono una cult band, ma solo in parte conosciuta, dell'universo gothic/dark rock tedesco, che dal lontano 1997, sforna dischi di ottima qualità, senza rimorsi o perdite di direzione su quale sia la strada odierna da percorrere, e quella strada è fredda e umida, proprio come una notte d'autunno. Al loro decimo album, la classe si manifesta in un disco compatto che si lascia ascoltare tutto d'un fiato, nonostante la lingua madre che incute sempre una certa ostilità d'ascolto, ma che per gente come il sottoscritto, è più che indicata in questo contesto musicale, fatto di malinconia e tristezza. Il segreto del duo teutonico si nasconde proprio in questo modo di rileggere le fondamenta del gothic in maniera personale e a suo modo, proprio in veste romantica, anche quando calcano la mano nel growl o nella distorsione. I facili paragoni si possono perdere per definire gli Autumnblaze, tra Paradise Lost, Moonspell e tanti altri, ma la band tedesca, a mio avviso, si mette su di un piano emotivo diverso, meno depressivo e più sognante/malinconico, direi più vicino agli ultimi Tribulation e ai romani Novembre, con un modo d'intrattenere l'ascoltatore, tanto rivolto al buio quanto congeniale nel fargli dilatare le pupille, e investendolo costantemente con riff di chitarra maestosi e aperti, chiaroscuri continui, che da sempre sono una prerogativa della band, accompagnati poi da arpeggi di sospensione emotivamente compromettenti. La genesi di questo modo di fare musica nasce qualche decade fa e miete ancora vittime d'innamoramento dopo il suo ascolto, ed il duo originario di Illingen, si rende cosi artefice di un disco che difficilmente vi lascerà indenni. In questo 'Glut' non ci sono novità musicali evidenti e la band, che oggi mostra la sua completa maturità e che in passato ha sperimentato molte strade (dal gothic al black metal passando da suggestioni acustiche), non nasconde la sua contrarietà verso un ritorno alle radici del genere. Le 13 canzoni di questo album alla fine, sono veramente da apprezzare e da ascoltare a tutto volume, in una giornata di pioggia, e in rigorosa solitudine. Dicevo gotico, ma con il giusto peso, granitico quando serve e raffinato in più punti, con un equilibrio tra le parti notevole, complice anche l'ottima produzione di Markus Stock (Empyrium, The Vision Bleak, altre due realtà accostabili ai nostri/ndr) che gli dona un suono ancora più propenso all'infinito. Ultima curiosità: l'album è uscito anche in una tiratura limitata a 500 copie che prevede una seconda produzione con una diversa lettura, più dura e pesante, degli stessi brani da parte del produttore Charles Greywolf (Powerwolf); lascio a voi la scelta per giudicare quale veste oscura sia la migliore per questi. Però, lasciatemi dire che "Licht Aus", con il suo magnifico cantato straziante è bellissima, che "Polarlicther" sembra un brano magnificamente rubato ai The Mission e quanto è sognante poi l'arpeggio di "Geisteskind"? L'esperienza conta e in questo disco mostra tutto il suo peso; l'ascolto di 'Glut' non vi lascerà indifferenti è garantito. Innamorarsi di questa piccola perla nera, vi risulterà inevitabile. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 22 luglio 2026

Fiesta Alba – Drops of Sunshine in the City of Spectres

#PER CHI AMA: Math/Experimental
A circa un anno dall'uscita di 'Pyrotehcnic Babel', esce un nuovo mini lp dei Fiesta Alba, un disco che continua la strada della band in una direzione del tutto originale, fatta di sussulti math rock e visioni poliritmiche afro-dance, elettronica e indie rock, una mistura particolare che viene amalgamata con gusto e raffinatezza. Si parte con "The City of Spectres II", che incorpora ottime chitarre strizzanti l'occhio all'avanguardia, ai ritmi dei Talking Heads, alle strutture che si possono trovare in "Discipline" di Fripp e soci, e al suono impazzito degli Animals as Leaders, ovviamente in una forma meno metallica, per un brano che reputo il migliore dei cinque in cartellone per questo lavoro. Anche la seconda track, "Inch by Inch", stimola molto la fantasia, tra un fraseggio ipnotico ed elettronica da Commodore-64, sembra una cover dei Devo rivisitata dal caro Captain Beefheart (la voce è di Diego Pandiscia), con tanto di accenni di violino per un tocco di classicismo e (in)sana follia folkloristica in memoria del miglior rock in opposition d'annata. Nel terzo brano, "Uncontacted", si celano ritmi etnici africani evoluti, sciolti in una elettronica sperimentale e contornati da accenni di rock progressivo sempre alla King Crimson; da notare il gran bel lavoro di chitarra e basso, per un meltin' pot di sicuro effetto, proprio un bel brano cantato dalla brava Tiziana Lo Conte. "The City of Spectres I", che alla voce vede Alessandra Plini, il terzo vocalist ospite in quest'album, è un pop di ottima fattura che ricalca alcune sfumature dei pezzi precedenti, rendendo il tutto più fruibile ed immediato, più dub, più trip-hop, capitanato da una voce femminile calda e sensuale, con finale sicuro alla Massive Attack. "Kinder Surprise Egg "chiude il disco, aprendo con un recitato in un inglese volutamente maccheronico per poi evolvere in una specie di jazz pop frizzante dal gusto funky, che non avrebbe sfigurato in un disco dei Float up CP di Neneh Cherry, negli anni ottanta. Musica atipica per i tempi attuali, ricercata, intellettualoide, virtuosa e con la fusione tra i generi musicali forse troppo accentuata, quindi, non per tutte le orecchie, una musica che non possiamo definire crossover, per cui sarebbe riduttivo, ma per attitudine possiamo accostarla alle idee contorte del punk funkoide alla Rip Rig and Panic degli anni ottanta, o meglio, alla sua evoluzione naturale. Noi vecchi fan di questi intrugli sonori di nicchia, possiamo dire con immenso piacere, che ancora oggi sia il signor Fripp che Neneh Cherry e il nonno Don, hanno degli splendidi estimatori in questa band romana, una band che non conosce confini sonori, neppure barriere musicali. Da ascoltare ad ogni costo. (Bob Stoner)

(Neontoaster Multimedia Dept./Altipiani - 2026)
Voto: 75

lunedì 20 luglio 2026

Cowards - Can You Hear Me?

#PER CHI AMA: Noise/Indie/Alternative
Subito dopo l'uscita di 'God Hates Cowards', mi gironzolavano per la testa alcune domande sul futuro della band marchigiana, su come avrebbero potuto evolvere ed espandere l'ispirazione e l'urgenza di questo loro bel primo disco senza incorrere o inciampare in ripetizioni compositive, cercando di restare interessanti, senza dover pagare il dazio a una così azzeccata uscita. Il nuovo disco in parte conferma i miei dubbi e in parte li smentisce. 'Can You Hear Me?' è il titolo del nuovo album e l'allacciamento con la celebre strofa della canzone "Christmas" dei The Who, "Tommy can you hear me", è già di suo una dichiarazione d'intenti, magari d'amore o di stima verso la storica band inglese. Per quanto riguarda la musica, possiamo dire che il disco si muove bene tra i suoi vicoli scuri, i musicisti navigati ci sono, e conoscono le coordinate del loro progetto, ne custodiscono i segreti e i dettagli, quindi le composizioni si snodano sciolte e liquide, capitanate dalle soniche chitarre che sono il marchio di fabbrica di questa band. Chitarre sempre curatissime ed intelligentemente rumorose, con quel tocco di garage psichedelico mischiato al noise rock che fa sempre un certo effetto stordente sull'ascoltatore. In realtà, il sound vira verso derive noise degli anni '90/2000 e suona meno post-punk del lavoro precedente. Ci sono poi echi e riverberi dei Loop o dei Girls Against Boys di "Stay in the Car", degli A Place to Bury Strangers, con vaghi ricordi anche di Jesus Lizard e ancora i primissimi One Dimentional Man, che ne fanno sicuramente un buon disco, che soffre di una produzione diversa e meno brillante rispetto a 'God Hates Cowards'. Alla fine, anche se il lungo brano intitolato "9 Minutes", è veramente ipnotico, il lavoro nel suo insieme acquista il sapore di dischi come 'Trompe le Monde' dei Pixies, un disco interessante ma non sviluppato alla perfezione per via di una produzione non all'altezza delle altre loro uscite. Quindi, 'Can You Hear Me?', a mio modesto parere, sembra essere un'ottima collana di B-sides come poteva esserlo 'Pisces Iscariot' degli Smashing Pumpkins o 'Barbed Wire Kisses' dei The Jesus and the Mary Chain a suo tempo, e anche il solo paragone a questi capolavori noise, è certamente da considerarsi come un gran complimento per chi parla la lingua del feedback. Per usare un termine calcistico, la band ha usato l'esperienza per evitare un fallo e rischiare così di non eguagliare il loro precedente lavoro, giocando di astuzia ed intelligenza, cambiando giusto un poco e il minimo necessario per rendere il nuovo album un'evoluzione logica ma che non può o deve essere messa a confronto con il disco dello scorso anno, per essere analizzata. Ammiriamolo così allora, con il suo rumore riverberato, l'atmosfera da seminterrato buio, più garage e a volte anche più ruffiano, come nel brano "Your Party is Gravy", con il suo taglio indie davvero coinvolgente, o quando le chitarre virano verso lo shoegaze ("No Return"). I Cowards rimangono una band che, orgogliosamente, non si colloca nelle mode musicali del momento, soffrono di un pregiato amarcord sonoro e restano una solida realtà nel panorama alternativo italiano, sicuramente una tra le più interessanti. (Bob Stoner)

(Bloody Sound - 2026)
Voto: 70

domenica 19 luglio 2026

Inferno - The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)

Ascolta "Inferno_The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Cosmic Psych Black
Gli Inferno sono da sempre una di quelle band che seguo con un interesse quasi devozionale. Dopo l'ottimo album del 2021, 'Paradeigma', l'attesa per il loro ritorno era altissima. Ed eccolo qui, servito su un piatto d'argento: 'The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)'. La band ceca sposta con il proprio sound, ancora più in là i confini dell'avanguardia, consolidando lo status di pioniera di un black metal psichedelico, esoterico e profondamente filosofico. Il titolo stesso è un esplicito e colto omaggio all'opera d'esordio del filosofo Emil Cioran (Al culmine della disperazione), e le liriche ne riflettono la medesima, lucida e nichilista disperazione esistenziale. L'album si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso psiconautico capace di destabilizzare i sensi fin dal primo secondo. L'incipit affidato a "Fission of the Soul" è un labirinto quasi totalmente strumentale, che mescola intuizioni psichedeliche ad atmosfere darkwave, per poi esplodere in improvvise accelerazioni ritmiche. Il risultato disorienta l'ascoltatore e ridefinisce le coordinate stesse del genere, strizzando l'occhio in modo palese alle derive cosmiche dei Blut Aus Nord. Man mano che ci si addentra nei movimenti centrali, la contorta "Dekranos Katexochen..." e la monumentale "With Raving Mouths They Utter Things Mirthless, Unadorned and Unperfumed", l'atmosfera si fa densa, marziale, quasi industriale (soprattutto la seconda delle due). Qui sono i feedback disturbanti e gli arpeggi al pari delle spettrali vocals di Adramelech a descrivere quel senso di isolamento totale che l'essere umano sperimenta di fronte all'infinito. Il climax finale giunge come una catarsi necessaria, ma tutt'altro che liberatoria: la ferocia residua si stempera in una psichedelia acida, scura e opprimente, che congela lo stato d'animo in una consapevole accettazione del vuoto. Il finale, "Circulus Vitiosus Deus (The Infinity Ravages All)", prosegue calcando i medesimi tasti di cosmic black. Parliamoci chiaro: chi è cresciuto a pane e Blut Aus Nord o Deathspell Omega, riconoscerà immediatamente la statura immensa di quest'opera. Un disco concepito non per il mercato, ma per chi vede nella musica estrema un puro strumento di trascendenza spirituale e intellettuale. Gli Inferno hanno costruito un rifugio per chi non ha paura di guardare dentro l'abisso; un'opera d'arte stratificata che, una volta passata la tempesta, ti lascia addosso una strana, bellissima inquietudine. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti - 2026)
Voto: 74