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domenica 26 luglio 2026

Krakh – Holes in Our Hearts

#PER CHI AMA: Depressive Black/Shoegaze
Prendete la disperazione esistenziale degli Harakiri for the Sky, mescolatela alle intuizioni blackgaze dei primi Deafheaven e immergete il tutto nel gelo siderale russo. Il risultato è 'Holes in Our Hearts', l'ultimo parto discografico dei Krakh, la one-man band di Vadim Nizamov. Dimenticate le vecchie velleità pagane del progetto, ai tempi di 'Strangle Hope', quando il polistrumentista guardava con più interesse ai Saor: qui si sprofonda nel vuoto assoluto, nell'isolamento e in un dolore emotivo che si fa ferita generazionale. La produzione è il manifesto del post-black metal moderno. Da un lato c'è un muro di chitarre stratificato e saturo di riverberi, dall'altro una batteria che oscilla tra mid-tempo ipnotici e blast-beat furiosi. Peccato solo per il basso, sacrificato sull'altare del mix e quasi impossibile da scovare, e per uno scream straziante che, pur pagando il pegno di una certa monocordia stilistica, sputa sangue dall'inizio alla fine. La discesa negli inferi parte con "...And The Silence Started Speaking", la classica intro che cederà ben presto il passo alle sfuriate improvvise di "Walls We Built", dove la disperazione vocale del frontman vi stringerà la gola in una morsa drammatica, e le trame chitarristiche più serrate ed espressive, si mostrano come un perfetto tiro alla fune, tra pura violenza esecutiva e una sottile, costante melodia nostalgica di scuola "alcestiana" che fa da sfondo. Il vero cuore dell'opera batte però nella title-track: qui i Krakh condensano la propria essenza spingendo forte sulle dinamiche post-rock, tra arpeggi in apertura, rallentamenti ipnotici e un climax finale guidato da riff taglienti di chiara matrice shoegaze, mentre le porzioni vocali si dipanano tra grim e growling vocals, non rinunciando peraltro alla classica voce angelica femminile. Le cose non cambiano poi molto anche in "Face Of Happiness", un pezzo che abbraccia ancora sonorità malinconiche per poi deviare verso territori più depressive black. Il sipario cala infine sui giri al minimo di "Ex Umbra in Umbra", una traccia strumentale dal forte sapore cinematico, ideale colonna sonora per un'introspezione cupa e priva di qualsiasi via d'uscita. 'Holes in Our Hearts' è un ascolto solido, viscerale, caldamente raccomandato a chiunque si nutra di blackgaze e di quel post-black metal atmosferico che non vuole fare prigionieri; è un disco avvolto nel mistero dell'underground, che si muove a fari spenti lontano dalle grandi testate mainstream. E direi che è meglio così. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70