venerdì 30 gennaio 2026

Order Of The Ebon Hand - XI: Justice

#PER CHI AMA: Hellenic Black Metal
Da Atene, ecco tornare gli Order Of The Ebon Hand con un nuovo lavoro, il quarto, intitolato 'XI: Justice'. Con undici tracce e settanta minuti di durata, l'album è una bestia alquanto differente da quanto la band aveva partorito in passato, per un viaggio lungo quanto il concetto stesso di giustizia, inteso non come tribunale terreno ma come equilibrio cosmico tra mondi e piani spirituali. Un black metal, quello del quartetto greco, che affonda le proprie radici nella tradizione ellenica anni '90, che richiama i fasti di Rotting Christ, Necromantia e Varathron, senza tuttavia dimenticarsi nemmeno la lezione dei primi Bathory. Con una produzione che bilancia magistralmente modernità ad attitudine raw, il disco si dipana in brani in cui le chitarre alternano tremolo picking rabbiosi a riff melodici carichi di una certa epicità, mentre le tastiere s'inseriscono con eleganza in sezioni ritmiche più pesanti, con l'intento di creare atmosfere oscure che ne amplificano la componente rituale. Insomma, gli ingredienti per far bene sembrano esserci tutti per offrire un black canonico dotato di una vena ritualistica. La batteria spazia tra blast beat furenti, mid-tempo ipnotici e rallentamenti doom-oriented (ascoltatevi "Gorgon", che vede peraltro alcuni passaggi in greco che amplificano la solennità del messaggio): il tutto è già conclamato nella lunga "Eryn", il brano che segue l'intro. A completare il tutto ci sono le vocals di Merkaal nel loro screaming acido, sebbene non rinunci a inserti puliti o spoken words ritualistiche. Devo ammettere di non esser mai stato un grande fan dei nostri, eppure l'ascolto di questa nuova fatica, mi ha fatto ricredere sulle qualità dell'ensemble. Se avevo trovato di grande interesse "Eryn", "Charybdis" suona un filo troppo canonica per i miei gusti, al pari della successiva "Glasyalabolas", che sfoggia tuttavia un notevole intermezzo atmosferico con tanto di vocals pulite ritualistiche. "Vine" è un altro brano che si abbatte come l'oceano in tempesta sulla battigia, ma che ci fa prender fiato con un altro break centrale. Più scolastiche "Amaymon" e "Justice I: The Sword", ma non per questo, meno efficaci. L'ultima hit la identificherei in "Anteriad", per una parte di chitarra davvero epica e un crescendo esplosivo notevolissimo. Da citare per ultima la parte acustica/solistica di "Justice II: The Scale", una chicca che rende giustizia a un signor album. Con un paio di pezzi in meno, forse staremo parlando davvero di un grande disco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 75

The Pit Tips - Best 2025

Francesco Scarci

Astronoid - Stargod
Contemplation - Au Bord du Précipice
Blut Aus Nord - Ehereal Horizon
Sunken - Lykke
Novarupta - Astral Sands

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Alain González Artola

Hesperia - Fra li Monti Sibillini (Black medieval Winter Over the Sibylline Mounts)
Vermilia - Karsikko
Ellereve - Umbra
Saor - Amidst the Ruins
Grima - Nightside

lunedì 26 gennaio 2026

Viserion - Fire and Blood

#PER CHI AMA: Black Metal
Emergono direttamente da un Kali Yuga in fiamme questi estremisti sonori statunitensi chiamati Viserion. 'Fire and Blood' è il loro nuovo vagito dopo l'EP di debutto del 2020, l'album del 2021 e uno split del 2023. La proposta sonora puzza tuttavia di vecchio e stagnante, pur proponendo un incendiario black-death. Il loro nuovo lavoro s'inserisce infatti nelle pieghe di quel filone dove l’aggressività nuda cruda del black incontra la perizia tecnica del death, richiamando l’oscurità dei primi Behemoth. Sgomberando subito ogni dubbio sul risultato ottenuto, diciamo che quanto sentirete in questo EP è già stato proposto in ogni tipo di salsa: le classiche chitarre affilate immerse in un mare di pece, sostenute da una sezione ritmica che non concede respiro e da una prova vocale efferata grazie ai suoi scream laceranti. Quante volte avrete ormai letto di lavori di questo tipo? Io ne ho scritti a palate, e per quanto le tematiche siano profondamente radicate nell’immaginario dark-fantasy de Il Trono di Spade, il risultato alla fine sarà di una noia mortale, sin dall'opening track, nonché anche traccia che dà anche il titolo al dischetto. L’apertura mostra subito la pasta di cui è fatto il quartetto di New York, tra ritmiche serrate e blast beat che trascinano l’ascoltatore in una fucina sonora di nichilismo puro. E con i successivi pezzi il risultato non cambia di una virgola, anzi la band sembra ulteriormente accelerare, senza mai però impressionare realmente, fatto salvo per la glaciale "Blackfyre" o la più melodica "Harrenhal". Alla fine quel che conta è che il disco rimane nella testa giusto il tempo di un ascolto, perché la voglia di riascoltare questo lavoro si rivelerà alquanto improbabile. Un suggerimento? Lasciate perdere va. (Francesco Scarci)

(Terminus Hate City - 2026)
Voto: 48

Olde Outlier - From Shallow Lives To Shallow Graves

#FOR FANS OF: Black/Thrash
From the always intriguing Australian underground scene emerges a new project called Olde Outlier. This band consists of four members who, in most cases, have previous experience in other extreme metal projects, which is usually a sign that this project was born with a clear vision. There have been no previous demos or EPs, as the band has straightforwardly released its debut opus entitled 'From Shallow Lives To Shallow Graves' with the always reliable label Iron Bonehead Productions.

'From Shallow Lives To Shallow Graves' is a short album, lasting roughly 35 minutes, but it is highly enjoyable as it navigates between the traditional realms of metal and black metal. In my personal view, the strongest ties are within metal, while a remarkable influence of traditionally black metal-related elements can still be felt. Contrary to other albums that combine these subgenres, brutality does not play a major role here, as Olde Outlier creates long compositions where atmosphere, melody, and a captivating darkness capture the listener's attention. The four compositions in this album are primarily based on a mid-tempo or slow pace, and they have an aged aftertaste that I personally like. This does not mean that the songs' pace is monotonous. Although more subtle, the tempo changes are adequately used, as the listener will appreciate and enjoy in the excellent album closer "All is Bright," for example. As mentioned, atmosphere and melodies are the core elements here. The album opener "The Revellers," which is the most intense track of the album, gives us a glimpse of this, but it is the longest composition of this record, entitled "The Pounding of Hooves," which explores and displays the melodic essence of this album more intensively. The guitar work here is top-notch, combining a good range of rhythmic and lead chords that enrich the song significantly. Even though it is not a particularly heavy track, the composition has a headbanging-inducing essence that makes it remarkably enjoyable, while the listener savors the excellent work done with the guitars.

As with the music, the production has an old-school touch, but it is very well-balanced, allowing both the instruments and vocals to be enjoyed and distinguished perfectly. Olde Outlier’s musical approach does not need a pompous production, but one that perfectly balances tradition and clarity to properly enjoy the melodies.

In conclusion, 'From Shallow Lives To Shallow Graves' is an album that fans who want to focus on melody and atmosphere will find highly enjoyable. The slower pace and long compositions create a great space for these guitar melodies to shine, and believe me, they are tasteful and pleasurable. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2025)
Score: 78

sabato 24 gennaio 2026

Fields of Jena - In Onirica

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Gothic/Dark
Dopo un intro preparatorio, dove il pianoforte accompagna i primi lamenti, ecco che si sprigiona una tale quantità di emozioni che pochi sapranno sopportare. Un’orgia in cui si fondono gothic, dark (vicino a certe cose dei Sister of Mercy), rock e death. Tra riff di chitarra al limite della melodia più triste, molto ben arrangiati e mai scontati, una batteria sostenuta che accompagna la disperazione, e una tastiera sempre presente con parti intelligenti, che rendono ancora più gustoso l’insieme, alla fine sono le liriche a meritare un posto in primo piano. Per niente scontate, evocano immagini veramente strazianti che, come affermato in apertura, poche persone potranno sopportare e ascoltare passivamente. Quando si pensava che ormai ci fossero solamente i soliti discorsi scontati e vuoti, fortunatamente sono arrivati i Fields of Jena a portare nuove riflessioni, sentimenti oscuri da affrontare nelle nostre notti insonni. Vi invito a scoprire voi stessi gli incubi (o i sogni) sprigionati da queste sei tracce, interpretate più che degnamente da Marco alla voce. Entrate, voi che volete perdervi irrimediabilmente, e sappiate che un’anima dark non ammette compromessi…

(Self - 2002)
Voto: 70

venerdì 23 gennaio 2026

Archvile King - Aux Heures Désespérées

#PER CHI AMA: Black/Epic
Non sono mai stato un grande fan della one-man-band capitanata da Baurus, un buon mestierante ma niente di più, almeno per il sottoscritto. 'Aux Heures Désespérées' è il secondo full-length per l'eroe transalpino che procede nel suo intento di voler proporre un black melodico intriso di un gran quantitativo di thrash metal. Lo si evince immediatamente dalle note dell'iniziale "Riposte", una song cadenzata, quanto nitida e tagliente, con le classiche linee di chitarra che corrono gelide lungo i binari di un black nordico, accompagnato da vocals acuminate e da intermezzi che richiamano un thrash anni '90. Tutto giusto per carità, ben suonato, carico di una enorme aura di malvagità, ma che in tutta franchezza, puzza di già sentito lontano un kilometro. La produzione è secca e pulita e rafforza quel senso di violenza che vuole rilasciare il disco, ma già alla seconda "Le Chant des Braves", mi accorgo che le mie corde non vibrano, per quanto, nel saliscendi ritmico dell'artista francese, si possano riconoscere echi di Windir o addirittura dei primi Dissection. La verità è che se questo disco fosse uscito 20 anni fa, avrei forse gridato al miracolo, ma oggi mi sembra un lavoro normale, tanto normale. E non bastano le buone aperture melodiche del secondo brano, i riferimenti ancor più forti ai Windir della terza "L’Excusé", o la ricerca frenetica di parti atmosferiche in "Le Carneval du Roi des Vers"; alla fine sembra sempre che manchi qualcosa che faccia spiccare il volo al disco. In "Sépulture", ammetto invece che ci sia una maggior ricerca di soluzioni alternative, non fosse altro che non ci troviamo di fronte al solito serratissimo attacco frontale, ma le parti atmosferiche, guidate dalle keys, hanno un ruolo meno marginale nell'economia del brano. Oggi, le vocals urlate, le ritmiche sparate alla velocità della luce, le chitarre aguzze non sono più sufficienti, vorrei più anima ed emozioni, proprio come accade in "Sépulture", dove il black abbraccia soluzioni più "gaze", che imprimono un senso di malinconia e che, alla fine dell'ascolto, mi fanno identificare qual è stato realmente il brano che più mi ha toccato nel profondo. Il resto, potrete constatarlo voi stessi: fatto salvo per l'outro, vi si pareranno davanti altri due attacchi frontali di un black metal che probabilmente, avreste trovato esaltante 20/25 anni fa. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 65

giovedì 22 gennaio 2026

Arallu - DMoon - From The Ancient World

#PER CHI AMA: Mesopotamian Black Metal/Thrash
Se c’è una band capace di far risuonare l’eco delle sabbie millenarie nel caos primordiale del metal estremo, quelli sono gli israeliani Arallu, dal momento che il silenzio regna sovrano dalle parti dei Melechesh. 'DMoon - From The Ancient World' è apparentemente il nono album della band di Ma'ale Adumim, in realtà il disco è una riscrittura completa del loro leggendario 'The Demon from the Ancient World', uscito nel 2005. A distanza di 20 anni da quel disco, ci ritroviamo a celebrare quel vagito, che francamente non ebbi modo di ascoltare all'epoca, ma da quel che ho capito, non ricevette grandi elogi a causa di una produzione piuttosto grezza (e oggi non posso negare come il suono di quel disco sia vicino a certe sgradevoli cose registrate nello scantinato di casa). Finalmente quel lavoro, per quanto seppe conquistare un certo status symbol, ha una nuova dignità, che esalta il black thrash del quartetto, da sempre in grado di alternare ferocia bellica (molto evidente in brani come "Sierra Nevada", la più roboante e carica di groove, "The Dead Will Rise Again" o ancora "Battleground", un nome, un programma) con quelle melodie folkloriche mediorientali che ci trascinano tra antichi dei sumeri e cronache di sangue e battaglie, con ogni colpo di batteria che sembra scandire la caduta di un impero. Tra i solchi di questo massacro, ecco che i miei brani preferiti si mostrano sottoforma dell'opener "Dingir Xul", per l'utilizzo di strumenti folk, della già citata "The Dead Will Rise Again", godibile soprattutto nella seconda metà, anche per quel suo assolo da paura. Ho adorato la tribale "Ishtar Will Rise (The Sumerian Words)" con quell'intreccio di chitarre e tastiere a esaltarne gli arrangiamenti, al pari di "The Devil's Massacre", un pezzo che potrebbe collocarsi a metà strada tra Slayer e Melechesh, in un'altalena ritmica micidiale. Ultima menzione per "War Spirit", e un incipit che sembra proiettarci indietro nel tempo di 2000 anni, verso la fonte di quella pozione magica che potrebbe anche rendere eterno un lavoro come questo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 78

De Profundis Clamavi - Artes Moriendi

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Metal
Un viaggio sonoro nel profondo abisso del black metal, quello che i De Profundis Clamavi ci offrono con il loro demotape, 'Artes Moriendi'. La band, segnata da un passato tormentato e da continui cambi di formazione, emerse dalle tenebre con un'opera che necessitava attenzione e dedizione. All'inizio, il suono di 'Artes Moriendi' può risuonare come un'eco di cliché già uditi, una superficie che sembrava troppo liscia per il mio palato affilato. Ma come una maledizione che si svela lentamente, ho scoperto che ogni ascolto successivo rivelava strati di complessità e oscurità. Questo lavoro non è solo un'espressione di black metal crudo; è un rituale sonoro che trascende il banale, un inno alla desolazione. Le composizioni si snodano in un abbraccio di riff gelidi e melodie sinfoniche, dove i tappeti di tastiera s'intrecciano con la furia delle chitarre, creando un'atmosfera densa e oppressiva. Ogni nota sembra evocare un senso di dolore e malinconia, trasportando l'ascoltatore in un viaggio attraverso le ombre della psiche umana, riflettendo perfettamente l'essenza di ciò che il black metal dovrebbe essere: un'istantanea della sofferenza umana. (Francesco Scarci)

(Self - 2003)
Voto: 65