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lunedì 29 giugno 2026

Abrasive Trees – Light Remaining

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Post-Punk
Ci ho messo un po’ di tempo per assimilare il nuovo lavoro degli Abrasive Trees, non tanto perché la loro sia musica di difficile comprensione, ma perché lo stupore e la meraviglia che mi hanno investito dopo il suo ascolto sono stati davvero intensi. La scoperta di 'Light Remaining' (forse un gioco di parole che richiama il celebre 'Remain in Light' dei Talking Heads) ha, per un ascoltatore attento, la capacità di far ripercorrere la memoria avanti e indietro tra decenni di musica alternativa e underground, nota dopo nota, innescando quasi una gara mentale per individuare quali band del passato possano aver influenzato questo o quel brano. Mettendo subito da parte anche la più banale ipotesi di plagio, per questo quartetto inglese non posso che spendere parole estremamente positive: si tratta della loro miglior produzione fino ad oggi, con un sound ricercatissimo, ipnotico e spettrale, senza mai risultare eccessivamente cupo. Al suo interno si cela una vena di malinconia sognante e, soprattutto, emerge un’impronta mistica, delicata e profonda, davvero degna di nota. Volendo riassumere velocemente il loro sound, potremmo immaginarlo come una fusione tra il potere allucinogeno delle parti più morbide e intense di "Wrist of Kings" degli Isis e, in una versione meno tetra, il modo di intendere il post-hardcore dei francesi Year of No Light, il tutto amalgamato con il post-rock estatico dei Bark Psychosis di 'Hex'. Ciò che mi ha colpito maggiormente è la capacità della band di attingere da riferimenti concreti come il post-punk dei The Chameleons o gli intrecci chitarristici che richiamano il periodo neo-psichedelico degli Echo & The Bunnymen, per poi costruire nuovi paesaggi sonori, in parte affini anche agli ultimi lavori degli storici The Danse Society (pur orientati maggiormente verso il prog rock). Prendiamo ad esempio "Flickering Flame", un brano spaventosamente bello, che unisce un’ipnotica psichedelia minimale a un senso di chiusura, quasi affine a una marcia funebre, come quella percepibile in "Decades" degli inarrivabili Joy Division, qui però trasfigurata in un mantra liquido dalle tinte post-rock. "Carved Skull", così come l’inizio di "Tao to Earth", richiama fortemente i The Church, ma la band riesce a fondere queste influenze con una concezione chitarristica che rilegge la psichedelia in chiave anni ’60: espansa, dilatata, con sfumature quasi doom, sicuramente ipnotiche e cerebrali. Ascoltate il lungo brano strumentale "I Didn’t Mean to Hurt You", che supera i dieci minuti: chiudete gli occhi ed entrate in uno stato di trance, trasportati da echi cinematografici dal sapore orientaleggiante disseminati lungo la traccia. Intorno al quarto minuto, una rullata improvvisa e un cambio di tempo, accompagnati da un arpeggio di chitarra fortemente evocativo, vi faranno sobbalzare, come se foste tornati a metà anni Ottanta davanti a un nuovo pezzo dei Fields of the Nephilim o dei The Mission, con un finale pseudo-elettronico che richiama i Section 25: pura delizia per gli appassionati di quel periodo. È davvero una sensazione straordinaria lasciarsi travolgere dal suono di questo disco, prodotto in modo sobrio e naturale, capace di mettere a nudo tutta la sensibilità dei musicisti. Il modo in cui riescono a intrecciare il post-punk degli anni ’80 con il post-rock e il post-hardcore più recenti risulta estremamente fluido e coerente, conferendo all’album un fascino senza tempo. Un disco prezioso, dal contenuto sonoro criptico. Ascolto caldamente consigliato. (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 85