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mercoledì 11 febbraio 2026

Humanity Zero - Cursed Be the Gift of Life

Ascolta "Humanity_Zero_s_Suffocating_Funeral_Doom_Monolith" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Funeral/Doom/Death
Continuiamo in scia ai Tempestuous Fall, con un altro lavoro di funeral doom, ossia 'Cursed Be the Gift of Life', sesto full-length dei greci Humanity Zero, un monolite che punta tutto su lentezza, oppressione e un senso di condanna cosmica. A dispetto della release della one man band australiana, il duo ellenico si presenta però con del materiale più sinistro, punitivo e pesante (complici probabilmente le liriche, orientate a una visione ferocemente misantropica e anti-consolatoria) che li rendono di più difficile digestione. Quattro lunghi estenuanti pezzi (più un inutile outro rumoristico), costruiti su riff pachidermici e tombali come gli accordi che restano sospesi come la nebbia nella nostra Pianura Padana già con la title track inziale, a porsi come un bel biglietto da visita. Non troverete nessun appiglio, ma preparatevi a una discesa negli inferi, accompagnati da un tono sommesso e soffocante, che trova modo di alzare lo sguardo nei rari casi di accelerazione che qua e là irrompono nei quasi 12 minuti dell'opening track. Non si cambia certo canovaccio neppure con la successiva "Forgiveness Devoured", una traccia all'insegna del nichilismo totale, accompagnato da opprimenti sonorità doom, con vocals catacombali e un rifferama lento e agonizzante come la morte che, per almeno i primi quattro minuti, vi peserà sul torace come il cinghiale di una famosa pubblicità. Poi, assistiamo a un tentativo di uscire dalle tenebre, ma con quell'organo dirompente al quinto minuto, la sola direzione da intraprendere, è quella per il cimitero. "Heresy Rising" conferma l'asfissiante densità ritmica, con un sound che evoca i primissimi Anathema; ma qui le chitarre al terzo minuto si fanno più graffianti e il suono si fa più death metal, giusto un paio di minuti però, prima di sprofondare nuovamente negli abissi del funeral, al pari della successiva "Maledictio Amara", che ci impiega quasi due minuti prima di prendere il via, e rimanere comunque impantanata in un'atmosfera similare dall'inizio alla fine. Dura eh concluderne l'ascolto, ve lo posso garantire. Alla fine, quello degli Humanity Zero è un disco che farà felici i soli fan di Shape of Despair ed Evoken, gli altri si tengano alla larga. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 63

lunedì 8 aprile 2019

Humanity Zero - Proseliytism

#PER CHI AMA: Death Doom
Nati nel 2003 come death one-man-band dalla mente di Dimon's Night, i greci Humanity Zero hanno trovato solo nel 2018 nelle vocals di Kydoimos, l'ideale sparring partner del primigenio mastermind per offrire un concentrato di death doom, in quello che è addirittura il quinto album della band ateniese, il cui presente 'Proseliytism'. Quello che balza subito all'orecchio, oltre alla proposta tipicamente death doom, è forse il cantato del frontman, che sembra eruttare il proprio growling attraverso un tubo, per un risultato alla fine un po' ostico da accettare. Ascoltando l'opener, "Celebrating the Opener of the Way", quello che sembra emergere è il carattere cerimoniale delle keys che suonano pompose in una sorta di orgia ecclesiastica, mentre le chitarre, proveniendo dal territorio ellenico, risentono in un qualche modo della loro origine, relegando le influenze di My Dying Bride e soci in secondo piano, anche se l'influsso di quest'ultimi emergerà subito nella ritmica in apertura di "Ruler of the Ultimate Void of Chaos", per un risultato un po' troppo statico e privo di colpi di scena. Francamente non amo apparire come la Santa Inquisizione ma devo ammettere che la proposta del duo greco non mi scalda proprio l'anima come dovrebbe invece fare questo genere. Faticano e non poco infatti  i nostri ad uscire dalla visione stantia, cupa e desolata di simili sonorità. Vi dirò che la scarsa armonia di fondo poi mi fa sbadigliare non poco durante l'ascolto del disco, auspico che ci sia qualcosa che possa risollevare le sorti di un lavoro ahimè già destinato al plotone di esecuzione. "The Slumbering One", la militaresca "The God of the Bloody Tongue" (che vanta un break molto ma molto simile ai My Dying Bride, manca solo la voce sofferente di Aaron) fino a giungere alla conclusiva e drammatica "Dark Angel of the Four Wings", sono onesti pezzi di death doom che risentono parecchio, nella loro scarsa fluidità musicale, del retaggio tipicamente death di Dimon's Night (il che si evince anche da un artwork decisamente votato ad elementi del death metal). Non sono sufficienti quelle onnipresenti tastierone ad alleggerire un risultato che fatica ad aver presa o risultare in qualche modo originale. Sembra di rituffarsi indietro nel tempo di quasi trent'anni, unire il vecchio umore di 'As the Flower Withers' con la pesantezza di 'Serenades' degli Anathema, per un risultato a dir poco obsoleto e che ahimè non riscuote in alcun modo i miei favori. Spiace sempre segare un album, ma in questo caso vuole essere uno sprono a fare meglio in futuro, alla ricerca di una maggiore identità sonora, per regalare davvero qualcosa di più a chi si ciba di simili suoni, sottoscritto compreso. (Francesco Scarci)