Interviews

sabato 31 ottobre 2015

Annwn - Idris Awaits

#PER CHI AMA: Black/Folk, Agalloch
Gli Annwn sono una band gallese attiva ormai dal 2005, quando era un semplice solo project. Dopo la solita trafila di demo/promo, il quartetto di Swansea si mette a scrivere il primo lavoro. Era il 2009. Finalmente nel 2015 vede la luce 'Idris Awaits', un EP di 4 pezzi per venti minuti di sonorità folk black, che vedono addirittura includere una tradizionale ninna nanna gaelica, la conclusiva (e sonnolente) "Suo Gan". I nostri esordiscono però con "Mountain's Sunrise", che abbina chitarre elettriche con giri acustici e voci corali che riprendono un sound celtico unito ad influenze di "Agallochiana" memoria. Ottimo l'intermezzo folkloristico che si può ascoltare a metà brano, in cui l'aggressività data dalla sezione ritmica, cede il passo a melodie paesane, arpeggi ed epici cori. Il dolce suono della sei corde apre anche "Moutain's Peak", song semiacustica narrata da una voce forse un po' troppo fredda e asettica. Le chitarre tornano a vibrare con "Mountain's Farewell", la song più interessante delle quattro, ma anche quella in grado di evidenziare pregi e limiti di questo EP. Partendo dai primi, sicuramente da non trascurare le buone atmosfere che si respirano e l'approccio dei nostri che torna a chiamare in causa gli statunitensi Agalloch. Inoltre il sound è decisamente più dinamico con una certa alternanza tra linee di black metal frammiste a partiture folk, con le vocals di Owain ap Arawn che trovano anche uno sfogo urlato. Se vogliamo evidenziare i punti deboli del disco, sono invece rintracciabili in una produzione forse non all'altezza, e nell'utilizzo talvolta elementare degli strumenti a propria disposzione. C'è ancora molto da lavorare, ma le idee degli Annwn sono potenzialmente buone. Spero solo non serva un altro lustro per partorire nuove idee, sarebbe un bel problema continuare a ricordarsi di questo nome. (Francesco Scarci)

giovedì 29 ottobre 2015

Moonreich – Pillar of Detest

#PER CHI AMA: Black, Deathspell Omega, Blut Aus Nord
Album di assoluto valore questo 'Pillar of Detest' della one man band transalpina che risponde al nome Moonreich, lavoro pieno di derivazioni e influenze venute dalle terre più sacre del black metal d'avanguardia, tra cui posso citare con piacere immenso, Deathspell Omega, Arcturus, Blut Aus Nord, Ved Buens Ende e per attitudine al perfezionismo sonico e modernismo anche Ishanh. Weddir, il mastermind francese è mostruoso, cinque album tra EP e full length tra il 2008 e il 2015 è una mole di lavoro immensa considerando la caratura dei sui lavori e la vetta creativa raggiunta con questa maestosa opera ultima. Qui troviamo di tutto: dissonanze e melodia, attacchi velocissimi in stile hardcore, grind, black e atmosfere originalissime care al progressive metal, l'ombra dei Watain, la malinconia, le tenebre mescolate ad una intensità e una peculiarità compositiva che appartiene solo a chi osa spingersi oltre. I primi tre brani scivolano divinamente, con "Ad Nauseam" in apertura che fluttua nel segno di un'avanguardia fantasiosa e folle. Si arriva all'ascolto di "Sheitan", il quarto brano, uno strumentale che mostra una stupenda scrittura prog, con cui rischio lo smarrimento spirituale soffermandomi nell'apprezzare i vari strumenti giocare con le dissonanze e le cadenze mistico/ancestrali. Il successivo lungo pezzo è la title track, una cascata di violenza controllata e trascinate in puro stile black, modello Blut Aus Nord, con chiaroscuri degni di nota, cambi di tempo frequenti e una coda che richiama i classici del thrash più puro. Il musicista parigino non si risparmia e suona divinamente ogni strumento e cosa che avvalora ancor più il suo operato, è una produzione al di sopra delle righe che permette di apprezzare ogni singolo accordo e ogni minima battuta di un album psicotico tutto da amare. La velocità non manca e neppure la fantasia, tutto è giocato infatti su un'imprevedibilità di fondo e dal riff inaspettato, rumoroso, raffinato e complicato, d'atmosfera o d'impatto, comunque, sempre assai spettacolare. Una sensibilità compositiva evoluta unita ad un artwork di copertina molto bello che centra la trasversalità della proposta musicale e che impreziosisce ulteriormente l'opera. 'Pillar of Detest' è un album carico di pathos, figlio degenerato ed attualizzato in veste black metal delle forme e delle ricerche sonore progressive rilasciate dai King Crimson nei tempi migliori. L'avanguardia fatta realtà! Album notevolissimo di un grande artista, da far proprio a tutti i costi! (Bob Stoner)

(Les Acteurs de l’Ombre Productions - 2015)
Voto: 90

martedì 27 ottobre 2015

Svederna - Äntra

#PER CHI AMA/FOR FANS OF: Black Old School
Gli Svederna provengono da Värmland, una contea situata nella Svezia centro-occidentale. Sono passati quasi 3 anni dall'uscita di questo meraviglioso full-length intitolato 'Äntra'. Nonostante le loro immense capacità compositive ancora non hanno trovato un etichetta che produca loro questo album di debutto e personalmente trovo questa cosa parecchio assurda. Uscito solo in cassetta, autoprodotto e limitato a 50 copie, 'Äntra' è uno degli album migliori degli ultimi tempi. Si tratta di black metal simile a quanto prodotto dai compaesani e giustamente osannati Skogen, Stilla e Armagedda, con un pizzico dei norvegesi Kampfar e primi Vintersorg, qua e là. Nomi che non hanno bisogno di presentazioni ma che stranamente in termini di qualità non sono superiori ai nostri Svederna. Snodandosi lungo un percorso di 42 minuti, 'Äntra' dimostra di essere un album compatto, ben concepito, che non si perde per strada; infatti in questo viaggio, si percorrono aspri sentieri gelati indirizzati verso il più furioso e tradizionale black metal, fatto di riff massicci in perfetto equilibrio tra potenza e melodia. La matrice è chiaramente svedese ma l'originalità e l'efficacia non hanno termini di paragone e sono costanti per tutta la durata della release. A darci forza in questo cammino è una poderosa batteria suonata in maniera esemplare che alterna mid tempos a blast beat repentini e furibondi, i quali sanno penetrare ogni fibra dei nostri muscoli, spesso grazie ad un accompagnamento di basso determinante. In questo viaggio emozionale si è inoltre rapiti da delicati momenti rappresentativi di antiche saggezze: chitarre acustiche, cori e suoni ambientali non fanno altro che impreziosire il tutto, donandogli fascino e mistero. Tra le mie canzoni favorite c'è la terza traccia “Återvändlöshet”, la più lunga song di 'Äntra' che conclude il lato A del nastro e “Naturligt Vis” la prima del lato B, canzone estremamente evocativa, forse la meglio riuscita dell'intero lotto. L'album vanta una registrazione davvero molto buona, carica e cristallina che sa esaltare a pieno lo spirito e le capacità della band. Se dopo tutti questi pregi state ancora aspettando i difetti, purtroppo temo di non potervi accontentare. Non si riescono a trovare punti a sfavore nemmeno analizzando i testi che sono cantati da una voce ruggente e sferzante, quasi “criminale”, anzi, si può asserire che sono scritti ad arte, ricchi di molti riferimenti occulti e vagamente criptici ed hanno come tema l'anti-stabilizzazione, un modo diverso e forse più originale di dire “anti-umano” e qui per approfondimenti vi rimando al sito ufficiale della band (www.svederna.se) che ha pensato bene di fornirci una traduzione dettagliata dallo svedese al tedesco e all'inglese. 'Äntra' è uno scrigno prezioso contenente tutta la potenza e l'eleganza di una band che ha dato vita ad un autentico capolavoro, un disco eccelso, consigliato a tutti gli amanti del black metal più puro e incontaminato, quello che non ha mai smesso di aleggiare nelle foreste innevate con la sua pallida e sepolcrale luminescenza. (Alessio Skogen Algiz)

Svederna comes from Varmland, a county located in the west-central Sweden. Three years have passed from the releasing of this wonderful full-length entitled 'Antra'. Despite their immense compositional skills, they haven't found yet a label interested to produce their debut album and I just think this is quite absurd. Released on cassette only, self-produced and limited to 50 copies, 'Antra' is one of the best albums I have recently listened to. It is a sort of black metal that reminds the sound of other swedish bands Skogen, Stilla and Armagedda, but also the one of Norwegian Kampfar and early Vintersorg. Even if these are bands that need no introduction they aren't any better than Svederna. 'Antra', flowing along its 42 minutes, proves to be a compact album, well-designed, very direct; in fact, along the trip we can travel on rough and iced roads directed to the most furious and traditional black metal, made of massive riffs with a perfect balance between power and melody. The matrix is ​​clearly Swedish but the originality and efficacy have no terms of comparison and are constant for the entire length of this release. To increase the strength, there is a powerful drums played in an exemplary manner able to alternate mid tempos to sudden and furious blast beats, which penetrate every fiber of your muscles, thanks to a decisive bass accompaniment too. In this emotional journey, I was also kidnapped by delicate moments representative of ancient wisdom: acoustic guitars, choirs and ambient contribute to enrich the whole sound providing charm and mystery. Among my favourite songs there are the third track, "Återvändlöshet," the longest song of 'Antra' which concludes the A-side and "Naturligt Vis" the first of the B-side, a song extremely evocative, maybe the most successful of those included in the release. The album has an excellent recording, full and clear, which exalts the spirit and the capabilities of the band. If despite these qualities you are still waiting for some shortcomings, nevermind. You won't be able to find issues here, even analyzing the lyrics sung by roaring and lashing voices, almost "criminal"; indeed, I can say that they are well written, rich of many hidden references and vaguely cryptic with a central theme on the anti-stabilization, a different and perhaps more original way to say "anti-human". For further details/insights on this subject please refer to the band's official website (www.svederna.se) where you can find a translation from Swedish to German and English. 'Antra' is a treasure chest containing the power and the elegance of a band that has created a true masterpiece, a great work recommended to all lovers of pure and uncontaminated black metal, the one has not stopped to linger in the snowy forests with his pale and sepulchral glow. (Alessio Skogen Algiz - Translated by Francesco Scarci)

(Self - 2013)
Voto/Score: 100

Narrenschiff – Of Trees and Demons

#PER CHI AMA: Stoner/Psych/Doom
La band di Senigallia dopo un EP del 2014, immette sul mercato grazie alla Red Sound Records, un album di caldissimo stoner rock saturo di polvere e pesantezza, dal titolo 'Of Trees and Demons'. La grafica di copertina, curata dall'artista Stonino, è impeccabile, concisa, psichedelica e astratta al punto giusto, mentre la musica contenuta nel box, soffre benevolmente dei retaggi più noti del genere, recuperando forme e sonorità dai ben più famosi alfieri della musica del deserto, come Kyuss, Goatsnake, Fu Manchu, Orange Goblin, Sleep e Nebula. In realtà questa appartenenza così vistosa risulterà una carta vincente nel sound della band che alla fine si presenta molto professionale ed alquanto originale. La commistione di generi e la sua intelligente mescolanza fa in modo che l'intero album scorra felicemente nelle nostre vene, risvegliando vecchi amori dell'epoca d'oro, che assai di frequente le stoner band moderne nemmeno si sognano di fare, risultando troppo spesso e volentieri tutte omologate. I Narrenschiff si muovono nell'heavy psichedelico con lanciatissime scorribande lisergiche, con abilità e profonda conoscenza del genere, risultando compressi, pesanti, e con un vocalist, Riccardo Pancotti, la cui voce porta un timbro vintage volutamente monotematica in stile Saint Vitus/Orange Goblin, anche se più bassa e salmodiante, quasi blues alla Fatso Jetson. Nei brani convivono momenti di alta allucinazione e stati di deflagrante voglia di watt sparati a tutto volume, frenesia con ogni song tesa e pronta ad esplodere in qualsiasi momento. Ottimi musicisti, una produzione eccellente, accompagnata da recording e mixing dell'ingegnere del suono Gianni Drone Manariti al Red Sound studio tra i confini nazionali (Petacciato – CB) e mastering a New York da parte di James Plotkin, fanno di 'Of Trees and Demons' un buon album stoner al 100% e come detto, brano dopo brano (vi segnalo tra le altre “Event Horizon” per l'utilizzo del digderidoo nel suo interno) si ha l'impressione di navigare attraverso i suoni di quelle band storiche e rivivere esperienze allucinogene passate. C'è molta passione in questi ragazzi rimasti esposti al sole dei deserti americani per troppo tempo, il tempo necessario per rubare tutti i segreti della sua musica e risuonarla alla grande. (Bob Stoner)

(Red Sound Records - 2015)
Voto: 80

sabato 24 ottobre 2015

Windfaerer - Tenebrosum

#PER CHI AMA: Death/Black, Ne Obliviscaris
Ho scoperto i Ne Obliviscaris e anche grazie a me si è materializzata l'uscita del loro primo album per la nostrana Code666. Ora non so se i Windfaerer possano essere identificati come i degni eredi dei ragazzi australiani, quel che posso dire è che 'Tenebrosum' è un disco bomba che piacerà sicuramente a tutti quelli che come me, hanno amato e amano tutt'ora l'act di Melbourne. Punti di contatto con l'ensemble autore di 'Portal of I', e più recentemente di 'Citadel', ce ne sono parecchi: partiamo da un approccio black/death coadiuvato da un violino che suona con incredibile passione. La opener "Celestial Supremacy" ci regala una band che sembra aver fatto un gran salto in avanti rispetto agli esordi di 'Tribus'. Un songwriting eccellente, delle chitarre aguzze che sembrano derivare dallo Swedish death/black, in una specie di ibrido tra Dissection e primi Dark Tranquillity, con le graffianti vocals di Michael Gonçalves (tra l'altro anche chitarra e basso) supportate dall'inebriante suono del violino di Benjamin Karas (in arte Valček) e dal trambusto sonoro di John Paul Andrade dietro la batteria. Ma ciò che ruba inevitabilmente la scena e su cui finisce per avvitarsi l'intero sound dei Windfaerer, è lo psicotico violino di Valček, dotato di suoni sinistri ma assai melodici. "Finisterra" (il cui riferimento alla città della Spagna, ci porta a scoprire che 'Tenebrosum' esplora la mitologia della penisola Iberica) parte più compassata, con una ritmica dal forte sapore nordico che arriva a richiamare addirittura 'Lunar Strain' degli In Flames per una certa vena folklorica che si cela dietro alle sue note. Ma è la seconda parte del brano a dare il meglio di sè, quando chitarra e violino tra loro a braccetto, incendiano l'aria con delle strazianti ma estatiche melodie. "Tales Told in Oblivion" mostra l'elevata verve del terzetto del New Jersey, incredibile nel muoversi sia su tempi tirati, che in ambiti più atmosferici (qui addirittura quasi jazz). La creatività dei Windfaerer continua a stupire, non solo nella produzione di lunghi brani, ma anche nell'alternanza di saliscendi emozionali, cambi di tempo, strutture ritmiche e molto, molto altro. 'Tenebrosum" è un signor album, non so se già all'altezza di 'Portal of I', ma sicuramente si tratta di un disco per cui valga la pena spendere mille parole. E cosi proseguo nel mio ascolto, arrivando alla roboante e strumentale "Santeria", guidata dal diabolico suono del violino che si innesta sulla robusta sezione ritmica in una song che somiglia quasi al 'Trillo del Diavolo' di Tartini e la cui performance vale da sola il prezzo del cd, per cui già ora vi invito a rintracciare tramite la pagina bandcamp del trio statunitense. Rispetto ai gods australiani, i Windfaerer non hanno ancora optato nella doppia soluzione vocale (pulita e urlata), per cui il sound alla fine appare come più violento, sebbene le melodie del violino infiammino non poco la mia anima. "The Everlasting" è furente nel suo incedere con una cavalcata brutale stemperata solo dalla tiepida melodia dello strumento ad arco e da un finale che crea un'attesa molto simile a quella di "Blashyrkh (Mighty Ravendark)" degli Immortal. Strepitoso. Con "Morir en el Olvido" si continua a cavalcare i lidi del folk black tra melodie lontane e screaming arcigni e un malinconico assolo conclusivo. Peccato solo che la produzione non sia sempre all'altezza e la mancanza di pulizia alla fine ne penalizzi un po' il risultato a causa di suoni un po' troppo spesso impastati. L'ultima traccia è affidata alla nevrotica furia di "The Outer Darkness", song che se fosse contenuta in un disco qualsiasi degli Anaal Nathrakh, nessuno avrebbe a che ridire: violenta, sprezzante, selvaggia, quasi fuori contesto dal resto del disco, non fosse altro per quel magnifico violino che si diletta ancora una volta in fughe da musica classica e dimostri quanto il nostro amato metal sia perfettamente complementare alla musica dei grandi mucisisti del passato, Bach, Wagner o Dvorak. Bella scoperta quella dei Windfaerer per cui ora aspetto il grande salto, motivo in più per tenere il voto di questa release almeno mezzo punto più basso. Impressionanti. (Francesco Scarci)

Australasia - Notturno

#PER CHI AMA: Post Rock/Post Black, Mogwai, Godspeed You! Black Emperor 
Provo sempre un sottile senso di invidia quando capito in lavori come questo ‘Notturno’, secondo full length degli Australasia. Un disco complesso, concettuale, figlio dell’ottimo polistrumentista italiano Gian Spalluto che si diletta tra chitarre, basso, tastiere e batteria. Il risultato è un’opera post-rock strumentale, che però sta stretta nei confini del genere. Anzitutto, la durata dei pezzi: solo la bella "Eden" supera i 6 minuti di durata. Le altre tracce sono invece costruite su una forma canzone più concentrata e ragionata, senza inutili ridondanze chilometriche. Poi i suoni: certo, vengono in mente subito Mogwai e Godspeed You! Black Emperor, riferimenti fortissimi in ‘Notturno’. Ma non è tutto qui: alcuni s direttamente dalle librerie di The Cure e Mike Oldfield ("Creature", "Lumen"), altre progressionynth piombanoi ricordano i The Mars Volta e i Pink Floyd ("Haxo", "Amnesia"). Ci sono anche elementi tipici dello shoegaze (soprattutto sugli effetti delle chitarre); e i riferimenti allo stile orchestrale tipico delle colonne sonore di Ennio Morricone – ma anche Brian Eno – sono altrettanto evidenti ("Invisible", l’asciutta e poetica "Notturno"). Sopra tutto questo però, c’è un alone di oscurità, di crudo malessere e soffocamento, che permea il lavoro. Le melodie e gli arrangiamenti, pur emozionanti e oniriche, evocano un senso di perdita, nostalgia: a poco servono le distorsioni e le accelerazioni di batteria. I soundscapes creati da Spalluto rimandano chiaramente ad una scena black riletta però in chiave melodica e contemporanea, anche attraverso il misurato uso di elettronica e suoni ambient ("Nebula"). Un bel lavoro, capace di rapirvi per quasi tutto l’ascolto. ‘Notturno’ tuttavia non riesce a strapparmi un voto più alto: dopo aver premuto stop, l’eco dei brani si spegnerà piuttosto rapidamente. Tutto molto bello, ma forse poco personale e memorabile: intendiamoci, Spalluto tratta i riferimenti musicali da vero professionista, con gusto ed equilibrio. Ma c’è forse ancora poca rilettura personale al di là della pur originale combinazione degli elementi in sé. (Stefano Torregrossa)

(Apocalyptic Witchcraft - 2015)
Voto: 70

Amidst the Withering - The Dying of the Light

#FOR FANS OF: Symphonic Black/Doom/Death Metal, Dimmu Borgir, later Emperor
After a ten-year hiatus, this Atlanta-based Black/Doom acts’ second release is pretty much the shining example of why taking the time to compose and bring out the best of the material is wholly welcomed. Augmented strongly by a stellar keyboard-led attack that fully evokes grandiose imagery and bombastic rhythms, these highly-enjoyable rhythms are at the centerpiece of the band’s work by offering a sprawling landscape upon which to hand the rest of the work here with the guitar rhythms and drumming running along those foundations. Employing a strong mixture of both mid-tempo chugging that straddles the border between Doom and Death Metal with its low-slung rhythms and chunky riffing alongside the swirling tremolo riffing in truer Black Metal, this one manages to make for a pretty explosive mixture here as the three distinct styles come together quite nicely, ranging from strong blasts of lavish Black/Death Metal to heavy mid-tempo Doom outbursts and melody-driven grandiose pieces that feature a strong symphonic backdrop throughout. These varied approaches also allow quite a nice change-up as well in giving the different vocals here, from the raspy shrieks and clean croons alongside deeper growling and even eerie whispers to feel like a natural progression and part of a cohesive whole here, which is quite an impressive accomplishment here. Sure, some of the tracks could really be trimmed down some since there’s epic arrangements that do tend to go on far longer than it really should here and makes the album laborious to get through on the second half, but overall there’s a lot more to like here which makes this a great deal of fun with some solid tracks here. Instrumental intro ‘A Prelude to Darkness’ offers the kind of grandiose keyboards and majestic orchestration that make for a grand opening piece and sets the stage for the dynamic proper first-track ‘Auri Sacra Fames’ which bridges the absolutely grandiose keyboard work and haunting clean vocals with choppy, chugging rhythms and swirling Black Metal riff-work that makes for a stellar impression here with the grandiosity and charging rhythms working nicely in sync with each other. ‘The Clarion Light,’ ‘Autumnal Lament’ and ‘The Acolyte’ all move away from those strong rhythms for a simple series of tight chugging patterns overlaid by the swirling keyboard patterns that keep the light charging tempos going along strongly here for an overall enjoyable effort. The more symphonic ‘The Withering’ offers a strong symphonic melody against the charging mid-tempo rhythms building underneath as the mid-tempo paces drives into a stellar chunky Death Metal rhythm with the tremolo riff-work and fine keyboard work as the dueling rhythms build to an epic finish here in one of the album’s highlight tracks. Both ‘Aegri Somnia’ and ‘Seraph Enslaved’ follow a nice tightly-wound mid-tempo crunch with the rather softer keyboard arrangements coming through in a strong series of melodic rhythms while charging through the final half with blistering riff-work and lighter keyboards for a decent-if-unspectacular offering. ‘Infinitus Dolor Amoris’ is a decent interlude of acoustic guitars and majestic symphonic keyboards which create a rather nice breather for the following few enjoyable tracks, while a later attempt with ‘Prologue’ comes off as quite redundant considering the barely thirty second running time here. ‘A Love Benighted’ gets this back into the grandiose symphonic keyboards and heavy chugging brought along by the series of finely-tuned tremolo-blasts that charge through rather explosive rhythms that fully brings about one of the best tracks on the album. ‘Epilogue (A Defiant Succumbing)’ captures that spirit and energy in a short, barely two-minute package that comes off nicely, while the title track features some fine churning rhythms over the sprawling Doom notes throughout to give this a strong, fitting ending note. Still, as good as this is it’s mainly undone by the longer length here that really doesn’t need to be. (Don Anelli)

mercoledì 21 ottobre 2015

Atlas Volt - Memento Mori

#PER CHI AMA: Alternative Progressive Rock
Gli Atlas Volt sono un duo dislocato in Svezia, attivo dal 2011. In realtà i fondatori sono uno inglese e un canadese che dopo varie esperienze musicali, si sono incontrati a Malmö e hanno dato vita a questo progetto, incentrato su uno stile indie rock con contaminazioni post rock, shoegaze e prog. I due polistrumentisti vantano un background di tutto rispetto, con svariate esperienze in molte band, scrittura di colonne sonore e tanto altro ancora. Atlas Volt diviene quindi un crogiolo dove fondere il proprio bagaglio musicale, con la voglia di dare massimo respiro alla creatività, senza vincoli con etichette o quant'altro. Infatti la decisione di essere totalmente indipendenti li porta ad avere ottimi riscontri in Europa, con eccellenti risultati nelle vendite, già a partire dal precedente lavoro, 'Eventualities', uscito due anni fa. 'Memento Mori' è un concept album complesso, ricco e stratificato che consta di ben diciassette brani che si incastrano tra loro, svariando in diversi generi, pur seguendo sempre il filo comune del rock emozionale. Voce eterea, arrangiamenti che vanno da una flebile carezza di chitarra acustica o pianoforte, al pugno chiuso delle distorsioni con esplosione ritmica annessa. Quello che colpisce è la semplicità nella composizione, alternata a fraseggi complicati e ossessivi che mutano costantemente, con l'aggiunta di campionamenti vari che creano un mix non sempre classificabile. L'album è concepito come una colonna sonora dove il film è la vita di tutti i giorni, tempestata di gioie, dubbi, sfide e rivincite sul mondo e su noi stessi. Infatti anche i testi sono curati e mai lasciati al caso; la stessa dedica dell'album (a tutte le vittime del fondamentalismo religioso) non lascia dubbi sulla posizione sociale della band. "Event Horizon" apre le danze ed è subito facile immaginarsi i due musicisti che compongono in solitaria nei propri studi per poi lanciarsi in lunghe sessioni di prove assieme, sperimentando suoni e arrangiamenti fino ad arrivare al mix desiderato. Una traccia pop rock dove il pianoforte e la chitarra in veste eterea conducono l'ascoltatore verso paesaggi incontaminati, senza bisogno di proferire una singola parola. Il crescendo avviene con l'aggiunta di un assolo, con la batteria che si fa più incalzante e il basso che accompagna un po' in disparte. Breve, ma intenso. "Wrong" si avvale di synth e loop che danno maggiore spettro alle melodie e arrangiamenti classici, con l'aggiunta della voce che ben si sposa con le atmosfere shoegaze del brano. A metà brano entrano le chitarre distorte che portano una vena oscura e aggressiva con una belissima evoluzione prog rock che mostra il lato più incisivo degli Atlas Volt. Poi tutta torna come all'inizio: arpeggi e vocalizzi delicati ci ricordano che dopo la tempesta, il mare torna sempre calmo. "Sirenum Scopuli" riprende il mood della precedente canzone, puro prog rock con qualche vena alternative metal che sfoga tutta l'energia positiva accumulata sin qui. Gli strumenti hanno totale libertà e anche la scelta dei suoni trova tela bianca dove dipingere con colori accesi e sfumature di nero. Un excursus piacevole, che unito alla successiva "Purusartha" crea un contrasto geniale. Qui il sitar ci porta in oriente e quasi si sente il profumo di incenso che aleggia nella stanza in penombra, con lampi di luce che filtrano tra le tende svolazzanti. Devo dire che il duo non si è risparmiato nulla, i due compari si sono prodigati a suonare svariati strumenti e appena hanno potuto, hanno coinvolto altri musicisti per arricchire ancora di più gli arrangiamenti. L'elettronica, seppur rarefatta, si sposa con i violini e il pianoforte, unendo il vecchio con il nuovo e partorendo un album che magari farete fatica ad approcciare se siete amanti delle sonorità forti, ma che può regalare emozioni intense quando vorrete una pausa da tutto e da tutti, mentre state cercando una qualche risposta ai quesiti della vita o vorrete solamente settanta minuti di buona musica. Adatto anche a quelli che in un full length si lamentano spesso di brani tutti uguali, con 'Memento Mori' non accadrà mai. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 80

martedì 20 ottobre 2015

In Each Hand A Cutlass - The Kraken

#PER CHI AMA: Progressive/Post Rock, Porcupine Tree, 65DaysOfStatic
"Ok, ecco un altro disco post-rock". Ho commentato così, appena ricevuto tra le mani il curatissimo packaging di 'The Kraken' del quintetto In Each Hand A Cutlass, originario di Singapore. Ma mi sbagliavo, dio se mi sbagliavo. Questo disco è un capolavoro. Andrebbe, che so, fatto ascoltare a scuola, anziché perdere le ore con "La Cucaracha" al flauto. Bisognerebbe farlo ascoltare a tutti quelli che pensano che il post-qualunque-cosa sia finito (me incluso, fino ad ieri), che Mogwai, Isis, Pelican, Sigur Ròs e Karma To Burn abbiano sostanzialmente già detto tutto quello che c’è da dire in proposito. Bisognerebbe spararlo a forza dalle casse di tutti i supermercati, i centri commerciali e le ascensori del mondo, dicendo: “Sentite qua che roba”. In 'The Kraken' c’è tutto: ci sono le lunghe atmosfere oniriche costruite con crescendo magistrali (“Heracleion”), ci sono dosatissimi interventi elettronici che ricordano i 65DaysOfStatic e i Nine Inch Nails (“Seagull 1751”, “Combing Through The Waves”), c’è il prog contemporaneo dei Porcupine Tree, c’è il pop sbarazzino con i clap di mani sul rullante stile EDM (“Satori 101”), c’è il riffing distorto e il blast beat, c’è un bridge jazz (“The Kraken: An Intermission”), ci sono scale maggiori e minori, arpeggi e cavalcate rock, dinamica e groove, ossessione e follia; ci sono delicatezza, leggerezza, paura, inquietudine, allegria, trionfo. Ci sono decine di generi, atmosfere, momenti, poesia, emozioni, tutti concentrati negli oltre 60 minuti del disco. C’è una spaventosa cura dei dettagli e degli arrangiamenti, soprattutto per un disco autoprodotto. C’è una registrazione praticamente perfetta, che valorizza ogni strumento, permettendo di assaporare ogni nota, ogni rullata, ogni crescendo. Ci sono dei musicisti di una tecnica invidiabile – la sezione ritmica è magistrale, un batterista con questo gusto e questa fantasia non lo ascoltavo da tempo; e i suoni di tastiera? straordinari – e di una umiltà talmente spiccata da non trasformare nessun momento del disco in un onanismo autoreferenziale (“Senti qua che sweep picking a 250 bpm che riesco a fare”). Manca la voce? D’accordo. Ma non ne sentirete la mancanza. Mancano una direzione unificata, un focus, un preciso scopo in questo disco? Sbagliato. Il focus c’è eccome: esplorare la musica in tutte le sue caleidoscopiche sfaccettature. Un compito riuscitissimo. 'The Kraken' è un lungo viaggio, quasi cinematografico, nell’oceano della musica contemporanea, pieno di orrendi mostri e romantiche visioni. Un viaggio che vi consiglio di fare. (Stefano Torregrossa)

(Self - 2015)
Voto: 90

domenica 18 ottobre 2015

Megatherium - Retrosky

#PER CHI AMA: Stoner/Doom/Sludge
I Megatherium sono tornati, quindi mollate tutto, bambini compresi e venite ad abbracciare il culto della bestia selvaggia. Il quartetto veronese è relativamente giovane (quattro anni all'anagrafe), ma dietro le quinte si celano musicisti che bazzicano la scena musicale da ben quindici anni e con un curriculum di tutto rispetto (Aneurysm, Gen Marrone, Mr. Wilson, Lokomotive, Elicotrema). Ci sono pertanto tutti gli ingredienti per aspettarci una band solida, matura e di qualità, e difatti, i Megatherium, dopo una pausa riflessiva, tornano in pompa magna con un EP di quattro brani che anticipa il nuovo full length, previsto a breve. 'Retrosky' è in parte scaricabile gratuitamente da Bandcamp e così anch'io ho seguito la via del digitale per questa recensione. Il primo brano si intitola "Ghost of the Ocean" ed è una via di mezzo tra una ballata stoner e una traccia doom, quindi lentezza morigerata e il tipico impatto del genere. Le chitarra avanzano con i loro rifferama in stile Down e Conan con suoni belli pieni e arrangiamenti che deliziano le nostre orecchie per accuratezza e stile. Per quando riguarda la sezione ritmica si è scelto un taglio classico-vintage, con il rullante definito come pure la grancassa. Nonostante il genere musicale, la registrazione riesce ad accontentare tutti, purtroppo le frequenze basse sono un po' limitate dal digitale via web, ma un bel cd o tanto meglio un vinile, renderebbero giustizia a questo EP. Il cantato è un altro elemento di valore che aggiunge interesse al lavoro dei nostri, offrendo una timbrica matura e trascinante che convince e che accompagna l'ascoltatore per tutti i quasi cinque minuti del brano. La seconda traccia è la title track, un vero e proprio capolavoro compositivo e melodico che rappresenta in pieno lo stile Meghaterium. Nei suoi otto minuti abbondanti, la band propone un folto numero di stati emotivi e mentali, passando da un mood psico-depresso alla rabbia più furibonda. Un'onda d'urto che incute ancor più timore perché viaggia a rilento per cui abbiamo tutto il tempo per realizzare che la piena ci investirà brutalmente segnando la nostra fine. Gli strumenti confermano il buon lavoro precedentemente fatto, ma stavolta il vocalist si esibisce in un cantato dall'indole quasi svogliata, a mio parere una trovata azzeccata che dà un taglio completamente diverso, decisamente intrigante. In seguito si trasforma in una sorte di inno a qualche belva satanica, con anche una sfumatura ruvida a mo' di ciliegina sulla torta. Buono l'uso delle doppie voci, mentre gli arrangiamenti possono risultare già sentiti, ma quando hai quindici anni di musica alle spalle, tutto il tuo background esce fuori prepotentemente come un alieno che ti squarcia il petto. Gli altri due brani sono "Betrayers Everywhere" e "Refuse to Shine", il primo risulta essere complesso e introspettivo, dove il vocalist si esibisce con uno stile alla Chris Cornell assai convincente. Il secondo è un'altra bordata con un buon lavoro di post produzione fatto di cori, effetti e quant'altro che dona un taglio moderno al brano. Peccato per la mancanza dei synth che probabilmente torneranno nel prossimo lavoro; avrebbero sicuramente aggiunto altre sfumature al già buon lavoro di arrangiamento fatto in studio. Direi che potevate iniziare già a scaricare l' EP alle prime righe della recensione, quindi se siete arrivati alla fine vuol dire che i quattro brani non hanno fatto altro che stuzzicare la vostra bramosia di stoner/doom e non vedete l'ora anche voi di mettere mano al prossimo album. Io di sicuro. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 75

sabato 17 ottobre 2015

Celeb Car Crash - ¡Mucha Lucha!

#PER CHI AMA: Punk Rock/Alternative
Recensire tre soli brani e giudicare formalmente una band in soli dodici minuti di note mi lascia perplesso, quindi opto per una diplomatica soluzione, rimandando il giudizio finale ad un eventuale prossimo full length, con più materiale da ascoltare, in attesa di capire quale direzione verrà intrapresa in futuro dall'act italico. Detto questo, posso solo costatare che: la band ha già esordito qualche anno fa con l'album 'Ambush!', caratterizzato da forti influenze grunge; ha suonato come opening act dei Lacuna Coil a bordo del Red Bull tour bus, merito acquisito dopo aver vinto il contest nazionale “Red Bull 2014”. Il combo inoltre, capitanato dall'ottima voce/chitarra di Nicola Briganti, ha un piglio radiofonico dalle potenzialità enormi, e suona un rock influenzato fortemente da certo punk adolescenziale da classifica e dal pop. I Celeb Car Crash suonano alla fine bene e il tutto è talmente patinato che le tre canzoni rimangono in mente anche solo dopo un unico ascolto. A differenza dell'album d'esordio qui, i sentori grunge, che si manifestano solo in parte sul terzo brano, si sono ammorbiditi a favore di una musica più energica e positiva, ben costruita e fantasiosa, orecchiabilissima, che si immette nelle corsie di Green Day, dei Creed, dei Nickelback o dei 3 Doors Down. I brani registrati e mixati in tre studi diversi sparsi per il mondo, spiccano per qualità e freschezza di idee, con un sound pieno, carico e moderno, sul modello dei Minus the Bear, anche se c'è da dire che i Celeb Car Crash risulteranno meno cerebrali e più scanzonati, d'impatto e decisamente diretti. Rimanendo in attesa di ulteriori produzioni del gruppo, dopo questa uscita del 2015, targata Sliptrick Records, consiglio vivamente gli amanti del rock alternativo, di non perdere d'occhio questa italianissima band, che ha tutte le carte in regola per entrare nel mainstream mondiale. (Bob Stoner)

(Sliptrick Records - 2015)
Voto: 70

https://www.facebook.com/CelebCarCrash

Dream Circus – China White

#PER CHI AMA: Grunge, Alice in Chains, Soundgarden
Allora, confesso di trovarmi un po’ in difficoltà con questa recensione, essenzialmente per tre motivi principali. Primo: ho amato, e amo tutt'ora, l’alternative dei primi anni '90. Che lo vogliate chiamare grunge o meno, che venisse da Seattle o meno, i dischi di gente come Soundgardene e Alice in Chains (ma anche Nirvana, Pearl Jam, Screaming Trees, Mudhoney) sono stati i miei primi amori musicali, quelle sbandate da cui è difficile riprendersi. Secondo: tanto ho amato quella musica, cosí allo stesso modo ho provato sentimenti che vanno dalla noia al disgusto per tutta la pletora di band che, sull’onda dell’entusiasmo delle major, hanno cercato di cavalcare l’onda di quel successo. Penso quindi ai vari Candlebox, Creed, Staind, Bush, per tacere di Puddle of Mudd o Nickleback, davvero impresentabili. Terzo: i Dream Cricus si ispirano dichiaratamente ai primi (Alice in Chains in particolare) ma finiscono per assomigliare molto di piú ai secondi. Cercando di essere il piú possibile oggettivi, non si puó non riconoscere alla band lusitana la capacità di saper suonare con potenza e convinzione non inferiore a quella delle band sopra citate, non si possono non riconoscere il talento e le ottime qualità del vocalist James Powell, bravo a mantenere una certa personalità senza cadere nell’imitazione di questo o quel modello di riferimento. Cosí come l’esordio datato 2012, anche questo EP di sei brani, per poco piú di venti minuti di durata, conferma pregi e difetti che i Dream Circus condividono con buona parte di chi ha fatto il loro stesso percorso. Ovvero sono di sicuro bravi e capaci, i pezzi spingono molto sul pedale della potenza e dell’impatto, enfatizzando il lato metal del suono con gran dispiego di chitarroni e doppia cassa, ma non sono sempre memorabili. Un lavoro ben fatto, piacevole; e forse questo è quello che conta, anche se, in sostanza, 'China White' rimanda un’immagine bidimensionale, dove a potenza e aggressività non si aggiunge una terza dimensione, quella della profondità, che era ed è (basta ascoltare uno qualsiasi dei dischi del Jerry Cantrell solista) la vera marcia in piú di quella formidabile stagione. (Mauro Catena)

(Ethereal Sound Works - 2015)
Voto: 65

https://www.facebook.com/DreamCircus

venerdì 16 ottobre 2015

Tuomas Holopainen - The Life and Times of Scrooge

#PER CHI AMA: Soundtrack strumentali
'The Life And Times Of Scrooge' è la prima release da solista in casa Holopainen, ispirata dalla saga a fumetti che narra le avventure di Scrooge Mc Duck (scritta ed illustrata da Don Rosa), a cui si propone di fare da colonna sonora. Proposito pienamente realizzato, grazie alle apparentemente illimitate idee del mastermind/leader dei Nightwish, che con la collaborazione del maestro Pip Williams, danno vita ad una soundtrack che riesce a trasportare l'ascoltatore sulle fredde rive del Klondike, in cerca della tanto agognata fortuna. Orchestrazioni e cori impeccabili mettono in luce tutto il talento compositivo del musicista finlandese, che coinvolge anche un vocalist d'eccezione come Toni Kakko (Sonata Artica), il quale apporta il proprio tocco di classe alle lyrics, nonostante si tratti di un disco per lo più strumentale. Ricco di idee, ispirato ed espressivo in ogni suo pezzo, quest'album rappresenta l'ennesima conferma delle capacità di Tuomas e del suo buon momento di forma, che dopo i recenti successi con la band madre, i Nightwish, si ripresenta al pubblico con un altro pezzo da novanta. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Nuclear Blast - 2014)
Voto: 80

Sorrowful - In the Rainfall

#FOR FANS OF: Doom/Death Metal, Vastum, Apocryphal, early Anathema
Managing to employ an old-school sound in today’s metal scene isn’t exactly a rare feat, what with the retro-Death and Thrash acts sprouting up seemingly by the minute, yet doing that and emerging as a competent force in your chosen genre is a fine feat indeed, and this Mexican-by-way-of-Sweden twosome is a stellar and oftentimes accomplished mixture of early Death Metal and old-school Doom. While the pace throughout is decidedly Doom, full of heavy, churning, agonizingly slow riffs sprawling from the darkness, the fact that they’re full of chugging grooves, tightly-wounded twisting rhythms and come packed with growling vocals gives this a truer Death Metal attitude which is remarkably addictive throughout here with this one really generating quite a vast amount of good will here in these rhythms. They manage to keep this one with a firm balance between the slow, plodding paces and a generally faster, more up-tempo drive here that still manages to come off coherently and flows logically together, but the greatest strength here is undoubtedly the type of cavernous, monolith production that makes this sound so much heavier and more dynamic. Though there’s some hit-or-miss tempos and riffing on display here, for a debut that’s a little more forgivable and is certainly drowned out by the more impressive elements featured here otherwise. Intro ‘The Last Journey’ gets this going with some nice swirling riff-work and plodding tempos that make for quite a stellar atmosphere here that takes a really dark, brooding ambience to the proceedings with the more Death Metal riffing spread throughout the final half for a solid start here. ‘Nothingness’ offers up more churning Death Metal riffs than the preceding track, but the crushing pace and heavy, thumping back-end here keeps this blistering pace in check before exploding into a frenzied up-tempo assault that makes this a fine highlight offering. Likewise, ‘Gray People’ follows up nicely with a strong opening riff and some solid drum-work that drops off the pace quite nicely here with the deep churning riffing offering up some solid heaviness though they drag this out somewhat with some dragging tempos in the later half that keeps this from being as fun as the earlier tracks. ‘Oceans of Darkness’ certainly does the slow, churning pace much better with a striking series of melodic leads, finely-tuned rhythms and much more enjoyable mid-tempo crunch that keeps this one rolling along nicely for another strong highlight offering. It’s back-to-back highlights as ‘Utopian Existence’ offers the most explosive straight-forward Death Metal styled opening as the charging tempos and pounding drumming throughout the second half offer forth the least Doom influence on the whole album as the stylistically darker rhythms here appeal greatly in another strong effort. ‘Frozen Sun’ comes lurching back into the Doom mold with a series of churning rhythms and plodding tempos while still offering the occasional blast of mid-tempo charging yet remains more rooted in those sprawling, heavy riffs which make this one of the better straight-forward Doom tracks. Both ‘The Machine of Desolation’ and ‘The Flight of Mind’ keep those churning rhythms in fine form as the blasting drumming and heavy-handed riffing make for strong impressions here with the melodic leads counter the up-tempo grooves quite nicely and making for overall enjoyable offerings. Finale ‘Eager of Death’ brings back the soaring, melodic tempos here with some rather fine churning riffs and droning rhythms that are played off quite nicely here in bringing a melancholy vibe that wasn’t really present before-hand and causes that to stick out here while still offering a fine ending note. Overall there’s some good points here that should help them out as they continue along. (Don Anelli)

(Solitude Productions - 2015)
Score: 85

giovedì 15 ottobre 2015

Every Hour Kills - S/t

#PER CHI AMA: Modern Metal, In Flames, Scar Symmetry, Soilwork
Sentivo un po' la mancanza di suoni carichi di groove e ammiccanti al massimo. Sono stato presto accontentato dai canadesi Every Hour Kills e il loro EP omonimo nuovo di zecca. Cinque le tracce, le stesse riproposte in chiave strumentale e una versione demo sempre strumentale di "Cloudlifter", un pezzo che a dire il vero non ho ben capito dove stia nella discografia della band di Calgary. I nostri attaccano con l'elettronica massiva di "Chosen", che accompagna una ritmica imponente a cui si aggiungerà presto anche la voce di Jerrod Maxwell Lyster, in un mix tra Tesseract e Soilwork. La musica? Beh riflette fondamentalmente la proposta di queste due band (con una certa predilezione per la seconda), il classico modern metal che sembra andar tanto di moda nell'ultimo periodo, a cui aggiungerei anche un tocco di Scar Symmetry e In Flames, senza trascurare una lieve spruzzata di metalcore. Vi ritroverete pertanto allietati da un riffing sincopato, gioviali chorus, stop'n go e tastiere super melodiche. Il dado è tratto. "Deliver Us" riparte dal programming irrefrenabile di Sacha Laskow e da una linea melodica piuttosto malinconica che si riflette anche nel modo di cantare di Jerrod che nel breve break centrale, trova modo di scatenarsi anche in una versione più urlata. L'eccesso di elettronica però rischia un po' di offuscare la performance solistica, in quanto Sacha sembra davvero saperci fare con la sua sei corde. Il limite in effetti di questo EP sembra essere racchiuso proprio dall'esasperante utilizzo delle keys che andrebbero ridotte per dar modo anche a Brent Stutsky di palesare il suo valido apporto al basso, mentre non si può non notare la fantasiosa tecnica di Robert Shawcross dietro le pelli, anche se talvolta risulta celata dagli ubriacanti sfarfallii elettronici. "Saviours" è una traccia più delicata, almeno all'inizio, anche se poi il tiro aumenta e la song diviene più convincente anche per la sua continua altalenanza ritmica. Niente male. Il sound ruffiano di "One Reason" e il suo coro quasi pop rock le valgono la palma di song più moscia delle cinque. Fortunatamente irrompe la dinamica "Almost Human", che nel suo riffing portante sembra un pezzo di una decina di anni fa dei nostrani Edenshade, estratto dal bellissimo 'Ceramic Placebo for a Faint Heart'. Pezzo assai convincente e anche il mio preferito che di certo bilancia la performance meno brillante della quarta traccia. Seguono i cinque brani riproposti in chiave strumentale e quello che posso affermare è che, in assenza di una voce che ammorbidisca a più riprese il sound degli Every Hour Kills, musicalmente il quartetto canadese è davvero notevole, spaccando non poco e la vicinanza con Soilwork e anche Fear Factory, perché no, si fa davvero sentire. Bravi, preparati e non da sottovalutare. Dimenticavo l'ultima traccia, la più djent oriented: trattasi ancora di una demo senza cantato, quindi meglio soprassedere. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 70

mercoledì 14 ottobre 2015

Interview with Hercyn

Follow me for a long chat with the prog blacksters coming from New Jersey: 



Brave the Waters - Chapter 1 - Dawn of Days

#PER CHI AMA: Ambient
Cestinate i vostri impegni stanotte. Non date forma alle vostre illusioni stanotte. Prendete spazio e tempo per il vostro udito stanotte. Vi porto sulla vetta d’un monte scosceso, illuminato da una falce di luna stanotte. Vi conduco nel mondo dei Brave the Waters in questa mia, vostra notte. 'Chapter 1 – Dawn of Days' parte in sordina con “The New King”. Sorde e mielose sono le sonorità che troverete in questo esordio d’album. Aspettatevi un reiterare di suoni mescolati sino al ricordare quel ripetersi rugginoso di ingranaggi che fanno funzionare un orologio ottocentesco. Sino a qui lo stile ambient fa da padrone. La sorte. La morte. La vita. Il folclore. L’immaginazione. Senza continuare vi presento “Interesting Times”. Un pezzo metallico privo di virtuosismi strumentali, ma degno d’un inneggiare ai Metallica così remoti e sempre attuali. Pretenzioso e subliminale. Il vento sposta foglie dimenticate negli angoli in cui l’autunno le ha relegate, così i suoni che dipanano da “Voice of The Ancient Oak”. È circospetta e flessibile questa grata da cui posso ascoltare i graffiati fatti da chitarre e rabbia. Mi allontano dal sottosuolo visto in ombra e cammino nell’attesa d’una luna che spezzi questo languore, ma con “Journey Through Highwood Forest”, il cielo è buio come asfalto. I suoni di questi urlati in musica ricordano pezzi di vetro spezzati ad arte. È dolore che vive dimenticato in un pezzo di mondo che si guarda senza essere visto. Soffonde dalle mie casse “Setting Up Camp” ed è balsamo per le animosità trapassate attraverso suoni ed acqua ed occhi bagnati di mare e lacrime. Chiude “At The Old Stone Bridge” ed è come stare davvero sotto un vecchio ponte di pietra. L’acqua scorre vicino ai piedi, alle mani, ai sensi che ne sentono il frangersi su pietra ed anima. I Brave the Waters, ci lasciano il loro pezzo da novanta alla fine. Io rimango sulle sponde del fiume in questo silenzio rotto dalla musica e spezzato dal suono della realtà. (Silvia Comencini)

(Self - 2015)
Voto: 75

Archaea - Catalyst

#PER CHI AMA: Swedish Death/Thrash
Sia benedetto l'underground, senza di esso infatti mi sarei annoiato da tempo delle solite proposte convenzionali di metal che popolano il music business. Invece, grazie anche ai sempre più potenti mezzi di internet, giorno dopo giorno mi ritrovo a scovare nuove leve che auspico possano presto soppiantare i vecchi dinosauri. Oggi la mia ricerca fa tappa nella rinomata Gothenburg, che in passato ha visto nascere migliaia di band e che oggi dopo 8 anni, dà modo agli Archaea di debuttare con il loro primo album. Formatisi infatti nel 2007, il sestetto scandinavo ha all'attivo un demo cd dello stesso anno, un EP nel 2009 e poi un silenzio assordante durato fino allo scorso agosto quando è uscito appunto 'Catalyst'. Un disco di 10 tracce che vede gli Archaea spararci in faccia una bella dose di death metal melodico, grondante groove da ogni suo poro. La tecnica, come nel 99% dei casi da parte di band nordiche, è sempre ad altissimi livelli e in questo caso, dati i continui cambi di tempo, gli stop'n go, e i brucianti assoli, è a dir poco sopraffina sin dall'opener "Omnicide", che mette subito in risalto la pasta di cui sono fatti questi sei baldi giovani. Direi però che il disco lo si inizia ad apprezzare maggiormente con la seconda "Silhouette", che denota una certa dose in originalità fatta di ritmiche sghembe, ottime partiture tastieristiche che ne combinano davvero di tutti i colori e che forse vanno a rappresentare l'elemento caratterizzante dell'Archaea sound, provare per credere. Gli altri musicisti fanno il loro lavoro, con l'onesto growling di Nils a collocarsi sopra le dirompenti keys di Hannes. Hannes che ci delizia nell'apertura di "Vacuum" con numeri da circo, prima che le due asce, guidate da Magnus e Markus, gli diano manforte con ritmiche spezzate che conferiscono al brano un andamento assai dinamico, anche se minacciosi rallentamenti rischiano di minare la nostra sanità mentale. Difficile trovare un facile termine di paragone per l'act svedese, e decisamente meglio cosi, soprattutto nella quarta "Cryosphere" in cui i nostri si dimenticano di essere una band death metal e si abbandonano ad alcune divagazioni rock progressive, contrappuntate da qualche aggressiva accelerata in un rifferama mai scontato e che anzi cerca continue variazioni a un tema già di per sé mai stabile. Anche con la breve cavalcata di "Pyrochrysalis" i nostri si confermano di non essere certo degli sprovveduti, con il sound che talvolta sembra inseguire l'humppa finlandese (che ritornerà ancora più forte nella successiva "Salt"), strizzando l'occhiolino a Finntroll e Children of Bodom, non dimenticando i dettami del thrash metal "made in U.S." e alla fine suonando comunque tremendamente "Swedish". Se mi avessero chiesto da quale nazione provenissero gli Archaea, probabilmente avrei trovato qualche imbarazzo, proprio per la commistione di stili che confluiscono nel loro caleidoscopico sound. Ma alla fine quel che ho capito è che questi sei svedesi siano dei mattacchioni a cui piace fondamentalmente infarcire i loro brani di tutto quello che è il loro background musicale. E allora non stupitevi se "Quad Damage" è un bel pezzo thrash metal in cui trova spazio una tastiera assai ispirata. Mentre "His Wanted Position" inizia come se si trattasse di una song black sinfonica con un riffing tagliente e il martellamento al basso di Richard e quello alla batteria di Alexander, che confermano quanto detto in precedenza sullo spessore tecnico della band. Comunque alla fine questa traccia sarà quella che più si avvicina al black (anche per lo screaming efferato), ma i nostri si confermeranno cosi bravi a cambiare le carte in tavolo che la traccia racconterà di altri sconfinamenti in territori non autorizzati. Ancora è l'orchestrazione delle keys a tener botta anche in "Helios Ascend" che, come tutti i brani contenuti nel disco, mostra durate inferiori ai 4 minuti, ottimi refrain, qualche buon chorus e altre trovate mirate a rendere più orecchiabile un disco che di per sé non sarebbe cosi facile da essere digerito. A chiudere 'Catalyst' ci pensa l'epico coro di "Sol" che mostra nuovamente l'eclettismo sonoro dei sei vichinghi. Impavidi. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 75

domenica 11 ottobre 2015

Evoke Thy Lords – Boys! Raise Giant Mushrooms in Your Cellar!

#PER CHI AMA: Stoner/Sludge/Doom/Psych
Terzo lavoro per il quintetto siberiano, e successore di quel 'Drunken Tales' che nel 2013 ne aveva sancito la svolta stilistica da un death piuttosto convenzionale a uno stoner-doom dalle forti componenti psichedeliche, accentuate dalla presenza in formazione di un flauto traverso. Come si può facilmente evincere dal titolo dell’abum e dall’artwork, in questo nuovo album gli Evoke Thy Lords hanno intenzione di proseguire su quella strada, accentuando le componenti lisergiche del loro suono. Nel 2013 concludevo la mia recensione di 'Drunken Tales' mettendo in guardia su un possibile appiattimento del suono una volta esauritosi l’effetto sorpresa dovuto allo straniamento dato dall’accostamento di mondi musicali apparentemente distanti, ma il pericolo è, per il momento, scongiurato. Questo 'Boys!' (non vi dispiacerà se abbrevio il titolo chilometrico) rappresenta anzi un’ulteriore evoluzione della formula, in cui la compenetrazione tra la componente doom e quella psichedelica si fa piú profonda e meno naif. Il disco mette in fila sette lunghe tracce in cui l’equilibrio tra gli elementi è sapientemente dosato. I riffoni ultra-ribassati e rallentati, accompagnati da growl vocals gutturali, ben si incastrano con le dilatazioni space rock in cui fa capolino, qua e là, una voce femminile a fare da contraltare melodico. Secondo me, un deciso passo avanti rispetto al predecessore, che oggi appare acerbo in confronto. Qui c’è una visione piú chiara ed è aumentata anche la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione da seguire. Brani migliori? Difficile scegliere. Direi però che “I Want to Sleep” e “Human Thoughts as a Weapon” riescono a sintetizzare alla perfezione la proposta dei russi, tra desert rock e doom metal. Ottimo lavoro, in grado di piacere tanto ai doomster piú cruenti quanto agli amanti dello space rock di matrice stoner. (Mauro Catena)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 75

sabato 10 ottobre 2015

Chiral - Night Sky

#PER CHI AMA: Post Black, Agalloch, Wolves in the Throne Room
Che sorpresa, anche in Italia esistono le one man band, e soprattutto sembra abbiano più classe di quelle nordiche o di quelle a stelle e strisce, fatte di chitarre ronzanti e screaming disperati. Signori, vi presento i Chiral, ove dietro in realtà si cela Teo Chiral, che dal 2013 porta avanti questo progetto ambizioso di black metal dalle forti tinte folk. Lo si evince dalla opening track di 'Night Sky', "My Temple of Isolation", in cui la comparsa di un certo armamentario strumentistico tipicamente folklorico, incrementa il mio interesse nei confronti della band emiliana di quest'oggi. E se la matrice sonora su cui poi poggiano questi strumenti è un qualcosa che si avvicina a quella proposta dagli Agalloch, potete ben capire il mio entusiasmo nei confronti di questa neo realtà italiana. Certo, come sempre non è tutto oro quel che luccica, ma qui stiamo parlando di un bell'argento placato d'oro. Interessanti infatti i cambi di tempo, l'alternanza tra atmosfere bucoliche e sfuriate black, o la voce stessa di Teo, mai esasperata nel suo palesarsi. Ciò che non sono riuscito proprio a farmi piacere invece il suono troppo plasticoso della batteria, che forse costituisce il vero limite strumentale dei Chiral. Poi devo ammettere che ascoltare la prima traccia è un po' come immergersi nella magia sonica di 'The Mantle', dando quell'impressione di respirare a pieni polmoni l'aria della campagna, stando tranquillamente adagiati sull'erba e scrutando con il naso all'insù il cielo stellato. Dieci minuti di melodie sognanti spezzate dalla furia sovversiva di "Nightside I: Everblack Fields", brano della durata di oltre diciotto minuti, in cui comunque sapranno tornare quegli aromi e quelle essenze nell'aria che hanno reso speciale la prima traccia. Dopo pochi minuti infatti, il riffing selvaggio si tramuta in suoni ambient, in cui il retaggio black dei Chiral rimane solo in sottofondo con delle inquietanti vocals lontane. Per il resto, c'è solo la possibilità di rilassarsi, godendo delle melodie che fuoriescono dagli strumenti del mastermind piacentino. Ovviamente, tutto ha una fine e ben presto l'incantesimo verrà interrotto da nuove sferzate post black e da un nuovo ciclo che ricomincia con frammenti acustici ed intermezzi onirici fino alla terza "Nightside II: Sky Wonder". Qui le armoniose melodie dei Chiral proseguono indisturbate con arpeggi di chitarra avvolti in un'aura sognante, quasi eterea, con addirittura il suono di campane in lontananza a rendere più evocativa la proposta del factotum di Piacenza. Sullo sfondo si stagliano però nubi minacciose che irrompono con brevi sfuriate black, come se si trattasse di un temporale estivo che per una manciata di minuti interrompe la tranquillità di una bella giornata, ma che in realtà ha il merito di amplificare i profumi stagionali. Allo stesso modo fa Chiral con l'inserto di quelle rare galoppate di matrice estrema che rendono il successivo pigolare degli uccellini ancor più magico. Una pausa interamente acustica ci accompagna a "Beneath the Snow and the Fallen Leaves", l'ultima song (dei Chiral) di questo interessante 'Night Sky' che vede la band continuare tra atmosfere soffuse e lunghe ed evocative fughe strumentali dal forte sapore cascadiano. Da rivedere magari l'utilizzo un po' troppo elementare delle keys, ma questa è ovviamente la mia personale opinione. Scrivevo ultima song ma non difatto tale, perchè altre due cover rimangono in attesa di giudizio: "Vestige", della one man band olandese Algos, pezzo non proprio memorabile, non fosse altro per la sua squisita parte acustica. A chiudere il disco ci pensa la cover interamente acustica di "Night Spirit" dei Lustre, forse l'influenza più marcata nel sound dei Chiral. In definitiva, 'Night Sky' è un bel viatico per vedere la band piacentina crescere nel panorama del post black cascadiano, alla luce di un netto miglioramento a livello di songwriting, dopo le escursioni meno raffinate dei precedenti lavori. Applicando ulteriori migliorie, mi aspetto grandissime cose dai Chiral già a partire dal prossimo lavoro, che a questo punto attendo con grande ansia. (Francesco Scarci)

Abraxas - Totem

#PER CHI AMA: Funk-pop/Indie
Gi Abraxas sono il frutto di una lunga avventura musicale di quattro amici d'infanzia parigini: Tino Gelli, Jonas Landman, Solal Toumayan e Leon Vidal. Il loro nome è un omaggio allo storico album di Santana e tra le loro influenze citano Pink Floyd e i King Crimson degli anni '70 ma anche Late Of The Pier e Of Montreal. Tanti e tali riferimenti producono uno stile difficilmente definibile, una sorta di mix tra pop, new wave, synth pop e funk, se non che gli Abraxas stessi si sono premurati di battezzarlo "protodancepop", il che, devo ammettere, rende bene l’idea di quello che fanno. Dopo che, nel 2011, esordivano con l’album autoprodotto 'Warthog', sorta di concept sulla vita di un facocero, esce quest’anno il loro primo EP per l’etichetta Samla Music. Totem dispiega in modo efficace, nell’arco di 5 brani peculiari, quella che è la proposta musicale del quartetto, che passa con leggerezza ed ironia su una quarantina d’anni di musica, senza soffermarsi o dilungarsi su nessun genere in particolare. I primi due brani, “Deep Down in the Middle of Shanghai” e “Guatemala”, a dispetto dei titoli che rimandano a luoghi e suggestioni esotiche, sembrano una perfetta sintesi tra il fulminante esordio dei connazionali Phoenix e l’ultimo acclamato lavoro dei Daft Punk, con le stesse atmosfere danzerecce, le chitarre funkeggianti e una certa idea di leggerezza. “Democratie” si veste invece di brume indie, mentre “Kayak” è un piccolo gioiello in grado di coniugare, all’interno di una struttura inusuale, un’invidiabile levità di tocco e certe atmosfere da tardi Pink Floyd. Gli Abraxas si muovono con personalità alla ricerca della pop song perfetta, e nel frattempo propongono un dischetto molto curato, nei suoni tanto quanto nella confezione, in grado di regalare una ventina di minuti di disimpegno per nulla vuoto e stupido. E non è affatto poco. (Mauro Catena)

(Samla Music - 2015)
Voto: 75

https://www.facebook.com/abraxasofficial

giovedì 8 ottobre 2015

Dryom - 2

#PER CHI AMA: Funeral doom
Bisogna ammettere che il funeral doom ha un fascino eccezionale, riesce a paralizzare ogni momento di ascolto rendendolo immediatamente eterno, divinizzando quel senso di caduta profonda, portando il nostro spazio/tempo in una dimensione astratta e riflessiva, tagliata in due tra romanticismo e malinconia, muovendosi in modo sinuoso, costantemente nell'ombra, permettendoci infine di esplorare parti buie e meritevoli, oppure malate e dannose per il nostro subconscio inesplorato. Il funeral doom lo si ama o lo si odia. Tutta questa poetica come preambolo alla presentazione di uno stupendo album uscito nell'anno del signore 2015, per la Solitude Prod. che conferma l'elevata qualità di produzione della label russa. Questa misteriosa one man band riafferma la presenza nel mondo del doom, di una scintillante scena russa in grado di soddisfare anche i palati più fini riguardo al genere. Pari a tante proposte conterranee, questo artista di nome Dryom (in cirillico Дрём) sale in cattedra e ci offre un magistrale affresco funerario, dai tratti esasperati e decadenti, pesantissimi, contraddistinti da brani di lunga durata, tastiere infinite e una voce sepolcrale ai confini della realtà umana, che alla fine risulterà essere la vera protagonista di tutti i pezzi. Dissonanze, suoni atipici e perfino l'utilizzo di un marranzanu, tipico strumento a bocca del sud Italia, a cui si aggiungono una batteria drammatica, ossessiva, una chitarra distorta e tagliente come una frusta su brani che non si ripetono mai, una propensione verso il suono metal sinfonico assai spinta che fa da comune denominatore a tutte le quattro estenuanti tracce del disco, che coprono un totale di circa sessanta minuti di puro oblio cosmico. L'artwork di copertina è stupendo, con il suo paesaggio post atomico invernale. Ma ciò che mi preme risottolineare è la magnifica voce gutturale del frontman: spettrale, emarginata, malata, che domina un suono in cui più volte ho rischiato di smarrirmi, nel godere di quel senso di vuoto persistente che esso trasuda, e in cui la presenza di luce carica di speranza è relegata a pochi attimi, disseminati tra una composizione e l'altra. Mai una caduta nel plagio, mai una pecca, qui l'originalità è ottenuta scavando nell'anima. Un album da ascoltare con il fiato sospeso! Una vera perla nera! (Bob Stoner)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 90

mercoledì 7 ottobre 2015

Eternal Fuzz - Nostalgia

#PER CHI AMA: Space Rock/Stoner
Gli Eternal Fuzz provengono dal New Jersey e il quartetto sembra essersi formato nel 2009, data non confermata, ma ricavata dalle pochissime informazioni sul web (del 2009 il loro primo EP). Dopo questo è seguito un demo nel 2011 e un full length, 'Camp Fuzz', nel 2012. 'Nostalgia', rilasciato a maggio di quest'anno, include nove tracce e riprende la copertina dal precedente lavoro, invertendone solamente il tema stellare/notturno. La band statunitense continua col filone stoner/doom/sludge che ne ha contraddistinto gli esordi, quindi suoni pesanti, ricchi di basse frequenze puntando tutto o quasi sull'impatto sonoro. La qualità del lavoro svolto è buona, sia a livello compositivo, esecutivo e di registrazione. Le chitarre esprimono al meglio tutte le sfumature delle distorsioni estreme utilizzate, ricche di gain e larsen che anche ascoltate a volume medio lasciano trasparire una potenza sovrannaturale. Anche alla batteria è stata resa giustizia, con un profilo sonoro vintage, votata al realismo puro senza artifici come trigger e affini. Il basso concorre, come spesso accade in questi generi, al muro sonoro, quindi spicca realmente nelle parti meno estreme e comunica comunque il suo carattere leggermente nasale. Il vocalist caratterizza in discreta parte l'appeal della band, con un cantato leggero, quasi indie-pop, etereo quanto basta per dare anche un connotato space rock alla band di Cranbury Township. L'album apre con "Closer (Slugnaut) Fleet", che dopo una intro di chitarra dal riff palesemente psichedelico, esplode come una bordata degna di una corazzata americana. Le chitarre sono incisive come un gigantesco blocco di ghiaccio che si stacca improvvisamente e investe l'ascoltatore con la sua veemente onda d'urto. La ritmica cadenzata e il cantato ipnotico la fanno da padrona per gran parte del brano, ma le accelerazioni sporadiche e i cambi di ritmo alleggeriscono la processione sonora. In fin dei conti si tratta di un brano semplice, ma caratterizzato da una piacevole oscura atmosfera. "Terraessence" cambia le carte in tavolo, presentandosi come una traccia tra il grunge e il punk, una cavalcata di appena tre minuti che corre all'impazzata e si ferma sporadicamente a suon di larsen. Il riff di chitarra porta il marchio Nirvana, l'unica differenza è la cattiveria dovuta al fuzz utilizzato dal chitarrista. Anche qui il cantato sembra provenire dalla vicina cantina e fa l'occhiolino al movimento dark e kraut rock di qualche anno fa. Il rallentamento a metà canzone riporta l'ascoltatore nella dimensione sludge/doom degli Eternal Fuzz. L'immagine che viene subito alla mente è vedere se stessi immersi in una melma fangosa che ci imprigiona e fa di tutto per tirarci giù nelle profondità oscure, dove vivono esseri innominabili e che potrebbero causare pazzia istantanea al solo vederli. La band comunque riesce a dosare abbastanza bene i momenti di break che regalano attimi di pausa e respiro, basti ascoltare il fantastico stacco post-rock a metà di "Moody Hum". Insomma, gli Eternal Fuzz sono una band sicuramente interessante perché si sforza di miscelare generi che vedono moltissimi gruppi tra le loro fila. L'album non verrà annoverato tra i migliori del 2015, ma annuncia che un quartetto americano è uscito allo scoperto per farsi conoscere e raccogliere il meritato riconoscimento. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 75