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domenica 1 agosto 2021

Landskap - Landskap II

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Psych/Prog Rock
Sedimentato lo stoner tettonico della prima prova, rocciosa ma poco velleitaria, il secondo album dei Landskap, intraprende una ventosissima direzione eminentemente nordic-prog (a partire dalla copertina e, a conti fatti, dal nome stesso della band), attenta però al sunny-psych finesessanta tipo Doors (il finale "Sun of no North") e Iron Butterly (la portentosa "Leave it All Behind") con qualche inattesa sortita NWOBM (il Maiden-riff che apre la già citata "Leave it All Behind" e la turbolenza à-la-Fade-to-black che la chiude). Soltanto se immaginaste voi stessi alla guida del pulmino dei Motorpsycho dispersi nella tundra norvegese mentre canticchiate "Riders on the Storm" alla ricerca di un cazzo di albero per pisciarci contro, allora vi figurerete l'immanenza della performance vocale di Jake Harding e, per estensione, dei trentasei minuti complessivi di questo straordinario album. Dovesse capitarvi di sentirvi preda di una accesso deipnofobico tornate a casa, accendete il camino, procuratevi un plaid e mettete su questo disco, ma solo dopo esservi assicurati di aver terminato la legna e il single barrel. (Alberto Calorosi)

(Black Widow Records - 2014)
Voto: 75

https://landskap.bandcamp.com/album/ii

sabato 31 luglio 2021

Amorphis - Under the Red Cloud

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Prog Death
Nel corso di dodici corposissimi album, il suono degli Amorphis si è evoluto dal primordiale death metal melodico finnico degli esordi ad un ben più raffinato death metal melodico finnico, ma con qualche timido germoglio metal-prog stile Dream Theater sotto la doccia (la title track di questo 'Under the Red Cloud'), qualche sparuto pollone Leprechaun-metal stile Blind Guardian in gita al lago di Lochness ("The Skull", "Tree of Ages"), qualche renitente barbatella soap-metal stile private line in un pomeriggio di shopping ("Dark Path"). Ragguardevoli le doti tecniche del cantante Tomi Joutsen, capace di passare da un quasi-Patton a un pre-LaBrie fino ad un grizzly incazzato collocato in fondo a un pozzo con la stessa disinvoltura di un cambio di tempo in un pezzo prog-metal ("Enemy at the Gates"). Ascoltate questo disco mentre vi recate a Helsinki in kayak per partecipare a un addio al celibato a cui non siete stati invitati. (Alberto Calorosi)

(Nuclear Blast - 2015)
Voto: 70

http://www.amorphis.net/

venerdì 30 luglio 2021

MaB - Decay

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Alternative Rock
L'ultracorposa invasione di palco da parte delle MaB al grido di "Su cunnu e Maomettu" e la cybermutazione di "Voglio vederti danzare" da tormentone-sta-finendo-il-concerto-di-Battiato in megatonica bordata hardcore da sangue nei padiglioni sarebbe stato, per chi c'era, il miglior imprinting nei confronti di questo schizofrenico album d'esordio, in cui però le quattro esangui fanciulle sarde giocherellano coi noise-clichet anninovanta inzuppando Hole, L7, muri di suono in un sulfureo magma alcalin-goth a base di Siouxie ("Astrophel"), Tarja ("Last Tango in London"), Amy Lee ("Black") e forse Alice Cooper. Immanenti i suoni, eteree le composizioni. Intriga e al contempo intenerisce lo sguaiato operettismo di Psycho Jeremy. "Adrenalina" è una cover dell'omonimo pezzo di Giuni Russo e Rettore. Trovatemi un qualunque metallaro, borchioso e no, che ne fosse informato. (Alberto Calorosi)

(Casket Music - 2007)
Voto: 60

https://www.facebook.com/mabofficial/

giovedì 29 luglio 2021

Sólstafir - Svartir Sandar

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Experimental Metal
Un intrigante spleen introduce la prevedibile, poderosa galoppata a pelo nudo su strati di ossidiana incandescente e, in chiusura, un sofferente, epico landscape-wave da vesciche sui talloni: i panorami emozionali e la riuscita attitudine (ma solo quella) progressive di "Ljós í Stormi" aprono programmaticamente (come già accadde con "I Myself the Visionary Head" su 'Masterpiece of Bitterness' e, in precedenza, "Goddess of the Ages", stavolta in chiusura di 'Köld') questo tumultuoso joküll sonoro. Con l'eccezione della splendida ballata post-rock "Fjara", con tanto di ardito ritornello "abba-esque", il resto di 'Andvari', il primo di due dischi qui contenuti, espande o contrae gli elementi di "Ljós í Stormi" con la galoppante "Þín Orð" e la sofferente "Kukl". Spetta invece alle contrapposte epiche "Melrakkablús" e "Djákninn" ("Svartir Sandar" permettendo) il valoroso compito di traghettare, non senza qualche tollerabile lungaggine, il secondo disco 'Gola' nella direzione di un melodismo forse meno sussultorio ma senz'altro più ondulatorio. In altre parole, verso quel capolavoro indiscutibile e preterintenzionale che tre anni più tardi prenderà il nome di 'Ótta'. (Alberto Calorosi)

Primordial - To the Nameless Dead

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Pagan Black
Gli irlandesi Primordial sono di gran lunga una delle migliori band in ambito di metal pagano. Abbandonata l'oscura rabbia e le tematiche popolari del precedente 'The Gathering Wilderness', la band guidata da Alan Nemtheanga rilascia, solo nella prima edizione, un doppio cd assai malinconico (che include tra l'altro un raffinato libro di 40 pagine e un bonus live cd registrato nel 2005 al Rock Hard Festival), che avrà reso felici i fan più accaniti, che rimpiangono gli esordi più epici e bellicosi della band. Il disco apre meravigliosamente con un trittico ispiratissimo di brani: le tragiche “Empire Falls” e “Gallows Hymn”, che affrontano il tema di Nazione e le sue implicazioni politiche, regalandoci una band rinnovata, fiera e matura, con un Alan Nemtheanga, che credo non abbia rivali in ambito estremo, grazie alla sua voce espressiva, sofferente, ricca di pathos e in grado di conferire a tutte le songs un'aura mistica, mortale e fugace. La terza “As Rome Burns” (che tratta l'incendio di Roma ad opera di Nerone) è il tipico brano in stile Primordial: assai ritmato, trascinante nel suo climax ascendente grazie a quei suoi riff carichi di epicità, in grado di condurci, al termine dei suoi nove minuti, in un'estasi di piacere che non trova confini nel tempo. Sembra di essere scaraventati in un'altra epoca, un'era di battaglie in cui il sangue sgorgava a fiumi e le spade brandite nel cielo. Forti di un songwriting maturo e di elevata qualità, i Primordial rilasciano tonnellate di emozioni, emozioni che scorrono violente nell'incedere possente e monumentale di questo straordinario disco, frutto di duro lavoro e sacrificio. Con “Failures Burden”, la band irlandese affronta il tema della mortalità umana: ricompare il growling di Alan (più raro rispetto al passato, a dire il vero), mentre la musica si fa più heavy, diretta e veloce. Con la quinta “Heathen Tribes”, la band omaggia invece il nostro passato, andando a pescare dalla musica tradizonale e acustica del proprio paese. Dopo l'intro “The Rising Tide”, esplodono le finali “Traitors Gate” e “No Nation on this Earth”, con le quali si torna all'antico, in cui l'act irlandese sfodera una rabbia primordiale, che ha come tema portante la decadenza della società: echi di 'Storm Before Calm' riemergono vigorosi dalle note di questi due brani, dove ricompaiono forti le caratteristiche della band di Dublino, fatto di giri ossessivi di chitarra, cupe atmosfere doom e richiami alla tradizione celtica. Drammatici, emozionanti, epici, furiosi, oscuri e malinconici. questi sono solo alcuni degli aggettivi necessari a descrivere i Primordialdi questo lavoro. E correva l'anno 2007... (Francesco Scarci)

lunedì 26 luglio 2021

Deadmarch - Initiation of Blasphemy

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Experimental Death Metal
Allora, procediamo pure con calma per farvi capire che cosa avete fra le mani: 'Deadmarch: Initiation of Blasphemy' è stato il primo album registrato dai The Project Hate MCMXCIX nel lontano 1998, album che tuttavia non vide mai la luce, per una serie di incidenti ed episodi che ne portarono alla perdita del master originale. Finalmente nel 2005, la versione originale viene rilasciata dalla band sul sito ufficiale, in versione Mp3. Ma il desiderio di rilasciare questo cd in una versione più "ufficiale", con le vocals ri-registrate fu molto forte, tanto da spingere Lord K. Philipson, insieme a Dan Swano (ai mitici Unisound Studios) e alla Vic Records, a soddisfare questo desiderio. Cosi, finalmente riusciamo a capire le origini dei The Project Hate e capire da dove arriva quello straordinario sound, misto di follia, rabbia e creatività. Le otto songs di 'Initiation of Blasphemy' sono perfettamente in linea con le produzioni della band scandinava: brani tutti abbastanza lunghi, complessi e articolati, una forma embrionale dei vari 'Armageddon March Eternal', 'In Hora Mortis Nostrae' e via dicendo, in cui si intravedono già le enormi potenzialità della band. Gli ingredienti ci sono tutti: le songs viaggiano su un mid-tempo ragionato, con il giusto apporto tastieristico, le vocals crude di Mikael Oberg e l'angelica voce di Mia Stahl che irrompe, come un angelo buono, per contrastare la brutalità del maligno Mikael. I soliti cambi di tempo, magari non così geniali come nelle più recenti produzioni dei nostri, l'utilizzo dell'elettronica e la classe primordiale di Lord K. Philipson completano un lavoro, che tutti i fan della band svedese e non solo, dovrebbero avere! (Francesco Scarci)

(Vic Records - 2009)
Voto: 75

http://www.theprojecthate.net/

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cicada The Burrower - Corpseflower
Laetitia in Holocaust - I Fall with the Saints
Fyrnask - VII: Kenoma

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Alain González Artola

Vampiric Tyranny - Ere The Lunar Light Diminishes
Moonscar - Blood Moon
Gojira - Fortitude

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Death8699

Arch Enemy - Wages of Sin
Megadeth - Rust In Peace
Warbringer - Woe to the Vanquished

Laetitia in Holocaust - I Fall with the Saints

#PER CHI AMA: Experimental Black
Per celebrare vent'anni di carriera, i modenesi Laetitia in Holocaust tornano con un EP di tre pezzi, giusto per dire "stiamo bene, siamo in forma e incazzati più che mai". Ecco come ho percepito il messaggio contenuto in queste tre nuove song, di cui in realtà solo due inedite, mentre la terza è una riproposizione di un pezzo contenuto nel primo disco. Si parte comunque con la title track e quello psicotico sound che avevo già avuto modo di apprezzare nelle precedenti release, un black avanguardistico in cui grandissimo spazio viene concesso al fretless basso di Nicola D.A. che in più frangenti si contorce su se stesso, assecondando le vocals schizoidi di Stefano G., le chitarre che disegnano stralunati accordi (qui peraltro troviamo due ospiti alla chitarra) e la batteria di Marcello M. a più riprese a suonare una forma di jazz black davvero unica. In seconda posizione in scaletta, ecco "Hair as the Salt of Carthago", contenuta nel devastante 'Tortoise Boat', e qui riproposta forse con un maggior appeal jazzistico, a rappresentare il fil rouge di questa funambolica release. Quello che mi sorprende di questi ragazzi, oltre alla perizia tecnica, è la capacità di risultare assai originali in un genere estremo qual è il black. Quei giochi di basso, che chiamano in causa Steve Di Giorgio per mostruosità tecnica, quelle ritmiche sincopatiche, singhiozzanti, tra tortuosi stop'n go e accelerazioni bestiali, rappresentano i punti di forza di una band che trova modo nella conclusiva "Crypts of Rain and Confabulation" di abbandonarsi in malefiche atmosfere di morboso e salmodiante noise. Peccato solo che l'EP si interrompa qui, francamente avrei ascoltato molto di più. (Francesco Scarci)