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giovedì 10 gennaio 2019

Martin Nonstatic - Ligand Remixes

#PER CHI AMA: Electro/Ambient
Il segreto di questa rivisitazione di 'Ligand' sta nel fatto che il buon Martin Nonstatic, a mio parere, è talmente innamorato della sua musica che, come farebbe qualsiasi buon padre, vorrebbe vedere la sua prole crescere e migliorare sempre e di continuo nel tempo, accettando nuove sfide e investigando nuove strade. Eccoci quindi ai remixes di quello che già di per sè era un ottimo album, per accorgersi poi che da un sostrato sonoro già buono può rinascere nuova musica, animata da nuova linfa vitale. Se poi notiamo che a lavorare e rieditare questi brani ci sono anche compagni di etichetta come AES Dana, Scann–Tec, MikTek e molti altri artisti da varie parti d'Europa, la percentuale di riuscita del sound è certificata. Ambient liquefatto, impulsi elettro/trance e dub e spirito chill out, c'è più ritmo in queste versioni, anche se pur sempre moderato, calibrato e sofisticato, delicato e nobile. Noto che il lato visionario che animava 'Ligand' è stato un po' alterato a discapito di un'immediatezza più concreta, più dinamica e meno spirituale. Nelle tracce si cerca l'effetto sorpresa e si sente che l'omogeneità concettuale dell'originale è stata leggermente compromessa, non del tutto rimossa, riveduta giustamente da nuovi occhi. "Ligand (Roel Funcken Remix)" diventa un ballo spaziale dal tocco cosmico, sospeso e carico di ricordi ritmici stilizzati della cara drum'n bass di qualche anno fa. Il cosmo è base costante della musica di Martin e Scann–Tec ce lo confeziona come se "Parabolic View" fosse una hit suonata in un lounge bar di Saturno, pulsante e cristallina come una schiera di stelle in caduta libera. Riprendere brani di un album molto ben fatto poteva essere un'operazione rischiosa ma la professionalità di questi artisti è ben nota, come le loro capacità di rigenerazione musicale e il suono profondo della nuova "Methodical Random" ha la qualità perfetta per incantare. La Ultimae Records stupisce e colpisce sempre per la qualità delle sue release, ci ha abituati ad uno standard elevatissimo e questo lavoro di remixes non è da meno, bravi artisti, ottima musica, ricerca sonora, orecchiabilità e sperimentalismo in campo elettronico da dieci e lode. Da ascoltare a 24 bit in assoluta contemplazione. (Bob Stoner)

Madness of Sorrow - Confessions From the Graveyard

#PER CHI AMA: Dark/Gothic/Horror, Type O Negative
Quinto disco in sette anni per i toscani, ormai trapiantati in Piemonte, Madness of Sorrow, una compagine che fino ad oggi non conoscevo minimamente. Complice un sound che sembra non confacersi ai miei gusti, mi sono avvicinato con una certa titubanza a questa band, che considera la propria proposta sonora all'insegna di un gothic/horror. Per tale motivo, ho vinto le mie paure e ho deciso di avvicinare i nostri, in quanto ho trovato affascinante quanto il terzetto volesse esprimere. E cosi, ecco concedermi il mio primo ascolto di 'Confessions from the Graveyard', un lavoro che si apre con le spettrali melodie di "The Exiled Man", una song che miscela il doom con l'heavy metal, in un lento vagabondare tra riffoni di sabbatiana memoria, sporchi vocalizzi puliti (concedetemi l'ossimoro, ve ne prego) e ottime keyboards, responsabili proprio nel creare quelle flebili e orrorifiche ambientazioni che sanno tanto di castello infestato. Il taglio di questa prima traccia è molto classico, mentre la seconda "The Art of Suffering" ha un piglio più arrembante e moderno. Ciò che fatico a digerire è però il cantato del frontman, Muriel Saracino, forse troppo litanico in alcune parti e poco espressivo in altre, ma considerato il nutrito seguito della band, credo sia semplicemente una questione di abitudine alla sua timbrica vocale. Più dritta e secca la ritmica di "Sanity", che tuttavia evidenzia qualche lacuna a livello di produzione nel suono della batteria, non troppo curata, a dire il vero, in tutto il disco. La song sembra risentire di qualche influenza dark/punk che le donano positivamente una certa verve old-school. Più rock'n'roll invece "Reality Scares", che mostra una certa ecletticità dell'act italico, ma che al tempo stesso potrebbe indurre qualcuno (il cui presente ad esempio) a storcere il naso per un'eccessiva diversità con le precedenti tracce; io francamente non l'ho amata troppo. La situazione si risolleva con la gotica "The Path": voci bisbigliate, atmosfere rarefatte, influenza di scuola Type O Negative, in quella che a parer mio, è la miglior traccia del cd. Ritmiche più tirate (ed ecco ancora la scarsa fluidità musicale) per "The Garden of Puppets", un brano che gode di un discreto break centrale, mentre apprezzabile è il chorus di "No Regrets", una traccia che ammicca al Nu Metal e che, anche in questo caso, non trova troppo il mio gradimento. E che diavolo, "No Words Until Midnight" stravolge ancora tutto, e ora sembra di aver a che fare con una band black/death per la veemenza delle ritmiche, non fosse altro che i vocalizzi del frontman ripristinano le cose, essendo il marchio di fabbrica dei Madness of Sorrow. E si continua a picchiare senza soluzione di continuità anche in "The Consciousness of Pain", almeno fino a quando Muriel Saracino non entra con la sua voce: in quei frangenti infatti, l'efferatezza delle chitarre perde di potenza per lasciar posto ad un mid-tempo più controllato. In questa song, appare anche un riffone di "panteriana" memoria, da applausi, mentre un ottimo e tagliente assolo sigilla il pezzo. A chiudere il disco, arriva "Creepy" con i Madness of Sorrow in formato 3.0, a stupirci con un pezzo dal forte sapore dark wave ottantiano, con la classica tonalità ribassata delle chitarre ed un'apprezzabile voce sussurrata (buona pure in versione urlata) che ci consegnano una band che fa dell'eterogeneità il suo punto di forza, ma a mio avviso anche di debolezza. La band, di sicuro rodata e forte di una certa personalità, credo che necessiti tuttavia di sistemare alcune cosine, dal suono della batteria ad una voce che a volte perde di espressività. Buone le chitarre, cosi come le atmosfere, resta solo da chiarire quale genere i nostri vogliano proporre. Chiarito questo, direi che siamo a cavallo. (Francesco Scarci)

martedì 8 gennaio 2019

Muon - Gobi Domog

#PER CHI AMA: Stoner/Doom, Electric Wizard, OM
Leggo e sento spesso considerazioni molto pessimistiche sulla musica underground italiana (metal e non), tra cui la ben nota triade “mancano i gruppi”, “mancano i locali dove suonare”, “mancano le idee”: se da un lato la scena è bella proprio perché esclusiva, dall’altro diventa difficile proporre nuovi progetti, nuove occasioni per live e nuove idee quando il movimento si esaurisce in una cerchia ristretta di eletti. Malgrado queste problematiche, il filone doom-psych-stoner nostrano sembra essere più florido che mai, grazie a nuove formazioni che spuntano come quei funghi che spesso stimolano la fantasia dei musicisti. Non conoscendo la dieta dei Muon, quintetto veneto dedito ai muri di amplificatori e a visioni sciamaniche, immagino che abbiano ottenuto l’ispirazione per il loro disco d’esordio dal monolite nero di “2001 Odissea nello Spazio”: come quest’ultimo 'Gobi Domog' è solido nella sua semplicità, un album quadrato e dal sound classico, eppure in grado di regalare spunti interessanti all’ascoltatore attento. Dopo una breve traccia introduttiva, veniamo storditi dall’impatto devastante di “New Born”, l’austero sottofondo di un rituale primordiale con cui verremo iniziati alla setta dei Muon: la voce salmodiante del cantante sembra infatti guidare immaginarie processioni pagane in cui i penitenti sono continuamente terrorizzati dai riff mastodontici di chitarra e basso detunati e sferzati dalle percussioni selvagge. L’iniziale violenza è poi mitigata da melodie orientaleggianti, le quali non fanno che acuire la sensazione di essere trasportati in un mondo surreale. Ci facciamo strada attraverso il canyon creato dalle colossali distorsioni di “The Second Great Flood”, il racconto reso in musica di un cataclisma ancestrale dove a sopraffarci non sono le maree del diluvio, ma penetranti onde sonore di potenza inaudita: è da sottolineare il perfetto lavoro in fase di post-produzione grazie al quale siamo letteralmente immersi nell’esecuzione dei brani, quasi come se stessimo assistendo all’esibizione dal vivo della band. Le tenebre calano su di noi quando un marcissimo giro di basso apre alle ritmiche imponenti di “Stairway to Nowhere”, pezzo in cui l’ascoltatore è portato a perdersi tra dune impossibili di paesaggi desolati mentre il cantante-profeta intona, con voce sconvolta, lunghi sermoni. Chiude la maestosa “The Call of Gobi”, un’insana fuga al ritmo della batteria martellante e caratterizzata da un finale psichedelico, con il quale il mostro, che dà il titolo all’album, verrà finalmente evocato. La fine del cd ci coglie un po’ di sorpresa, ormai stregati dalle melodie ipnotiche alla Om e dalle distorsioni senza ritegno in stile Electric Wizard, lasciandoci un nuovo interessante tassello della sempre più affollata offerta musicale stoner/doom italica. Va però detto che i Muon possono e devono crescere nel songwriting, imparando a riempire meglio gli ampi spazi sonori da loro creati, perché i produttori di riff cafoni ci piacciono, ma la concorrenza nel mestiere inizia a diventare spietata. (Shadowsofthesun)

(Karma Conspiracy Recors - 2018)
Voto: 65

https://muonstonerdoom.bandcamp.com/releases

Dendera Bloodbath - Ascariasis

#PER CHI AMA: Noise/Ambient
L'artista americana Verge Bliss, in arte Dendera Bloodbath, ci omaggia di un nuovo lavoro, uscito per l'etichetta torinese, DIY, Ho.Gravi.Malattie. 'Ascariasis' è l'ottavo capitolo della collana di opere sonore che portano il nome di malattie che colpiscono la popolazione, al fine di concepirne l'esistenza e permetterne la conoscenza. La musica dell'artista statunitense è un collage di rumori e suoni di sottofondo, direi anche assai interessanti e non animati da una particolare oscurità, che si fondono in un concetto industriale deviato al psichedelico dove suoni ancestrali, fatti uscire da una ghironda suonata dall'autrice, donano un tocco folk, surreale ed arcaico, ai movimenti sonori. Interferenze e piccole, ma ben piazzate, geniali trovate ritmiche e rumoristiche qua e là, rendono il disco accessibile, un noise ammaliante, un sogno industrial che non si dimostra gelido, rigido, non è un incubo, al contrario, si avvolge su se stesso, si srotola come se fosse qualcosa di vivo, che si dimena, vuole uscire e farsi sentire. Il concetto di vecchia radio e cattiva sincronizzazione è vivido in questa release, in un intersecarsi di grovigli sonori continuo che risultano redditizi per l'economia dell'intera opera. In un genere così sofisticato ed estremo, riuscire ad estrapolare da parte dell'autore, quella che può essere l'anima di un rumore per renderlo suono e focalizzarlo, dandone il giusto significato poetico, è compito arduo, ma qui è spesso e volentieri portato a compimento in maniera egregia. Vi è un'anima parlante in queste nove tracce, un'anima piena di calore in questi versi rumorosi, cosa rara nell'industrial di oggi, cosa che si può trovare solo nelle produzioni più intime, umane, genuine e sotterranee. Dendera Bloodbath ci è riuscita con quest'affascinante opera in poco meno di mezz'ora atta a ridare un'anima al rumore, un concetto, un fuoco, raccolti in un disco di grande intensità, pensato e ragionato da un punto di vista totalmente diverso, che non vi creerà alcun disturbo, dal quale non fuggirete, anzi, vi legherete e alla fine lo apprezzerete per lo splendido album che è. L'esperienza sarà imperdibile! Industrial, umano, troppo umano! (Bob Stoner)

(Ho.Gravi.Malattie - 2018)
Voto: 80

https://hgmmusic.bandcamp.com/album/ascariasis

As I Destruct - From Fear to Oblivion

#PER CHI AMA: Death/Metalcore, Dark Tranquillity, Hypocrisy
Debut album per gli australiani As I Destruct che dall'anno della loro fondazione, il 2014, ad oggi, non avevano ancora rilasciato materiale ufficiale. Dopo un singolo messo online nel 2017 su bandcamp, ecco finalmente il tanto agognato full length, 'From Fear to Oblivion'. Come inquadrare la proposta del quintetto di Adelaide? Come un death melodico sporcato da qualche influenza metalcore e groove metal, ma che pesca essenzialmente da un sound di matrice scandinava, penso a Hypocrisy e Dark Tranquillity in testa. Dopo il classico prologo, ecco esplodere "Shattered Hearts", la traccia che delinea fondamentalmente la proposta dell'ensemble, ed evidenzia tutti gli ingredienti tipici del genere ossia un ottimo impianto ritmico che a più riprese chiama in causa tutti i grandi gods svedesi, una buona dose di melodia mista ad un bell'apporto energizzante. Non mancano ovviamente il classico growling e un bel lavoro nel comparto solistico. Con "Black Tie Stigma", il sound si fa più cupo e minaccioso ed il rifferama ancor più serrato, con la batteria letteralmente impazzita (prova magistrale del drummer). Il disco prosegue su questa falsariga, lasciandosi alle spalle un pezzo dopo l'altro senza offrire ahimè troppo spazio alla fantasia. Qui risiede infatti la prima pecca di un album assai robusto ma fin troppo monolitico, che trova in "Question of Faith" una song più convincente delle altre, un mix tra Meshuggah e Hypocrisy, con la muscolosità dei primi a servizio della melodia dei secondi, per un risultato nientaffatto malvagio, seppur dall'esito già scontato. Ecco, la scontatezza, il secondo punto a sfavore dei nostri: ottimi musicisti sia chiaro, però mancano le idee, quelle che ti fanno strabuzzare gli occhi e dire "cazzo che bell'album!". 'From Fear to Oblivion' è un disco che alla fine vive di qualche sussulto: i vocalizzi vampireschi della guest star Mel Bulian (voce dei In the Burial) in "Asher's Lullaby", il forcing esagerato di "My Endless Love", il riffing iniziale di "Thredson" che paga un certo dazio ai Morbid Angel o la forsennata "Vultures of Virtue". Tanti piccoli segnali che ci dicono che la band ha grosse potenzialità ma che evidentemente non le sfrutta ancora appieno. (Francesco Scarci)

(Firestarter Music - 2018)
Voto: 65

https://www.facebook.com/AsIDestructBand/

lunedì 7 gennaio 2019

Psychotropic Transcendental - .​.​.Lun Yolina un Yolina Thu Dar​-​davogh.​.​.

#PER CHI AMA: Experimental/Dark/Post Metal
La storia dei Psychotropic Transcendental non è delle più semplici: formatisi nel 2000 a Bielsko-Biała, i nostri rilasciano immediatamente 'Ax Libereld...', un discreto album di prog metal. Poi il silenzio assoluto, durato praticamente fino al 2018, quando la band si è riaffacciata sulla scena con questo '.​.​.Lun Yolina un Yolina Thu Dar​-​davogh.​.​.'. In realtà, il quartetto polacco non ha mai smesso di scrivere musica, visto che le song contenute in questa loro seconda fatica, sono in realtà state scritte tra il 2005 e il 2008, in varie imprecisate locations. La peculiarità dei nostri sta comunque nell'utilizzo di testi scritti in una lingua, il var-inath, inventata dal batterista Gnat, volta a miscelare in uno stesso idioma, l'atmosfera germanica con il calore dell'accento slavo. Non mi è dato pertanto sapere di cosa trattino i testi, quindi meglio concentrarsi sulla musica di questi stravaganti musicisti. Il disco si apre con "Mahad Lavor Sa-zax", una song che unisce in modo esplosivo, rock progressive, post-metal, dark e post punk, con delle atmosfere che richiamano inequivocabilmente i primi anni '80, tra The Cure e Misfits. Decisamente più cupa la successiva "...Luvan Daar Quorkugh", una traccia che poteva stare tranquillamente stare in un disco tipo 'Wildhoney' o 'A Deeper Kind of Slumber', due capolavori assoluti dei Tiamat. La malinconica melodia della song è guidata dalla splendida chitarra di Mariusz Kumala, mentre le vocals, molto buone, di K-vass (voce dei Moanaa e dei Sigihl, tra gli altri) si palesano come una versione molto graffiata e incazzata di un pulito. La title track è un flusso ipnotico tra psych e post-metal, su cui si pongono le urla drammatiche e litaniche del vocalist, peccato solo non se ne intuiscano nemmeno lontanamente i contenuti, a quel punto forse sarebbe stato meglio utilizzare un bel growling incomprensibile. "Lavor ni Termaned" è una lunga traccia di oltre 13 minuti, che si muove tra eteree sonorità post-rock, dark e progressive che evocano un che dei connazionali Riverside, in una progressione emozionale che pone questa tra le mie canzoni preferite dell'album, nonostante la sua eccessiva durata, che nell'economia dell'album forse costituisce un elemento limitante, a tratti in effetti, eccessivamente prolisso e ridondante nella sua evoluzione. "Iin Varandhaar Iin Badenath Mahad Karviin" segna invece la follia del combo polacco in un arrembante brano dalle sonorità un po' stralunate, in cui le vocals di K-vass si alternano tra il suo caratteristico vocione e delle urla sgraziate, in una song di difficile collocazione musicale, che mi lasciano un attimo spiazzato. Si torna ad atmosfere (e vocals) più graziate con "Float Wid Xeruaned Rattha", song decisamente più raffinata, che gode di atmosfere rock psichedeliche di derivazione pink floydiana, che diverranno decisamente più aggressive negli ultimi minuti del pezzo. Il disco ha un'altra mezz'ora da offrire col trittico finale, ma francamente mi sento esausto dall'ascolto impegnativo che richiede l'album. "Zig Il-saghar iin Il-saghar" è troppo ripetitiva e lamentosa nei suoi quasi dieci minuti, fosse durata solo la metà ne avrebbe di sicuro beneficiato l'ascolto. "Wid Arra Float" non ci va troppo lontano almeno per i primi quattro minuti, poi finalmente il brano prende quota e diviene più sperimentale nella seconda metà anche se il lungo finale risulta sfiancante. A chiudere quest'insormontabile disco, ci pensa “Hoxathilag”, quasi dieci minuti di suoni e melodie soffuse in sottofondo che la fanno somigliare più a un cd di tecniche di rilassamento che ad un lavoro metal. Insomma, alla fine l'impronunciabile '.​.​.Lun Yolina un Yolina Thu Dar​-​davogh.​.​.' è un lavoro per certi versi interessante per scoprire nuovi mondi sommersi, chissà solo se nel frattempo, la band polacca ha scritto qualcosa di nuovo, che verosimilmente potremo ascoltare solo nel 2031. (Francesco Scarci)

The Devil's Trade - What Happened to the Little Blind Crow

#PER CHI AMA: Folk/Doom/Rock
Arrivo ad avere questa chicca tra le mani in una sera gelida d'inverno, osservo la grafica di copertina cercando di intravedere segnali per capire di quale musica mi dovrò nutrire e se alla fine il pasto sarà succulento. Inserito il dischetto mi si apre un mondo inaspettato fin dalle prime note della breve intro arpeggiata, è il folk a farla da padrone in questo disco dalla copertina tetra e attraente. The Devil's Trade (al secolo Dàvid Makò) è il moniker con cui questo spettacolare cantautore ungherese esporta la propria arte e la propria maestria, musicale e vocale. Immaginate un banjo che s'interseca con chitarre acustiche, foraggiate da moderate distorsioni cariche di solitudine ed un canto profondo, al limite di una sacra litania cantata con l'estro del Vedder di 'Into the Wild' e l'estasi arcana dei migliori Steve Von Till e Scott Kelly, una voce cosi profonda capace di evocare spiritualità in continuazione, con il tocco oscuro ed epico udibile nei pezzi dei Tyr e in grado di far scatenare una forza così heavy da poterlo immaginare all'opera con i mitici Gran Magus. Il disco in questione è il suo ultimo, perfetto lavoro, intitolato 'What Happened to the Little Blind Crow', licenziato dalla Golden Antenna e devo ammettere che è un'opera splendida, ricca e convincente, nonostante si tratti di una one man band che suona tutto in solitudine. La magia che il cantautore magiaro riesce a far esplodere è frutto di una ricerca che ha portato ad uno stile chitarristico proveniente dai classici del folk e del rock, contaminati e rivisitati con le atmosfere e le cadenze solenni tipiche del doom, si, proprio del doom e seguendo questa direzione, unendola ad una vena epica tipicamente metal, il mastermind ungherese è riuscito a intagliarsi questo stile che lo eleva al di sopra delle righe di un semplice folk singer. The Devil's Trade è straordinariamente rock, oscuro e indomabile ma allo stesso tempo riesce ad essere intenso, primordiale, un bardo seduto in una foresta immersa nella nebbia, di fronte al fuoco e accerchiato dai lupi, che canta storie desolate e di resurrezione umana, in una forma folk rock apocalittica e mantrica (I brani "To an End" e "12 to Die 6 to Rise" con "Your Own Hell" sono delle vere gemme). Otto brani perfetti, prodotti divinamente, suoni profondi, reali, caldi e potenti. La voce si gusta appieno, in tutta la sua forma migliore, maestosa, piena e orgogliosa, il banjo è pura ovazione per la natura e brano dopo brano, ci si immerge in un suono atipico, semplice, ricercato e geniale. Un disco da ascoltare in solitudine, da apprezzare fino in fondo, un artista che merita attenzione, il suo miglior album ad oggi, che può essere idolatrato da ambienti metal, folk, dark o rock indifferentemente. Un album di notevole caratura. (Bob Stoner)

Inira - Gray Painted Garden

#PER CHI AMA: Death/Groove/Djent, Meshuggah, Tesseract, In Flames
Nel 2018 il metal nostrano è andato alla grande anche al di fuori dei confini italici. Peccato solo che i friulani Inira abbiano dovuto firmare per l'etichetta ucraina Another Side Records (sub-label della Metal Scrap), per rilasciare il loro 'Gray Painted Garden', secondo atto dal 2005 a oggi per i nostri. Avessi avuto la mia label, avrei puntato alla grande sulla fresca proposta della band del Vajont, che tra echi meshugghiani a livello ritmico, un cantato graffiante (e un altro in versione growl) condito da chorus di sapore "in flamesiano", un background tipicamente a cavallo tra metalcore e post-hardcore, hanno reso la loro proposta davvero gustosa da ascoltare. La title track, posta in apertura, conferma immediatamente le mie parole con un pezzo dritto, piacevole, carico di groove (ottime le keys a tal proposito) e melodie ruffiane quanto basta per mantenere comunque intatta l'esplosività intrinseca alla musica dell'act italico. Ancora meglio "Discarded", con quel suo riffing a cavallo tra Gojira, Mesghuggah e Tesseract, ad individuare solo alcune delle influenze dell'ensemble friulano. Le vocals più pulite suggeriscono infatti un altro filone da cui i nostri traggono ispirazione, ossia quello più "mainstream" di Architects e Bring Me the Horizon, ma non fatevi fuorviare da queste mie parole, gli Inira sapranno coinvolgervi con sonorità belle intense, moderne e avvincenti. Bella scoperta, visto che le undici tracce qui incluse, sono tutte delle potenziali hit: detto delle prime due, "This is War" ha un approccio più oscuro (sulla scia dei primi Tesseract) nelle note introduttive acustiche, che la rendono solo in apparenza meno orecchiabile rispetto le precedenti. Si torna a far male con le sghembe melodie di "Sorrow Makes for Sincerity", un brano più cattivo che vede in Meshuggah ed In Flames i punti di contatto più evidenti per i quattro musicisti nostrani. Si prosegue con la più ritmata e malinconica "Venezia", una song in cui le chitarre ultra ribassate dei nostri, sembrano maggiormente echeggiare nei miei timpani, e in cui la porzione solistica ci rende testimoni dell'ottima prova alla sei corde di Daniele "Acido" Bressa. L'unica cosa che mi fa storcere il naso è quanto diavolo canta qui il buon Efis Canu Najarro. L'approccio oscuro evidenziato in "This is War", riemerge più forte in "Zero", una song davvero potente che ci prepara alla più alternative "The Falling Man", in cui emerge qualche affinità con i Deftones, cosa che si ripeterà anche nelle successiva "The Path", la più delicata, suadente ed ipnotica del lotto, a rappresentare anche il pezzo più erotico dei quattro giovani musicisti, sebbene la tensione vada lentamente aumentando sul finale. Analoga come sonorità anche "Universal Sentence of Death". Decisamente più interessante è l'iper ritmata "Oculus Ex Inferi": ottime melodie, coinvolgenti le atmosfere e niente male le sferzate ritmiche che accrescono l'incandescenza dei contenuti. Si giunge, madidi di sudore a "Home", ultimo atto di questo ottimo 'Gray Painted Garden' che ci ha riconsegnato, dopo un bel po' di anni, una band pronta a dire la sua nell'iper saturo mercato musicale. Ben tornati ragazzi. (Francesco Scarci)