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lunedì 15 ottobre 2018

Tyakrah - Wintergedanken

#PER CHI AMA: Black/Doom/Folk, Agalloch
Dalla città di Münster ecco arrivare i Tyakrah, fautori di un suono che richiamerà di sicuro l'attenzione dei fan degli Agalloch. 'Wintergedanken' è un dischetto infatti dal forte sapore invernale, che vanta parecchi rimandi alla band di John Haughm e soci, in particolare a quel 'The Mantle' che fece sognare tutti gli amanti del black doom folk e non solo, compreso il sottoscritto. E quando "Gefrorne Tränen" entra nel mio stereo dopo la timida intro, ecco avvertire quelle stesse sensazioni positive di quando ascoltai per la prima volta il capolavoro della band americana. Certo, sono passati 16 anni dall'uscita di 'The Mantle', eppure c'è ancora chi sogna di trovarne un seguito altrettanto bucolico, magari partorito nelle campagne della Renania. E quindi perchè no, non raccogliere la sfida e pensare che i Tyakrah possano rappresentare quel seguito virtuale, questo perchè a parte l'asprezza della componente ritmica, la song si lancia in lunghe progressioni strumentali, dilatazioni cariche di pathos e profonda malinconia che mi convincono appieno. La title track non tradisce e prosegue con questo tipo di approccio, miscelando il classico sentore black (limitato essenzialmente solo alla voce) doom (per quel riffing lento e sinuoso) con splendide fughe chitarristiche pregne di una emozionalità strappa lacrime, legata all'uso sfrenato di un tremolo picking estremamente efficace, anche nelle parti più violente. L'intensità crescente del disco viene amplificata dalla solennità dell'interludio "Eisige Andacht". Tocca poi a "Fährten im Schnee" ripristinare il flusso sonoro con la prima parte del cd, sebbene sembra essersi perso quel tocco di magia iniziale. Sia chiaro, la song non è brutta però sembra deprivata di quella forte emotività caratterizzante i primi due pezzi e maggiormente focalizzata sulla brutalità di un black glaciale. Ci prova prima una voce pulita a ripristinare il corso delle cose, con risultati non del tutto convincenti, poi una chitarra decisamente più ispirata. "Erstarrende Nacht" prosegue mostrando il lato più collerico del duo germanico tra sfuriate black, harsh vocals e splendidi solismi che alla fine premiano la proposta di J.R. e I.XII, i due musicisti fautori di questa interessante proposta. Rimango ora in trepidante attesa per il futuro dei Tyakrah, godendomi intanto le gradevolissime atmosfere di 'Wintergedanken'. (Francesco Scarci)

(Satanath Records/Slaughterhouse Records - 2017)
Voto: 75

https://satanath.bandcamp.com/album/sat181-tyakrah-wintergedanken-2017

venerdì 12 ottobre 2018

Anaal Nathrakh - A New Kind of Horror

#PER CHI AMA: Industrial/Grind/Black
Per amare gli Anaal Nathrakh dovete essere fan di Judas Priest e Napalm Death allo stesso tempo. Se questa condizione è soddisfatta, amerete anche questa nuova release del duo di Birmingham, intitolata 'A New Kind of Horror'. Perchè la mia dichiarazione iniziale? Semplicemente perchè il disco è costituito da spaventose schegge grind, un trademark per il duo britannico, che irrompono con "Obscene as Cancer", sulle quali si piazzano le vocals, sia in growl/scream che urlate, in stile Rob Halford, il frontman dei Judas Priest. Questa similitudine sarà ancor più forte nella successiva "The Reek of Fear", song dal riff stridulo e nevrotico. Godetevi questi trenta minuti e poco più di musica apocalittica, dove verrete aggrediti dalle ritmiche forsennate della band, da quelle loro chitarre al fulmicotone alleggerite da una costante (ed importante) presenza melodica, in cui la componente vocale si sdoppia appunto in un grugnito ferale e in vocals tipiche heavy metal. In tutto questo dicevo, rimane costante la portanza melodica, le incursioni industriali, forti soprattutto in "Forward!", una song mid-tempo che ricorda le prime cose dei Fear Factory. Un album davvero buono, che vede alcune novità a livello di songwriting a tratti epico, quasi sinfonico, che nelle tracce "New Bethlehem/Mass Death Futures" (spettacolare la sua melodia) e nella maestosa "Are We Fit For Glory Yet? (The War To End Nothing)", ne scorgo gli apici di un album che farà la gioia dei fan. Ottimo comeback discografico, probabilmente un filo sotto rispetto ai precedenti ma eccezionali lavori inseriti nella discografia della band inglese. (Francesco Scarci)

giovedì 11 ottobre 2018

Decayed - The Burning of Heaven

#FOR FANS OF: Black/Death
Reveling in the black metal sound that typified the extremity of the early '90s, Decayed is one of Portugal's early adopters of the intense esoteric style and has run with it for decades. Having released eleven full-length albums by the debut of 'The Burning of Heaven' as well as numerous demos, splits, EPs, and compilations, the trio has been a prolific – albeit marginal and overlooked – member of the scene since 1990.

After a short prologue, the title track storms out the gate with the untamed fury that only heavy metal can bring. Shrieking guitar solos and throats ripping from agonized screams, a harsh atmosphere of raw resonance as the pitter-patter of double bass falls like rain below a hail of cymbal strikes, Decayed brings Armageddon and it is none too discomforting even through a crushing change of pace halfway into this eleven minute thrashing. Instead, Armageddon is a party as Heaven burns and the slaughter is merely the sick game in which Decayed is enthralled. Punishing that petulant paradise with perdition's passionate press, armies of angels melt under the crush of demonic weight like so many damned souls plunged into the lake of fire. Revenge is here for the dark deity and it comes in sweeps and blasts as this absolute monster of a title track tears through.

Much of the album flies by like winged demons farting fire, distant screams become a chorus of horror descending upon cities, rending stereocilia from inner ears, and melting the membranes of eyes. The shrill “Son of Satan” hails the newborn Antichrist with its unambiguous and direct victuals of Satanic allegiance before the mystical prognostications of “Dark Soul - The Prophecy” begin the march to a universal war that makes all historical human horrors seem like skirmishes in scale. The chaotic onslaught of “War of the Gods”, the heaving weight of “Defy Thy Master”, and the liberal use of crisp cymbal crashes throughout “The Mirror of Usire” furiously wrap up the main album while a second segment comes to the fore.

As if the depravity of the underworld and the genocide of a realm of righteous supernatural beings wasn't enough, 'The Burning of Heaven' comes with an added EP hailing the 'Night of Demons' with its own coven of horny witches starting the show. Covering Motorhead in “Deaf Forever” and following it up with a shift into “Cravado Na Cruz” that again joins the chorus of songs reveling in an inverted revelation and wreaking havoc with genuine glee, Decayed refuses to let up as it peppers bits of campy fun into its frenetic standard. Unlike many a modern black metal band reveling in melancholy and lamenting the task of turning terror and torture into a fresh tome, Decayed ensures that the wickedness of a smile on one's face is the last thing many a weeping angel may see as it serenades unholy hosts with such unrepentant and charming madness. (Five_Nails)

Xoresth - Vortex of Desolation

#PER CHI AMA: Funeral Doom/Drone
Da un po' vado dicendo che quello delle one-man-band sembra essere un fenomeno che va diffondendosi a macchia d'olio in tutto il mondo. Ecco che il progetto di oggi ci conduce in Turchia a Izmir per l'esattezza, città natale di Dorukcan Yıldız, il factotum che si cela dietro al moniker Xoresth. La proposta del musico turco è all'insegna di un funeral doom dai tratti fortemente dronici che nelle tre song a disposizione, assume connotati fortemente caratterizzanti. Si perchè mai mi sarei sognato di miscelare questi due generi già di per sè assai ostici. Potete immaginare quindi il mio stupore quando "Illusion Before the Matter" si palesa nel mio stereo con il suo carico mortifero legato al funeral, il tutto inserito in un contesto dronico di riverberi che amplificano l'effetto apocalittico del doom con esiti davvero interessanti, ma soprattutto ipnotici, con il drone che tuttavia stempera la pesantezza di un genere che rischierebbe di stritolarci come le spire di un boa costrictor. Niente male affatto, non me l'aspettavo. Con maggiore curiosità mi avvio ad ascoltare gli oltre dieci minuti della tremolante title track. Qui ve lo anticipo, si sprofonda all'inferno, c'è poco da fare se non mettersi l'elmetto e avviarsi a scendere nelle viscere della terra. La sensazione è quella di ritrovarsi in una grotta profonda dove l'ansimare legato alla fatica eccheggia sulle pareti di quell'antro cavernoso e dove la sensazione di carenza d'ossigeno preme forte sul petto, generando un angosciante carico di ansia. Si, "Vortex of Desolation" è una song fortemente ansiogena e tenebrosa, quasi quanto la sensazione di buio assoluto che sperimentai una volta in una spedizione speleologica. Fa paura, ma è estasiante, da provare almeno una volta nella vita. Nel frattempo, Dorukcan Yıldız ci ha già introdotto nell'ultima spaventosa traccia, "Nefes", che guarda caso deriva dall'arabo respirare. Allora non mi sbagliavo con quella sensazione di privazione di ossigeno lamentata poc'anzi. In quest'ultimo brano infatti, quella percezione si acuisce ulteriormente. Ora ci si trova nelle tenebre, di fronte alla Signora Morte in persona, con spiraglio alcuno di rivedere la luce, solo ombre, voci terrificanti e un senso di fine assai palpabile in una song ambient/drone decisamente claustrofobica e assai ostica da digerire che relega questa release ad una nicchia di fan ancor più limitata. Da sperimentare però almeno una volta nella vita, questo rimane il mio comando. (Francesco Scarci)

martedì 9 ottobre 2018

Systemik Viølence - Anarquia-Viølência


#FOR FANS OF: Crust/Punk
I positively absolutely love this!

Remember the past. When you were fifteen. Your mother or father came to your room and told you to fucking tidy up your chaos. And what did the average pubescent like me do? Everything but! Back into the present and right to “Anarquia-Viølência”. A serious sounding guy tells you that he is “positively absolutely sure that a lot of you are going to hate this”. I feel like fifteen again, stick my finger in the air, tell him to stuff it and expect positively absolutely the exact opposite. By definition. By principle. The question is whether a Suicidal Tendencies “One Finger Salute” is justified. Let me be the objective judge for you.

Should anyone be out there who thinks that punk has gone soft (what in my humble opinionis unfortunately true for a lot of today´s “post-something bullshit”), here is your salvation. Systemik Viølence gives you a seven-song tour through the grime and filth of the Portuguese gutters and sewer system. The dudes created a cesspool that mixes punk, hardcore, d-beat and crust in a fantastic way. Sawing shredding guitars, totally anarchic and slightly distorted vocals that are shouted, spit out and vomited into you face and relentless drumming is the foundation of SV hate campaign.In a world, a lie gets halfway around the globe before the truth has a chance to get its pants on, I am positively absolutely sure we need upright people like in SV to shake the moral tree and share their truth in a way it can be heard.

And hear you do! There is no single highlight to be highlighted. The recording works best if digested as a whole. The spoken samples between the seven pandemic outbreaks help to make listening a seamless exercise. If any first wave Scandinavian raw black metal band had decided to go punk / hardcore / crust, we now would listen to “Under a crapitalism moon” or “Transylvanian vulture culture”. What I really like when listening to AV is that though the record barely hits the 13minutes mark, it feels more intense, more elaborated than that. I understand that “elaborated” in connection with a bare to the bones punk / hardcore manifestation feels like a contradiction in terms. But SV manage to squeeze chaotic soli into their eruptions (“Crapitalism”), throw quite memorable metallic riffs at you (“Male Dumbinance”), created excellent choruses (“Anarquia-Viølência”) and are fucking convincing oozing the trve spirit in the true sense of the word.

You may ask me, what is the flipside of the coin? Aha, you see, you have been affected by the current global negativity around us. Always looking for the fly in the ointment. I am positively absolutely sure that once you start to dig into ““Anarquia-Viølência” you will join to support the fight against the stupidity of modern day dictators, self-appraising idiot presidents and similar D.R.I.s and will forget that 13 minutes next time should be 30 with the alternative to acquire the next record as a CD as well (here you have your justification of the missing 15%....).

In summary: it felt good to be fifteen again! Saúde! (Dominik)


(Ring Leader/Regulator Records/Raginplanet/Raw'n'Roll Rex - 2018)
Score: 80

https://systemikviolence.bandcamp.com/album/anarquia-viol-ncia

domenica 7 ottobre 2018

Interview with Nagaarum


Follow this link to know much more about the Hungarian one-man-band Nagaarum, that was able to produce 17 releases in 7 years:



Deadline - Nothing Beside Remains

#PER CHI AMA: Hard Rock, Whitesnake
I rockers francesi Deadline tornano alla carica con la loro terza pubblicazione, uscita quest’anno e intitolata 'Nothing Beside Remains'. Il gangster ritratto in copertina preannuncia la linea tematica del disco, che si snoda fra 12 tracce basate su altrettante storie, oscure e criptiche, da vero romanzo giallo. Quello che ci aspetta all’interno di quest’album è un rock solido, duro e puro, pregno di richiami stilistici a mostri sacri come ad esempio Whitesnake, Ronnie James Dio, Warrant, che si notano decisamente influenzare il sound molto chitarroso della band. Sonorità decisamente americanizzate (nonostante la provenienza europea dei nostri) si articolano su uno spregiudicato 4/4, scandito da un lineare ed imperturbabile drumming. Un discreto lavoro nel complesso, che si fonda certamente sulla passione dell’ensemble per il buon vecchio hard rock, quello sporco, privo di compromessi. Le chitarre di Gabriel Lect e Chris Gatter lavorano incessantemente fra riffoni prepotenti e fraseggi più ricamati, piazzandoci anche qualche notevole assolo e tecnicismo. Molto pregevole per esempio, quello concatenato nel brano "Silent Tears", che fra l’altro è un tributo ai tragici avvenimenti di novembre 2015 a Parigi, la famigerata strage del Bataclan. Altri pezzi da segnalare, l’opener "Devil’s in the Details" o anche "Fly Trap" con delle buone parti strumentali. Si sente dunque quanto i Deadline sappiano muoversi bene sul loro terreno, quello dal sound dritto e sparato, ma bisogna spingersi un po’ più in là con la navigazione, abbandonare le “placide” acque dell’hard rock per poter dar vita a qualcosa di davvero memorabile. Questa terza fatica dei rockettari d’oltralpe, infatti, per quanto risulti ben suonata ed appassionata, finisce un po’ nel calderone del genere, senza riuscire ad esprimere qualcosa di realmente degno di nota… Attendiamo novità che ci possano stupire! (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Bad Reputation - 2018)
Voto: 65

https://www.deadlinehardrock.com/

Aeolian - Silent Witness

#PER CHI AMA: Folk/Death/Black, Amorphis, Insomnium
Siete fan dei Dark Tranquillity, degli In Flames o forse degli Opeth? Avete detto che vi piacciono anche Dissection, Amon Amarth e Amorphis? Siete incontentabili, ma anche tanto fortunati perché oggi arrivano in vostro aiuto i maiorchini Aeolian, che convogliano tutte le influenze di cui sopra, in questo interessante 'Silent Witness', un concentrato di death black folk assai melodico. L'incipit è da urlo visto che "Immensity" ingloba un po' tutte le band citate con una certa eleganza che si concretizza in ottime linee di chitarra, pregevoli growling vocals e assoli da paura che valgono da soli il prezzo del cd. Le melodie folkish a la Amorphis o nella vena dei primissimi In Flames, si materializzano in "The End of Ice", song assai matura che vede sul finale esplodere un altro brillante assolo con dei vocalizzi epici davvero intriganti. Insomma, ci siamo già capiti, a me quest'album mi prende e non poco. Un rifferama stile Nevermore irrompe in "Chimera", un bel pezzone thrash che mi ha rievocato una sfortunata ma altrettanto brava band di fine anni '80, gli Anacrusis, votati ad un thrash progressivo veramente speciale. Questa song ha echi di quell'ensemble, anche se poi ovviamente i nostri nuovi eroi di Palma di Mallorca prendono una strada differente che ammicca anche agli Insomnium. Tanti i punti di forza dell'album per cui eviterei un track by track per soffermarmi invece su quei brani che più mi hanno sconfinferato, a partire dall'intro acustica di "Return of the Wolf King" e da una traccia che segue i dettami degli Amorphis in modo piuttosto personale, coniugando il folk con intemperanze black e divagazioni prog. Bravi, ben fatto. Se l'inizio devastante di "Going to Extinction" mi ha ricordato, per quel suo urlaccio, i Cradle of Filth, la song comunque conferma quanto di buono ascoltato sin qui. Ancora un bel folkish thrash death con "Elysium", cosi come entusiasmante è l'altra intro austica di "Wardens of the Sea" che con il esotismo, evoca gli Orphaned Land, per poi tramutarsi in una più normale canzone death, sicuramente carica di un buon groove. "The Awakening" è la classica quiete prima della tempesta scatenata da "Black Storm", dirompente blackish song tra incessanti ritmiche tiratissime e splendide melodie. Ci sono ancora un paio di brani ad attendervi per il gran finale dove a mettersi in luce sono le ottime linee di basso e un sound che strizza l'occhiolino agli Opeth ("Witness") e in parte ai Cradle of Filth ("Oryx"), per quel suo screaming che si alterna con tutte le linee vocali sin qui godute, in una song oscura ma parecchio variegata. Diavolo, mi ero detto di evitarmi il track by track, ma ci sono cascato in pieno e allora visto che ho saltato solo "My Stripes in Sadness", sappiate che si tratta di un buon brano che vede una rilettura da parte del quintetto delle Baleari, degli insegnamenti degli Insomnium. Alla fine che dire, se non che 'Silent Witness' è un lavoro ben fatto, ben curato, ottimamente prodotto (ma qui c'è lo zampino di Miguel A. Riutort Cryptopsy, Hirax e The Agonist), di cui ne posso solo fortemente consigliare l'ascolto. (Francesco Scarci)

(Snow Wave - 2018)

venerdì 5 ottobre 2018

I Fiori di Mandy - Carne

#PER CHI AMA: Alternative Rock, Afterhours
In qualche modo oggi si parla di Sardegna, precisamente di Oristano, terra affascinante, popolata da persone con idee chiare e tanta forza per portarle avanti. I Fiori di Mandy rispecchiano questa filosofia a livello musicale e credendo nel loro progetto, sono arrivati al secondo EP 'Carne', dopo solo due anni di intensa attività artistica. Il power trio, nonostante la giovane età, affonda a piene mani nel background italiano che ha visto Timoria, Afterhours e Marlene Kuntz maggiori interpreti di due decenni di rock intenso ed emozionale. "Karter" è l'esempio lampante, ove i tre strumenti del rock, lavorano gomito a gomito in una composizione semplice e rabbiosa che vede la chitarra e la suadente voce di Edoardo protagonisti di una ballad struggente. Accordi puliti, basso pulsante e batteria minimale accompagnano un testo dalle pieghe oscure che aspetta il momento giusto per esplodere ed urlare di rabbia. I Fiori di Mandy cambiano faccia invece con "In Virtù del Piovere", pezzo di quasi sei minuti che si destreggia tra la ritmica in levare del buon Raffaele e il basso funky di Luigi, uno spunto per buttarsi in un ballo liberatorio ad invocare la pioggia che lava e purifica l'anima. Il break centrale spezza il ritmo, ci porta nella dimensione psichedelica della band caratterizzata, dall'immancabile vena oscura e introspettiva che caratterizza le band sopra citate. Dopo "Invadere", altro brano energico e veloce, la band si sposta su melodie e ritmiche più lente e cupe, dove vita, amore e morte si susseguono in un vortice cupo al limite della dark wave. Agnelli, Godano & co. hanno segnato, nel bene e nel male, il rock italiano e le band/cantautori che li hanno solamente emulati non hanno fatto molta strada. I Fiori di Mandy cercano una loro identità, a volte convincono trasmettendo quello che hanno dentro, attraverso arrangiamenti ridotti all'osso per far emergere i testi ed il cantato, in altre occasioni sembrano vagare senza meta per gran parte del brano. Se si sceglie la strada dell'immediatezza sarebbe più efficace tagliare gli eccessi e puntare sulla sostanza che il trio sardo ha a disposizione, deve solo indirizzare meglio e centrare il cuore di chi ascolta. (Michele Montanari)