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venerdì 5 ottobre 2018

I Fiori di Mandy - Carne

#PER CHI AMA: Alternative Rock, Afterhours
In qualche modo oggi si parla di Sardegna, precisamente di Oristano, terra affascinante, popolata da persone con idee chiare e tanta forza per portarle avanti. I Fiori di Mandy rispecchiano questa filosofia a livello musicale e credendo nel loro progetto, sono arrivati al secondo EP 'Carne', dopo solo due anni di intensa attività artistica. Il power trio, nonostante la giovane età, affonda a piene mani nel background italiano che ha visto Timoria, Afterhours e Marlene Kuntz maggiori interpreti di due decenni di rock intenso ed emozionale. "Karter" è l'esempio lampante, ove i tre strumenti del rock, lavorano gomito a gomito in una composizione semplice e rabbiosa che vede la chitarra e la suadente voce di Edoardo protagonisti di una ballad struggente. Accordi puliti, basso pulsante e batteria minimale accompagnano un testo dalle pieghe oscure che aspetta il momento giusto per esplodere ed urlare di rabbia. I Fiori di Mandy cambiano faccia invece con "In Virtù del Piovere", pezzo di quasi sei minuti che si destreggia tra la ritmica in levare del buon Raffaele e il basso funky di Luigi, uno spunto per buttarsi in un ballo liberatorio ad invocare la pioggia che lava e purifica l'anima. Il break centrale spezza il ritmo, ci porta nella dimensione psichedelica della band caratterizzata, dall'immancabile vena oscura e introspettiva che caratterizza le band sopra citate. Dopo "Invadere", altro brano energico e veloce, la band si sposta su melodie e ritmiche più lente e cupe, dove vita, amore e morte si susseguono in un vortice cupo al limite della dark wave. Agnelli, Godano & co. hanno segnato, nel bene e nel male, il rock italiano e le band/cantautori che li hanno solamente emulati non hanno fatto molta strada. I Fiori di Mandy cercano una loro identità, a volte convincono trasmettendo quello che hanno dentro, attraverso arrangiamenti ridotti all'osso per far emergere i testi ed il cantato, in altre occasioni sembrano vagare senza meta per gran parte del brano. Se si sceglie la strada dell'immediatezza sarebbe più efficace tagliare gli eccessi e puntare sulla sostanza che il trio sardo ha a disposizione, deve solo indirizzare meglio e centrare il cuore di chi ascolta. (Michele Montanari)

giovedì 4 ottobre 2018

Chorosia - S/t

#FOR FANS OF: Sludge/Psych Doom
Vienna represents, probably second only to Berlin, the European electronic music’s fulcrum. Every night, waves of hopeless people are melting in clubs and the offer of these synthetic rooms is practically unlimited. In a city where techno expresses his sovereignity, a band named Chorosia makes his debut with a 53 minutes album full of hope for the metal scene. The work appears even too sophisticated to be a self-production, these guys indeed entirely wrote, produced and mastered the album and, most of all, released it free from labels: everything sounds definitely way far from a rudimentary project. Hoarse voices are kneaded to hypnotic riffs and elegant arpeggios, the first track introduces clearly Chorosia’s mission: "Priestess of Doom", what else better than a female holy guide to attract new masses and redeem Vienna from his sins? The peak of the album can be identified in the tracks "The Lurking Fear", followed by "Harm", a deep navigation between strenght and harmony. This tracks duetto expresses, in my opinion, what this Austrian ensemble is, aka a living oxymoron: an expert rookie band (they formed in 2017) spreading profound vibrations in a city intoxicated by daw-music and hit hats. Chorosia’s self titled album alternates frenetic rides to slow, profound and introspective moments of decadence, the instrument’s union doesn’t clash for a single second and produces a monolithic result. The rythm choices are surprising and never step into banality, covering practically the entire spectrum of the doom and sludge style. "Place of Planes", the bottom track, is pure chocolate for the lovers of the genre, the perfect conclusion of this outset album: it burns like a fire coming from a rocket ready to be launched. The last seconds of Chorosia is a foggy glaze to a brillant future, what actually this band deserves, no doubt about it. (Pietro Cavalcaselle)

Endarken - Tvoj Je Hram U Srcu Mom

#PER CHI AMA: Black Old School, Darkthrone, Gorgoroth
La fiamma nera brucia che è un piacere in tutte le parti del globo. Il black metal degli Endarken arriva quest'oggi dalla Serbia, grazie al duo formato da Nekrst e N.P.V., due musicisti già ampiamente inseriti nel circuito underground serbo con diverse altre band (Khargash, Paimonia, Samrt). Con gli Endarken probabilmente danno sfogo al loro lato più primitivo, evocando un che dei Darkthrone. Non fatevi però ingannare dall'opener "Šta Vrede Oči Kada Um Je Slep", cruda e veloce nel suo incedere nero come la pece, ma anche melodica nella sua parte centrale. I richiami a Fenriz e Nocturno Culto ci sono indubbiamente, cosi come ai Gorgoroth, però nella proposta maligna degli Endarken ci sento anche un che di magico, nonostante quelle iper veloci ritmiche deflagranti. La band affonda come ovvio che sia, le mani nel tradizionale riffing norvegese di primi anni '90 che vedeva incontrarsi il black col punk thrash, e pertanto non aspettatevi una ventata d'aria fresca; tuttavia devo ammettere che la seconda song, nonchè title track, avrà modo di regalare qualche sorpresa grazie ad un approccio esoterico-tribale, che smuove di certo il mio interesse. La furia divampa in "Alfa I Omega", song più lineare nella sua proposta black thrash, guidata dalle harsh vocals di Nekrst, vero factotum dell'ensemble originario di Apatin. La song nel finale trova modo di esprimere anche una sorta di death/post black che mi consente di mantenere costante la mia attenzione. L'inizio di "Oda Njemu" è più influenzato dalle melodie sghembe a la Deathspell Omega, in una song mid-tempo, ricca in melodia, ove interessante si dimostra anche la componente solistica di questa traccia che ho immediatamente candidato a mia song preferita. Suoni ben bilanciati, voce arcigna ma intellegibile, atmosfere cupe, liriche legate a Satana e compagnia ed una bella sfuriata conclusiva che non guasta mai. Ben fatto, c'è da essere fiduciosi per il proseguio, che non delude neppure nelle terminali "The Old Ones Awakening" (l'unica traccia cantata in inglese) e "Ja, Sve I Svja". Malinconica ma ficcante la prima, ed è strano visto che il tema rimane a sfondo satanico, più roboante l'approccio ritmico della seconda, ma decisamente ricca di groove, che mi pare quasi una bestemmia visto il genere, ma che mi permette di concludere, chiedendovi di dare una chance a questi due musicisti che hanno rivisto il black metal in una chiave decisamente più moderna e con risultati più che discreti. Ecco, se solo ci evitassimo il clichè legato al buon vecchio Satana, credo che si potrebbero far notare maggiormente. (Francesco Scarci)

(Blackest Ink Recordings - 2018)
Voto: 70

https://endarken.bandcamp.com/releases

mercoledì 3 ottobre 2018

Into Eternity - The Sirens

#FOR FANS OF: Melo Death Metal
Debuting its first full-length in a decade, Into Eternity arrives with a vengeance devastating body and mind, triumphing over bitter frosts and radioactive winds alike. As riffs exert themselves across expansive metric swaths, a massive sound aggressively erupts below in tireless blasting and crisp precision. This Saskatchewan quintet brings such a palpable zeal to the opening half of 'The Sirens' that it becomes impossible not to be swept up by the metal trope of screaming into the swirl of a tornado. That is, until the tropes themselves become all too apparent.

The silence behind the opening riff to the album, turning a title track from an isolated classical scale into a willful wail of animated bedlam sets off a series of intense songs that crash like waves against rocks, drawing in fleets with beautiful harmonies until the gravity smashes their cedars and grinds them into the clouds of silt billowing below the black waters. Into Eternity has a knack for lulling a listener into its accessible moments before bewildering them with the death metal intensity buffeting each melody, Homer would be proud. In this vein, with male gutturals and clean vocals from Tim Roth (guitars) and Troy Bleich (bass) joining shrieks and clean singing from Amanda Kiernan, the band has mastered its multi-tiered assault on the senses with drastic and expressive changes that build layers of emotional gravity to the band's overall tone to consistently deliver a gorgeous treble end and spread it across an unrelenting backdrop.

Sure to be crowd pleasers, the straightforward rampage that is “The Fringes of Psychosis” with its very hummable rising chorus, the blossoming solo in “This Frozen Hell” with the persistence and elegance of myriad snowflakes forming rising drifts, and the quick-paced whirl of “Sandstorm” that sweeps in like a whirl of leaves in autumn and dissipates in fewer than four minutes make for an almost perfect first half, worthy of shining as its own EP. Carnage abounds as the snare rattles, beating each meandering riff that strives to squeeze every bit of nectar out of its nuanced noodly notation. Choruses ring out with electric resonance and create sensational leaps of the heart. Though three of these first four songs average about seven minutes apiece, “Sandstorm” is not only an outlier in its brevity but also because it is actually a seven year old single. With the right delay, airy echo, and distortion, the guitar starting “Sandstorm” still opens with such a dopamine inducing deluge of fury that it seamlessly fits in this strong suit as its chorus wails out from the imposing clouds of percussion devastating the mix. Harnessing the fury of a blizzard, “This Frozen Hell” captures the disillusionment people easily have when confronting their treacherous surroundings. Saskatchewan sounds like a truly awful place to live, and the anger of the band at that massive province of only a million people gives rise to one of very few anthems for such an easily overlooked tundra in the center of Canada. Writing about what the band knows while balancing its destructive death metal gravity with NWOBHM theatrics creates incredibly catchy and fantastically hooking songs, a first half worthy of praise and sure to satisfy the devotion of many a fan.

Simultaneously denoting a turn to weakness as well as a break in the basic formula, “Nowhere Near” is a song that shows Into Eternity stepping out of the cocoon it has built around its structure throughout 'The Sirens'. A simply gorgeous song, “Nowhere Near” opens with expressive clean vocals, a great distortion on Amanda Kiernan's voice in spite of her unnecessarily frying affectation, and acoustic guitar dances circles jigs to a beautiful riff with flying electric guitar sliding in and out. This is a drastic difference from the norm presented throughout this album, but a welcome one that shows a bit more nuance to a band preoccupied with pushing too obvious a format. As the song grows, involving the entire ensemble in its eventual return to form, a great drum rhythm comes in halfway through to give an unexpectedly funky bounce to the song, spiting what was a momentary build up to the blasting we all know so well and creatively using that subversion of expectation to make a memorable moment rise from an out of character song. The band plays off this well by turning it into a great harmony between male and female vocals, the backdrop properly punctuating it to give a deeper impact. However, Into Eternity hasn't totally forgotten the reason why the audience is here, and this fleeting Phil Collins aberration falls to the maelstrom that makes crowds headbang and mosh. The payoff, while another dose of the intensity that has become the expectation throughout the first half of the album, has become such a standard that it doesn't readily impress in spite of the immensity of the build towards such violence. Luckily a solo helps to enhance the requirement, but the reality has sunk in. 'The Sirens' has turned into a very by-the-numbers album, and the lifting of the illusion leads to more disappointment as the album spins.

Here the band begins its decline, losing its novelty along with its zeal and cheapening its tone along with its delivery. In an almost immediately disappointing turn at the halfway point of this fifty minute foray, so much of the previous quality of 'The Sirens' must strive to overcome the scattered bits of overwhelming awfulness reaching up from the waters and chaining it down by its burdensome rear end. Devouring itself it in is own sarcopenia as the band overstays its welcome in these aching spaces, the general songwriting formula becomes all too transparent by the end of the first half of the album just to continue without the flavor and fire that made it melt faces at the onset. The opening tone of “Devoured by Sarcopenia” is commercially derivative. With lame highs that echo without any punch, they only annoy as the harmonies lose the magnetism they once had and the song achieves the atrophy for which it is named. Eventually, the guitars find that classical notation again, fighting against the decay, and utilize it well to give a bit of technique to the song, but its chorus is another inanimate repetition. Where Into Eternity could tier its choruses, add another layer of nuance to its music, and make memorable a bit of challenge to its own conventions, the band reprises the basic formula of worming a harmony into an ear with a sixth song on the album that repeats its title ad nauseum for a chorus.

Even so, “Devoured by Sarcopenia” is excusable. “Fukushima” simply isn't. Another single from yesteryear, this time only six years old and just as irrelevant in a brand new album, the opening is the sort of concentrated cringe that strips corpse paint from even the most zealous pizza face. If you don't make an involuntary noise of disgust when hearing that awfully sappy, obnoxiously echoey, horribly crisp combination belting out “the candles were lit for the dead (the dead), Fukushima” you have such a high tolerance for cringe that you may as well write for The Big Bang Theory because this kind of showboating is just up your alley in order to stomp on the pervasive talent that actually holds this album together. Atonal gutturals barely pronounce the title, wails that would make even a lesbian seagull cry for irradiated Easterners invade unlubricated into ear canals, and an ever-focused eye trained on the almighty dollar typify this transparent capitalization on a real world event, lest profit be forgotten. As music has always had great interest in ensuring -so succinctly put by All Shall Perish- “Better Living Through Catastrophe”, this hard and fast “We Are the World” isn't anything new or special, but boy is it annoying to hear the name of a quadrisyllabic Pacific prefecture belted out by Kiernan like she's Joni Mitchell saving the world by being skinned alive by a thousand feral cats. Metal is so well-known for focusing on tragedy and darkness, unfortunately the only tragedy in this cut is from the carcinogens released by its awful microwave dinner delivery.

As aesthetically focused as these complaints are, the instrumentation throughout 'The Sirens' makes even the most painful of moments worthwhile. The balance of beautiful guitars, rapid blasts that uphold the extreme aspect of melodic death metal, and tight deliveries all around keep this album exciting and inspiring in spite of those moments that lose that veneer. An experienced and lauded outfit, Into Eternity shows its strengths so well that they become standard to its songwriting style. Still, this album feels more like a NWOBHM band pushing a death metal gimmick rather than a melodic death metal band with the history that this group has. Granted, Into Eternity tries its own thing rather than reprising the overtly masculine themes of Amon Amarth or the Gothenburg style of At the Gates, but its maelstrom is quick to languish in its momentum, resting on gimmicky themes and tropes rather than running away with inspiration and thriving.

Picking along its depressive riff and surrounded by delicate violins, “The Scattering of Ashes” redeems “Fukushima” and brings 'The Sirens' to an alluring close. The symmetry presented throughout Into Eternity's return is found throughout the meat of the album with such a focus on maintaining structure against all odds, and sometimes against unique ideas, that the album holds itself back in places by dulling its edge in favor of planting itself into memory as a band replete with basic and catchy choruses. Still, the maelstrom from which the vocals and harmonies claw is daunting and terrific, ensuring a palpable, consistent to a fault, and overall awesome experience. Into Eternity has honed and sharpened some of its most impactful aesthetics, hopefully the overall structure can be renovated and modernized as well to allow this band to survive Saskatchewan for the next decades. (Five_Nails)
 

Briganti Sabini - Remusicando

#PER CHI AMA: Folk Rock
Che sia il rocksteady filo-mariachi provvisto di variopinte pennellate di flamenco della introduttiva "Il Brigante", oppure il latin-rock torso-nudo-panciotto-e-dito-medio di "Internet.te" (il panciotto appartiene agli Heroes del Silencio, il dito medio alla mano destra di Cabo dei Litfiba anni '00). Che sia il polka-reggae del singolo "Cammino Lento", una specie di Vinicio Capossela sulle striscie pedonali di Novosibirsk, il folk-eminentemente-autoriale-e-aromaticamente-prog di "Generale" (immaginatevi una Premiata Forneria Marconi da qualche tempo bazzicata da poco raccomandabili Mercanti di Liquori). Che sia la roman-polka lalleggiante di "Che Vai Cercanno" (in un baraccio di Yerevan Serj Tankian pianta un chiodo sul Muro del Canto), o, piuttosto, il modena-city-prog de "La Guerra", beh, la soffi/patchanka dei Briganti Sabini suona come una sorta folk sound-system popolano, immediato eppure liquidissimo e fervido di contaminazioni sonore. Mano Negra, ovviamamente, ma anche, oltre ai summenzionati, Après la Classe, Gogol Bordello, Angelo Branduardi, 24 Grana. Eccetera etcetera et cetera. (Alberto Calorosi)

(Areasonica Records - 2018)
Voto: 60

https://www.facebook.com/BrigantiSabini/

martedì 2 ottobre 2018

Dymna Lotva - Палын

#PER CHI AMA: Black Doom/Depressive
Il disastro di Černobyl' ebbe luogo il 26 aprile 1986 alle ore 1.23 circa, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, in Ucraina, ad una manciata di km dalla città di Pripyat e a pochi km dal confine con la Bielorussia. Quell'evento catastrofico sconvolse il mondo, visto che una nube radioattiva invase dapprima la vicina Bielorussia e poi centro-nord Europa e Nord America. Proprio di quella catastrofe rimasta impressa nella storia, ci narrano i ragazzi di Minsk nel loro 'Палын', album uscito sul finire del 2017 e arrivato da pochi giorni sulla mia scrivania. Solo trenta minuti a disposizione per il quartetto bielorusso per trasmetterci tutte le loro strazianti emozioni, iniziando da "Самотны чалавечы голас", dove una voce sembra voler raccontare i fatti legati a quell'esplosione, in un flusso di malinconico depressive doom. Il sound ha subito presa sui miei sensi, mi avvolge in tutta la sua drammaticità e mi conduce in quei luoghi, a oltre trent'anni da quel funesto episodio. Pripyat è una cittadina fantasma che prima del disastro contava 50.000 anime, oggi zero. E tutta quella sua desolazione si percepisce nelle note decadenti di piano di 'Прыпяць', il nome in cirillico della città. Case, edifici pubblici, scuole sono oramai in balia del tempo, nulla è rimasto come testimoniato da "Пакідаючы родныя дамы" (tradotto in "lasciando le case native"), una song che richiama gli svedesi Shining in una versione più edulcorata, ma in grado di evocare ambientazioni spettrali. E cosa meglio di un violino a suggestionarci, un violino dotato di un'aura sinistra che irrompe nella funerea e splendida title track, un piccolo gioiellino di black atmosferico che ci prepara all'angosciante interludio "Чарнобыль. Ненароджаны", un breve intermezzo noise dove tra un pianto di un nascituro mai nato e il suono di carillon, l'effetto è quello di generare un devastante nodo in gola. Il disco prosegue con "Одинокий человеческий голос" e le laceranti vocals del cantante, solitarie nel declamare, attraverso il convincente depressive black, alcuni passaggi del libro di Svetlana Alexievich, 'Preghiera per Černobyl'. Cronaca del futuro'. Il cd si chiude con "P.S. Пахаванне зямлі" e il funerale per questa terra celebrato da una voce femminile che duetta con lo screaming di Nokt in una song interessante ed estremamente melodica che chiude con somma rilevanza lo scorrere deprimente di 'Палын', album consigliatissimo ai più, non solo per la musica in esso racchiusa ma per i contenuti storici trascritti. (Francesco Scarci)

(Der Neue Weg Productions - 2017)
Voto: 80

https://dymnalotva.bandcamp.com/album/wormwood

lunedì 1 ottobre 2018

Руины вечности (Ruins of Eternity) - Шёпот забытых холмов

#PER CHI AMA: Death Doom
Faremo un'indigestione di band russe nelle prossime settimane, ve lo posso garantire. La band di oggi arriva da Krasnoyarsk, si chiamano Руины вечности, che traslato in inglese dal cirillico, corrisponderebbe a Ruins of Eternity, mentre 'Шёпот забытых холмов' (traducibile in italiano come "il sussurro delle colline dimenticate") rappresenta il debut album. La proposta della compagine russa, che consta di addirittura sette elementi (tra cui un sinistro violino), è un death doom robusto e feroce. Non basta infatti il bieco suono del violino ad incantare l'ascoltatore con le sue sghembe melodie, qui troverete anche un riffing brutale che spezza quella meravigliosa spettralità che trasuda già dall'opening track, "Будни войны" e che pervade l'intero lavoro. L'obliquo sound di quel magico strumento ad arco apre infatti anche la seconda traccia e, fintanto che riveste il ruolo di protagonista nell'economia della band, tutto va bene. Le cose cominciano a complicarsi e a farmi storcere il naso, quando i nostri vogliono a tutti i costi, mostrare il loro lato più muscoloso. E qui iniziano i dolori, perchè in una veste diversa dal gothic doom, i sette russi non sono poi cosi adatti, perdono quella magia che contraddistingue pezzi come "Брест" o "Кто будет первым?!". Per quanto possa anche essere interessante un esperimento in cui i Morbid Angel inseriscono dei violini nella loro matrice sonora, rimane il fatto che i Руины вечности non siano i Morbid Angel e che alla lunga la pesantezza del death rischi di stufare i fan di sonorità più ispirate ed orchestrali, considerato anche il fatto che la band si avvale delle classiche eteree voci femminili ("Танк"). E allora, ve lo chiedo ancora, immaginereste mai i Morbid Angel ricamare la loro musica con violini e soavi voci di gentil donzella? Io francamente faccio fatica, e pur apprezzando tutti i clichè tipici del genere, con violini e female vocals annesse, alla fine faccio fatica a scontrarmi col muro ostico ed invalicabile eretto dal team di sette strumentisti. Se devo scegliere una song che ho però apprezzato più delle altre, citerei "Победа для мёртвых" e sapete perchè? Mi ha rievocato il mitico 'Immense Intense Suspense' dei tulipani Phlebotomized, anche se con meno classe ed ispirazione. Diciamo che la band ha ancora parecchio da lavorare per snellire il proprio sound ancora troppo farraginoso, ed indirizzarlo verso lidi più accessibili, ma sicuramente la strada intrapresa potrebbe regalare grosse soddisfazioni. (Francesco Scarci)

(Grimm Productions/MurdHer Records - 2017)
Voto: 60

https://grimmdistribution.bandcamp.com/album/016gd-2017

Blackberries - Disturbia

#PER CHI AMA: Kraut Rock/Psichedelia
Nel nuovo album dei tedeschi Blackberries, si manifesta una psichedelia leggera e profonda, roba d'altri tempi, scaturita e ispirata dall'esperienza fatta al leggendario Ice Cream Factory in Texas, dove i nostri hanno registrato anche il precedente, 'The Texas Tapes', una gradevole session di quattro brani. Riuscire a suonare ad Austin, ha emancipato il lato colorato ed estatico della band di Colonia, proprio come nella San Francisco di fine anni sessanta, offrendo un viaggio cosmico e intenso, verso ritmi, movenze, suoni e riverberi che resistono agli anni, con sperimentazioni intelligenti e geniali che in tempi odierni vengono spesso dimenticate dalle giovani generazioni, ignorate senza un perchè. In questo contesto, ci si può perdere tra echi di Low ai tempi dell'album 'C'Mon', l'arborescenza degli Opal, l'ipnosi ancestrale del krautrock alla Ash Ra Tempel, un velo di Tame Impala, il revival mancuniano dei primi anni novanta, Ian Brown ed i Charlatans appena nati, a volte ritmico e a suo modo anche etnico, come se ascoltassimo i Kula Shaker senza influenze indiane, il 'Sonic Flower Groove' dei primi Primal Scream, i Mercury Rev che suonano sotto il sole caldo del Texas, il lato romantico di un giovane Anton Newcombe. Un album allucinogeno, lontano dalle mode e carico di nostalgia per il passato più psichedelico ed impegnato, con messaggi e propositi, musica liquefatta, che nasconde una forte vena riflessiva, che cerca di dare una diversa visione per una possibile soluzione ai mali del mondo. Un disco che non cade mai nel plagio musicale, anzi, vive di una luminosità multicolore tutta da gustare, a suo modo perfettamente in linea con la corrente psichedelica dei tempi migliori e comunque originale, un'opera ben riuscita in questi scialbi tempi moderni che hanno dimenticato il vero significato mistico della parola psichedelia. Quindi niente stoner, doom o heavy psichedelico ma un mantra lisergico e sognante in pompa magna. Chiudete gli occhi e ascoltate 'Disturbia', lasciatevi trasportare da "High Moon", ballate al suono lunare di "Snow White Tiger" e trattenete il respiro in "Spinx I" e "II", volerete alti tra le nuvole, non avrete peso e vi sarete persi in un arcobaleno di colori inimmaginabile. Quaranta minuti di pura magia sonora. Liberate la mente ed esplorate il sogno che vi è più congeniale. (Bob Stoner)

(P&C Unique Records - 2018)
Voto: 75

https://blackberries.bandcamp.com/album/disturbia