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sabato 11 gennaio 2014

Persekutor - Power Frost

#FOR FANS OF: Black Metal, Judas Iscariot, Hecate Enthroned, early Burzum
The official debut release from Romanian Black Metallers Persekutor is a rather blatant exercise in minimalism that tends to be quite enjoyable for its running time but goes through its paces too quickly to really mean anything. Raw, simple and sluggish is the name of the game here as the band produces simple chords and riffs replete with haunting drumming and sluggish vocals in a low-fi environment, rendering the instruments into a buzzing tone more often-than-not, though the droning, repetitive nature of the music doesn’t make this stand-out too much. It’s a simple, stripped-down, 2-song EP that really doesn’t offer much in the way of changes overall as you’re stuck for the duration of the songs running time with whatever they give you, and those looking for wild soloing, excess riff-work or dazzling displays of technicality within aren’t going to find much of anything here with both songs right around the three minute mark each. The efforts’ title track may offer up a colder, more sonically enclosed vibe with a lot more emphasis on the atmospheric images within the riffs as the glacial pace moves along throughout, but the gem is "The Twitching Hour," offering up a little more speed, a far more interesting central riff and offers some semblance of hope that the band may have something to work with in the future even within the confines of this melodic, atmosphere-heavy form of black metal. There’s still a ways to go but they’re getting there. (Don Anelli)

(Magic Bullet Records - 2013)
Score: 50

https://www.facebook.com/persekutor

Underdogs - Ready To Burn

BACK IN TIME:

#PER CHI AMA: Stoner Rock, Kyuss
Gli Underdogs sono un trio nato intorno al 2004 che affonda le sue radici nel movimento stoner/desert rock, genere che tutt'ora ha un bel riscontro a livello nazionale. "Ready to Burn" è il loro primo lavoro (cinque anni or sono) che ha permesso alla band di farsi conoscere al pubblico, grazie anche al supporto della omni presente GoDown Records. Notevoli le collaborazioni degli Underdogs, quali Kyuss, Fugazi, etc., cosi come le ottime parole spese dalla stampa estera. Di ciccia quindi ce n'è, ma non facciamoci offuscare la mente dal buon marketing e ascoltiamo invece come suona questo "Ready to Burn". Dieci tracce (anche se la prima è una sorta di intro) che si librano tra le classiche sonorità desert rock, buona chitarra e sezione ritmica che pompano il giusto e risentono di tutta l'influenza Sleep e Kyuss. L'elemento che diversifica gli Underdogs è la voce, lontana dal classico timbro roco e da uomo vissuto, ma più melodica e rock in stile '70s. Le linee melodiche sono piacevoli da ascoltare e si incastrano bene con gli arrangiamenti, diversificando anche il modo di cantare, rendendo i vari pezzi sempre diversi tra loro. Altro punto a favore è il basso che in tutti i brani non si limita ad essere un mero compagno ritmico tipico del genere, ma diventa spesso protagonista con bei riff introduttivi e break. "Cowboy Style" inizia come una classic ballad un po' malinconica, come un vagabondo che si trascina tra cactus e scheletri di coyote alla ricerca della salvezza. Poi si trasforma e ingrana la marcia alta, aumentando il ritmo e l'aggressività sonora. "You Don't" è il pezzo classico stoner, meno aggressivo nella ritmica, ma più nei suoni distorti sempre grossi e potenti. Pezzo lungo che potrebbe stancare, ma il finale rallenta e ci regala un'atmosfera psichedelica come il ritornello. Buona la qualità a livello di registrazione, personalmente avrei inciso qualche linea di chitarra in più, ma in questo modo l'album è fedele al set up dei live. Direi che come esordio non è affatto male, ora posso passare al prossimo album e scoprire come si sono evoluti gli Underdogs. (Michele Montanari)

(GoDown Records - 2009)
Voto: 70

https://www.facebook.com/underdogstown?fref=ts

giovedì 9 gennaio 2014

*Shels - Laurentian's Atoll

BACK IN TIME:

#PER CHI AMA: Post Rock
Ripeschiamo un vecchio album degli *Shels e diamogli un bell'ascolto: si parte con "Atoll". Un intro dalla voce graffiata a cappella, svincolato dalle sonorità che ascolteremo. Fate piuttosto partire a volume abnorme “Water”. Adesso sì che iniziamo a ragionare. Chitarra elettrica marciante, voce piacevolmente spartita tra acuti e ritmica di quel ritmo che lascia i neuroni convulsi. Un bel vortice a mezz’aria tra il pop ed il rock. Lasciate che vi stupisca prima di passare al prossimo brano. A metà canzone se volete sorprendere chi avete di fronte, mimate l’onda che il braccio fa, nell’invito ad un lento. Poi fatemi sapere com’è finita! Tintinnare metallico ripetuto. Batteria. Chitarra. Ridondanze sfumatamente accattivanti. Silenzio. Ripresa che è solo preludio al proseguo di questo “Ghost Writer” che mano a mano che scorre, osa. Urla. Satura l’aria di impasti dark estremamente stridenti con il preludio. Che dire di “City of the Swan”? Dico che questo ascolto sembra muoversi come pennellate lamentose melodrammatiche su muri invisibili che si rifiutano di riflettere il suono. Dico ancora che se in “Water” il dualismo tra lento e saturo di suoni, mi aveva convinto, qui aspetto che il brano finisca. Ma pare che all’alternaza non ci sia fine. Accendiamo la luce. Passiamo a “Lights in the Laurentian”. Chiunque di voi almeno una volta avrà ascoltato musiche zen fatte per assecondare il silenzio e godersi una sessione di massaggi aromatici. Ragion per cui se vi è piaciuto il genere, vi consiglio questo brano. Tranquilli questo pezzo è monocorda, inizia e finisce allo stesso modo. Niente paura! L’album prosegue, ma senza sorprese. “Fireflystarrs” e”Wing for Their Smiles” sembrano un ibrido tra i due brani precedenti. Veniamo all’epilogo di questo “Atoll”. Dulcis in fundo. “M”. Se vi è piaciuto questo album, abbassate le luci, condite l’atmosfera con candele ed un rum d’oltreoceano, perché quest’ultimo brano vi da suoni e tempo per meditare. Consigliato l’ascolto a chi si sente un giano bifronte. (Silvia Comencini)

Vin De Mia Trix - Once Hidden From Sight

#PER CHI AMA: Death Doom, My Dying Bride, Saturnus
Della serie piccoli My Dying Bride crescono, ecco arrivare dall'Ucraina questi Vin De Mia Trix per quella che è una collaborazione tra gli amici della Hypnotic Dirge Records e quelli della Solitude Productions. Avrete capito che siamo al cospetto della solita band dedita ad un death doom che si rifà sicuramente ai maestri inglesi, ma anche ai danesi Saturnus, con un album che monumentale è dir poco, con i suoi 65 minuti e passa di suoni monolitici, a tratti assai ispirati. "A Study in Scarlet" apre il lavoro con una melodia di forte rimando ai gods della "Sposa Morente", che tuttavia col passare del minutaggio tende ad esasperare toni ed atmosfere, con un sound pesante ma anche assai malinconico, che finisce per sfociare nel funeral. "Nowhere is Here" è un'altra mazzata che lambisce i dieci minuti di durata: lenta, melmosa, disperata e ispirata grazie a pregevoli aperture melodiche che si insinuano in fitti e oscuri meandri di notevole suggestione. Al growling possente si affiancano anche delle cleaning vocals, ma è il break centrale a catalizzare maggiormente la mia attenzione, spostando il mio sguardo sul minutaggio e segnandomi il minuto 4.45 come quello maggiormente degno di nota. Si prosegue con un lungo e superfluo intermezzo dal titolo in francese in cui ad essere al centro sono solo leggeri tocchi di pianoforte. Non so se "The Sleep of Reason" voglia essere un tributo a Goya, fatto sta che la canzone richiama altre realtà nordiche come i Doom:Vs o gli onnipresenti Swallow the Sun. Un'altra song fiume, "Silent World" e ancora umori di carattere depressive che emergono in una song cupa che sfodera tuttavia il più feroce latrato death dell'album e in cui le linee di chitarra omaggiano ancora una volta gli esordi dei MDB, prima che la song si soffermi in un interessante break acustico. Ancora un inutile intermezzo prima dei due pezzi conclusivi che proseguono stancamente sulla falsariga dei precendenti brani con il loro death doom atmosferico. Discreto l'esordio per il quartetto di Kiev, un po' poco però se si vuole attirare l'attenzione di chi è costantemente sommerso da sonorità di questo tipo. Urgono nuove idee... (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records/Solitude Productions - 2013)
Voto: 65

http://vindemiatrixband.com/

Pandemonium - Whispers

BACK IN TIME:

#PER CHI AMA: Death Doom
Dopo il Natale, i panettoni e le abbuffate, torniamo ad assaporare, un bel dolce dal gusto metallico, con le note di questo gruppo svedese (Lund), chiamato Pandemonium, e il loro ultimo ormai datato album 'Whispers'. Il cd è composto da 7 brani; superati i preamboli, immergiamoci nel lavoro dei nostri. Il cd sin dalla prima track “Whispers of the Damned” si fa subito notare per la sua violenza e per le atmosfere cupe che riesce a creare. I riff di chitarra suonano distorti e pesanti, la batteria si presenta brutale cosi come il growling, bello grezzo, anche se non mancano parti di voce pulita. Nota positiva per le parti di tastiera ben studiate e suonate, risuonano malinconiche nella brutalità dei pezzi. Le tracce da segnalarvi: “Organic Pain Collector” per quei suoi nostalgici tocchi di pianoforte, “Behold the Firestorm of Ages” per il suo dualismo ferocia/dolcezza e “Behind The Mask” song dal bel tiro. Queste sono le tracce più rappresentative del cd, nelle quali maggiormente si nota la veemenza e l'oscuro feeling che il cd è in grado di emanare. Unica nota stonata dell'album la mancanza di nuovi spunti, di una originalità assai lontana dalle band di primissimo piano, anche se il lavoro nel suo complesso risulterà comunque un valido esempio di death doom melodico con i classici lunghi pezzi che purtroppo alla fine ci riportano al pensiero “questa l'ho già sentito”, per quel suo sound troppo legato agli stilemi del genere. Mi aspettavo di assaporare una pietanza nuova e mi sono ritrovato a mangiare la solita minestra. Auspico pertanto che in futuro ascolteremo la band in una nuova veste, guidata da un nuovo impulso compositivo. (PanDaemonAeon)

(Self - 2008)
Voto: 60

http://www.pandemonium-metal.com/

Orbit Culture - Odyssey

#PER CHI AMA: Swedish Death, In Flames, Meshuggah, Gojira
Arriva giusto in tempo per essere messo sotto l'albero di Natale del “Pozzo” questa release digitale degli Orbit Culture. Il quartetto svedese non tradisce le proprie origini, proponendoci un gradevolissimo death melodico di scuola prettamente scandinava. La denominazione di origine controllata (e garantita) è confermata non appena faccio partire il player multimediale (per questo non potrò parlare di ciò che concerne artwork e packaging) in cui degli ottimi suoni fanno breccia nei miei timpani, riservando a loro un trattamento per così dire da “bastone e carota”. Precisissimi fraseggi alle 6-corde sfornano melodie molto riuscite che si alternano a batoste sonore create da riffoni in loop da headbanging forsennato; le growling vocals sono ben calibrate e mai fastidiose, il tutto miscelato sapientemente da un lavoro in studio estremamente chirurgico, solido e validissimo. Il lavoro in questione si compone di cinque tracce, più le stesse cinque tracce in versione strumentale (trend del momento a quanto pare, vedere per credere alla voce Evilness) che come ho avuto modo già di dire, consentono di apprezzarne meglio il lavoro “strumentale” ma non danno alcun valore aggiunto; in questo caso nessun problema, perchè bastano le cinque tracce complete di vocals per capire che questo 'Odyssey' è un lavoro ottimo, sotto ogni punto di vista. L'EP, se così lo si può definire, brilla di luce propria, anche se qualche bagliore di luce riflessa arriva da altrove: in alcuni riff si può scorgere la grande influenza degli immensi In Flames di 'The Jester Race', come più in generale i riferimenti a formazioni tipo Gojira e Meshuggah sono evidenti. Essendo ormai diventati veri “standard” del genere, ciò non intacca minimamente il valore di questa release che si mantiene veramente alto. Mi fa un piacere immenso venire a contatto con realtà di formazioni in grado di sfornare lavori di questo calibro, perchè è l'ennesima conferma che in giro c'è un sacco di ottima musica tutta da scoprire. Grande merito a questi quattro ragazzi svedesi per aver prodotto un bel lavoro, per essere in possesso di ottime capacità tecniche e soprattutto di avere delle idee ben focalizzate sul tipo di genere proposto; tra le mie tracce preferite sicuramente compaiono “Wildfire” e “The Planck Distance”, senza scordare la tellurica “The Sparrow”. Signori, qua il voto sarà alto; quando un disco non ha nessuna sbavatura di sorta, tipo questo, è merito esclusivo dei suoi autori. Pollice alto per gli Orbit Culture!!! (Claudio Catena)

mercoledì 8 gennaio 2014

Orob - Into the Room of Perpetual Echoes

#PER CHI AMA: Black Progressive, Samael, primi Katatonia
Un enigmatico intro apre il secondo EP dei blacksters francesi Orob. 'Into the Room of Perpetual Echoes' è un bell'esempio di black progressivo contaminato da sonorità post-metal che consentono al combo di Tolosa di prendere le distanze sia dal movimento post black che da quello più prettamente post metal. "The Pathway" è una song ben bilanciata tra sfuriate black, aperture progressive e fraseggi post, con il vocalist che si dipana tra uno screaming feroce e un cleaning cibernetico. E' forse con la successiva "Marrow" che i nostri mi convincono maggiormente: si tratta di un sound oscuro marcatamente mid tempo, dalle venature elettroniche, che ammicca ai Samael, ma che percorre al tempo stesso un proprio sentiero personale fatto di tempi dispari, improvvise accelerazioni e ritmi sincopati. "Celestial Abandoned" è una dark song estremamente controllata, il cui incedere ha un carattere minaccioso che rimarrà tuttavia tale per tutta la sua durata. Continuo ad apprezzare la performance di Thomas Garcia alla voce, sia nella sua forma granguignolesca che litanico-depressiva. Probabilmente la traccia risulta essere un po' troppo piatta lungo i suoi quasi nove minuti, ma quel suo giro di chitarra ipnotico, suona molto Katatonia era 'Brave Murder Day', il che mi piace e non poco. "Through Roots and Burrows" nel suo liquido inizio ha un tono malinconico e nelle sue note emergono le influenze post rock della band transalpina, prima che irrompa la parte più tirata dell'album, tuttavia si tratta della song che meno mi ha impressionato del disco: piatta e sconclusionata, troppo ancorata ad una tradizione old school, anche se al minuto 5, forte è il desiderio di divagare dal seminato e proporre qualcosa di più sperimentale, quasi avanguardistico, seppur sotto una luce catacombale. A chiudere il lavoro ci pensa "Neptune's Torch", un'altra song dal ritmo tirato (qui l'influenza del post black è palese) in cui vorrei segnalare assolutamente il brillante assolo finale che innalza qualitativamente la valutazione finale di questo lavoro, a cui vi suggerisco di dare una chance per scoprire una nuova interessante realtà musicale, gli Orob... (Francesco Scarci)

(Self - 2013)
Voto: 70

https://www.facebook.com/orobband

domenica 5 gennaio 2014

The Pit Tips: the Best of 2013

Roberto Alba

Summoning - Old Mornings Dawn
Oranssi Pazuzu - Valonielu
Tribulation - The Formulas of Death
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Conor Fynes

Kayo Dot - Hubardo
Haken - The Mountain
The Ruins of Beverast - Blood Vaults (The Blazing Gospel of Heinrich Kramer)
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Stefano Torregrossa

Hot Head Show – Perfect
James Blake – Overgrown
The Dillinger Escape Plan – One Of Us Is The Killer
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Bob Stoner

Norma Jean - Wrongdoes
Voivod - Target earth
Ihsahn - Das Seelenbrechen
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Brian Grebenz

Blood Ceremony - The Eldritch Dark
Terra Tenebrosa - The Purging
Fates Warning - Darkness in a Different Light
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Francesco Scarci

Progenie Terrestre Pura - U.M.A.
Cult of Luna - Vertikal
The Black Heart Rebellion – Har Nevo
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Skogen Algiz

A Winter Lost - Die Langste Nacht
Odz Manouk - Same
Gehenna - Unravel
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Michele "Mik" Montanari

Pearl Jam - Lighting Bolt
Marydolls - La Calma
Red Fang - Whales and Leeches