domenica 17 luglio 2011

Ava Inferi - Onyx

#PER CHI AMA: Gothic Metal, The 3rd and the Mortal, Aenima
A passo lento, attraverso un cammino in salita, scandito dalla pubblicazione di quattro album, gli Ava Inferi, hanno infine raggiunto la vetta. Sin dall’esordio “Burdens” del 2006, il duo composto dalla portoghese Carmen Susana Simões e dal norvegese Rune Eriksen aveva dato prova di possedere un gusto insolito e mai banale per la melodia, eppure nelle prime produzioni in studio stentavano ad emergere slanci creativi che fossero di concreto risalto, tant’è che i primi due lavori risultano tutt’ora un po’ ostici ed appesantiti da un’eccessiva staticità. Se con il terzo album “Blood of Bacchus” le timide intuizioni degli esordi cominciavano finalmente ad aprirsi ad una scrittura più consapevole ed emozionante, è solo con “Onyx” che si può parlare di un vero e proprio rigoglio artistico. “Onyx” ha il profumo di un giglio in piena fioritura, il colore intenso di un frutto maturo, la grazia di forme femminee scolpite nel marmo lucente. Le note attingono sempre dalle suggestioni malinconiche del gothic metal, ma gli Ava Inferi dimostrano di non avere maestri ispiratori e di non cogliere nulla dalla “tradizione”, offrendo invece una variante tutt’altro che canonica del genere. Il contributo di Carmen è fondamentale per la riuscita dell’opera, semplicemente perché possiede un’ugola divina, adatta a confrontarsi con qualsiasi cambiamento d’umore dei brani, mentre l’apporto di Rune si rivela di immenso spessore, soprattutto dopo ripetuti ascolti, confermando che la struttura ed il valore dell’album non si appoggiano solamente sulle doti canore della compagna. E’ curioso poter ammirare la versatilità di Rune come compositore, un tempo abilissimo ad immortalare riff crudi e dissonanti per i Mayhem ed oggi ugualmente a suo agio nel costruire intricati e imponenti passaggi di chitarre che tratteggiano atmosfere continuamente mutevoli, da quelle tetre e solenni della splendida “The Living End” a quelle più vitali ed energiche di “Majesty”. Vanno assolutamente citate anche “The Heathen Island”, che ci regala un assolo di ammirevole fattura, la spettrale traccia d’apertura che dà il titolo all’album e “By Candlelight & Mirrors”, che stupisce per il registro improvvisamente solare e leggiadro, quasi a testimoniare che gli Ava Inferi riescono a muoversi con abilità ed eleganza su qualsiasi terreno. Impeccabili. (Roberto Alba)

(Season of Mist)
Voto: 90

venerdì 15 luglio 2011

*Shels - Plains of the Purple Buffalo

#PER CHI AMA: Post Rock, Progressive, Tool, Isis, Mogway
Li attendevo al varco, non lo nascondo; gli *Shels sono di sicuro una delle più interessanti realtà in ambito post rock mondiale e con questo “Plains of the Purple Buffalo”, giungono brillantemente al traguardo del secondo cd, dopo le eccellenti prove di “Sea of The Dying Dhow” e del fantastico EP “Laurentian's Atoll”, per non parlare dell’introvabile “Wings for their Smiles”. Si insomma, parto un po’ troppo poco imparziale, me ne rendo conto, ma quando sento certe sonorità echeggiare nelle casse del mio stereo, non sto proprio più nella pelle e sento il dovere di dire al mondo intero, che si sta perdendo qualcosa di bello, si bello, parola quanto mai banale, ma qui di sicuro impatto. Il nuovo cd di questi pazzi (anglo)californiani racchiude pura poesia nelle sue note e i 76 minuti contenuti in questa release, vi catapulteranno in un altro pianeta, un mondo celato fin dalla meravigliosa cover del cd, dove un branco di bufali viola, corre su uno sfondo stilizzato; geniali, non trovo altre parole per definire la proposta a tutto tondo della band statunitense. E la musica vi chiederete voi, dal momento che continuo a scrivere di tutto e di più, tralasciando la parte più importante di questo prodotto, com’è? Vibrante fin dalle iniziali note di “Journey to the Plains”, che apre il viaggio nei sogni tinti di viola, di questi ragazzi. E poi, un crescendo di emozioni, una progressione di suoni che partendo dalla tradizione post rock di mostri sacri quali Godspeed You! Black Emperor, snoda la propria proposta attraverso 13 capitoli succulenti, che consacrano gli *Shels, tra le entità musicali di più spiccata personalità e originalità. La musica, come negli altri lavori, fa la parte del leone, con lunghe, talvolta lunghissime cavalcate, in cui la psichedelia si fonde col post rock (di derivazione ‘70s), per esplodere raramente, in una qualche sfuriata più metallica, dove anche la voce più selvaggia riesce a trovare spazio. Ma ben presto, un intermezzo ambient o un pezzo acustico, vi darà modo di riprendere fiato, di riadagiarvi sulla vostra poltrona e tornare a rilassarvi con i suoni tipici del genere, qui costantemente di notevole spessore, tanto da spingermi cosi in alto con il voto. Se le vostre menti sono dotate di una buona flessibilità musicale, dovete accaparrarvi questa perla rara, che rischierebbe altrimenti di confondersi nel marasma delle inutili uscite discografiche che sta distruggendo il pianeta. Rinunciate all’acquisto di un disco thrash o di quello death del mese e per una volta, mettetevi in gioco, mettete in gioco i vostri gusti musicali, le vostre credenze e abbandonatevi alla soggiogante creatività di questo collettivo straordinario di artisti, non ne resterete delusi, che voi ascoltiate black metal, progressive, thrash o gothic. Il contenuto di "Plains of the Purple Buffalo" è qualcosa che va oltre la normale concezione di musica, e solo i grandi artisti sono in grado di concepire. Volendo fare un paragone con la precedente proposta del combo, il sound dei nostri, mantiene la sua solidità di fondo, abbandonando però quelle inutili fughe nel metalcore; qui troverete solo tanta classe cristallina, un quantitativo industriale di parti strumentali, dove la voce è lasciata ai singoli strumenti (e per uno come me che non ama particolarmente l’assenza di voce, vi garantisco che è stata una grande sorpresa), ottime performance vocali. Difficile poi descrivere una canzone piuttosto che un’altra, vorrei dirvi che mi piacciono tutte, dalla folle title track (part 2) alla malinconica “Vision Quest”, il lavoro si presenta super curato nei dettagli, negli arrangiamenti, nella perizia tecnica, nel gusto per le melodie, nelle parti oniriche e per quelle più oscure e arrabbiate. *Shels, la ventata d’aria fresca che stavo aspettando, una scossa per il mondo metal intrappolato nelle sabbie mobili, una spallata a tutti i trend inutili del momento, un viaggio incredibile in un territorio ancora inesplorato della musica rock. Unici e inimitabili! (Francesco Scarci)

(Shels Music)
Voto: 90

Dead End - Stain of Disgrace

#PER CHI AMA: Death/Dark, Dark the Suns, Black Sun Aeon
Eccola l’aria fresca del nord che arriva puntuale a pungere il mio viso e a portare un po’ di sollievo a questa calura estiva. E cosa meglio di una band finlandese ci può portare questo giovamento? (talvolta sono scandaloso, neppure stessi facendo la pubblicità ad una famosa bibita dissentante). Va bene, dopo questa digressione pubblicitaria, torniamo ai nostri finlandesi Dead End, che mi hanno spedito questo “Stain of Grace” che rappresenta il debutto del giovane terzetto di Helsinki. Nonostante l’inesperienza, le origini del combo non si possono smentire, e come detto più volte, quando un lavoro giunge dalla Terra dei Mille Laghi, non può che essere di buona fattura. Non si smentiscono, manco a farlo apposta, neppure i Dead End, che su una base di suoni massivi, ci piazzano il tocco magico della persuasione. Eh si perché, come abili venditori, i nostri ragazzi, combinano elementi che provengono dagli ambiti più disparati, dal punk al pop (bestemmia!!), mantenendo comunque come filo portante il death metal, quello più darkeggiante e melodico, se vogliamo che richiama i Dark the Suns o i Black Sun Aeon. Questo paragone non vuole assolutamente sminuire la prova dell’act della capitale lappone, ma anzi vuole già porre la presente performance al livello delle ottime band sopra menzionate. Apertura affidata a “My Fate”, mid tempo melodico, in cui la voce di Mikko Virtanen, sia in formato growl che in un inusuale stampo clean, conferisce il primo punto a favore dei Dead End. Le sonorità graffianti costantemente sorrette dal riffing corposo in chiave ritmica di Santtu Rosen, accompagnato dalle indispensabili keys, creano song dal forte sapore grooveggiante, con brani che intaccano istantaneamente la nostra memoria uditiva, grazie all’utilizzo di chorus, cavalcate melodiche che possono richiamare un po’ la ruffianeria di Scar Symmetry o Children of Bodom, ma che comunque hanno come effetto finale, quello di indurre ad un costante headbanging. Briosa, “Nothing Left to Bleed”, cosi come pure la title track che conferma lo stile sbarazzino dei nostri. “Fields of Silence” apre con piglio oscuro, con la doppia cassa di Miska Rajasuo a battere come un’indemoniata. Breve intermezzo con “Riot” e poi esplosione con la thrasheggiante “Sinner’s Day” dove il drumming preciso e funambolico di Miska, ci conferma che i tre musicisti non sono proprio dei pivellini. Intro tastieristico e via con “Cry for Innoncence” e ho un leggero deja vu con qualcosa dei Dark Tranquillity che rimbomba nella mia mente; non ho il tempo di andare in cerca di questo eco nel cervello perché poi una certa “sconnessione” di fondo all’interno del brano, mi lascia del tutto disorientato, e alla fine opto per farmi travolgere dalle funamboliche ritmiche, che mi spingono ad eleggere questa come la mia song preferita del cd, forse perché è l’unica che prova a prendere le distanze in modo più drastico dalle influenze della band. L’altro punto a favore dell’ensemble finlandese è quello di proporre brani estremamente diretti e dalle durate che non superano mai i quattro minuti. Dopo l’anonima “Face the Enemy”, ecco l’ultima “Betrayed” in cui Mikko apre con la sua calda voce pulita per poi lasciar posto all’alternanza growling/clean in una song che puzza come una sorta di semi ballad. Di cose da sistemare ce ne sono ancora un po’, ma decisamente siamo sulla buona strada per vedere un altro fenomeno finlandese emergere ben presto. Nel frattempo dategli un ascolto, vi piaceranno… (Francesco Scarci)


giovedì 14 luglio 2011

Sole Remedy - Apopotosis

#PER CHI AMA: Death Progressive, Opeth, Porcupine Tree, Katatonia
L'ho sempre detto, per dare una svolta alla mia vita musicale dovrei fare un anno sabbatico in Scandinavia. In questo territorio, la musica ha avuto uno sviluppo unico nel suo genere, isolato dal resto del mondo ma nello stesso momento a passo con i tempi, spesso anticipandoli di brutto, segnando la retta via per il resto dei gruppi. I Sole Remedy sono un quartetto finlandese e non smentiscono affatto le loro origini, infatti con questo secondo cd "Apoptosis", pubblicato dalla Aftermath Music, entrano di prepotenza nel mondo dei grandi. Anticipo solo una cosa: a mio parere è un album geniale, dal sound ricercatissimo e sotto certi aspetti anche innovativo. Ora vediamo in dettaglio cosa i Sole Remedy ci propongono. "Comatose" apre le dieci tracce con dei suoni puliti, un ritmo non convenzionale per il post rock e la voce del frontman che accompagna le note librandosi nell' aria. "Present Remorse" cambia subito faccia all'intro dell'album e ci catapulta in pochi secondi nelle atmosfere del combo finlandese. Chitarre distorte incalzanti, ritmica veloce e il growl di Jukka Salovaara che si alterna non appesantendo troppo il brano. La malinconia riverbera in altri pezzi senza mai essere troppo eccessiva, infatti i Sole Remedy sono molto bravi ad intervallare i riff più duri con stacchi più tecnici, quasi prog. La quarta traccia, "The Burten", è a mio avviso un capolavoro, sia a livello di arrangiamento che di composizione. Le chitarre sono fantastiche, forse perché richiamano il sound dei Katatonia e trovare un gruppo che le reinterpreta così bene, è un orgasmo musicale. Tutti gli altri strumenti fanno il loro sporco lavoro, la tecnica è a livelli molto alti (NdR, il core del gruppo suona insieme dal 1998) e la voce di Jukka è quanto di meglio ci si possa aspettare per interpretare questo stile. "Wolf in Me" è il pezzo più rappresentativo dell’ensemble: infatti in questi otto minuti, la band sfrutta al meglio tutte le proprie doti regalandoci un piccolo capolavoro che richiama le sonorità dei mitici Opeth. E poi le chitarre, scusate ma dopo tanta mediocrità ascoltata nell'ultimo periodo, ecco finalmente una luce in fondo al tunnel. Lo stacco acustico a metà della traccia regala poi un'emozione vera di riscatto e purezza, cosi come le note cristalline della chitarra acustica, che viene poi ad essere incorniciato da un assolo di quelli da lenti ma azzeccati. Il cd si chiude con "Past Decay", che riprende la struttura dei precedenti pezzi, giocando sempre sulle sonorità che si avvicendano ad hoc. Ritorna la ritmica di "Comatose", come fosse una citazione, non una mancanza di estro artistico. Devo dire che è stato fatto un grosso lavoro di composizione e ancora meglio di arrangiamento, sicuramente il supporto dell' etichetta ha permesso poi ai Sole Remedy di raggiungere il loro traguardo ma sotto c'è un gruppo di quelli granitici, che non si lascia impaurire dal mercato musicale molto affollato. Quei gruppi che lavorano duro per anni senza demordere e di cui la scena musicale ha estremamente bisogno. Grazie Sole Remedy, avete regalato a noi mortali una perla da custodire per i tempi duri che verranno. (Michele Montanari)

Crypthex - Violent Affiliation

#PER CHI AMA: Death Thrash Old School
Già lo sapevo: non appena ho ricevuto questo cd, da come si presentava, da quanto era illeggibile il logo della band, dalla qualità della carta usata, avevo percepito che avrebbe corso il serio rischio di essere stroncato. Infilo “Violent Affiliation” nel mio stereo e le mie paure diventano ahimè triste realtà. Una registrazione a dir poco imbarazzante accompagna infatti le note di questo platter e già questo è sufficiente a farmi storcere il naso. La voce fastidiosa di Ivan poi e il song writing totalmente immaturo, completano questo grosso pasticcio. Il genere dei nostri non sarebbe neppure da buttare dopo tutto, in quanto il terzetto ci propone un death thrash old school (un po’ scontato a dire il vero) che, rimischiando quanto già fatto in passato dai soliti mostri sacri, Sepultura (primissimo periodo), Testament e Carcass, ci propinano queste cinque indecifrabili tracce che, sono in grado tuttavia di mettere in mostra anche qualche dote, musicalmente parlando, alquanto interessante (mi riferisco a qualche assolo ben indovinato). È tuttavia il resto, il contorno, la produzione, certe soluzioni da lasciarmi a bocca aperta a indurmi a bocciare i Crypthex. Insomma ragazzi, qui c’e da metter mano a un sacco di cose: partiamo col cambiare vocalist o comunque modo di cantare, miglioriamo drasticamente l’inserzione dei testi sulla musica, puliamo il suono cosi grezzo, cerchiamo di copiare il meno possibile dal passato e forse qualcosa di dignitoso ne potrà venir fuori. Per il momento solo chi ha voglia di ascoltarsi qualcosa di death/thrash, che suoni in formato super demo, si avvicini ai nostri. Gli anni ’80 sono ormai andati, cerchiamo di farcene una ragione e inventarci qualcos’altro per andare avanti… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 50

Hexentanz - Nekrocrafte

#PER CHI AMA: Dark Ambient, The Soil Bleeds Black, Psychonaut 75
Hexentanz (la danza delle streghe) nasce nel 2004 dalla collaborazione tra i membri di due formazioni statunitensi piuttosto conosciute all'interno dei circuiti musicali dediti all'ambient rituale e alle sonorità d'ispirazione medievale. Parlo dei fratelli Riddick, principali responsabili del progetto The Soil Bleeds Black, legati in questo frangente da un sodalizio artistico/magico con tre membri degli Psychonaut 75: Michael Ford, Dana Dark e Davcina. E' sufficiente una rapida lettura delle note biografiche di questo strano collettivo per accorgersi del rispettabile curriculum che ogni membro può vantare riguardo i propri studi in materia occulta. Nondimeno, risulta interessante osservare la serietà e la dovizia di particolari con le quali il gruppo introduce il proprio lavoro concettuale. In sintesi, 'Nekrocrafte' va inteso come un approfondimento del tradizionale "sabba delle streghe" e di alcuni temi di necromanzia medievale. Un percorso volto a riconoscere tali pratiche occulte come una realtà tangibile, attraverso la quale raggiungere l'intensificazione della propria coscienza e l'acquisizione di una prospettiva di realizzazione individuale. Elementi di magia nera, sciamanesimo e stregoneria antica si fondono in un corpus musicale che trae le sue radici nella dark ambient più inquietante, ma che risulta, invero, difficilmente accostabile allo stile di qualche act già conosciuto. La discendenza dal genere, per quanto sia eloquente, non ostacola affatto l'evoluzione spontanea dei brani ma, al contrario, si limita a delinearne i capisaldi, lasciando poi alla creatività degli artisti coinvolti nel progetto il compito di "aggiungere valore" all'ossatura portante dei brani. Ne esce, così, un lavoro discretamente personale che riesce a catturare l'ascoltatore nel modo più semplice, servendosi di strutture ritmiche agili e prorompenti, melodie criptiche, voci ora sinistre, ora evocative e solenni. Il tutto suonato mediante strumenti acustici tradizionali, sintetizzatori e persino ossa umane! La durata veramente breve del cd (35 minuti scarsi) diventa un'abile mossa per rendere ancor più efficace e focalizzato l'intero lavoro e sollevare 'Nekrocrafte' dalla pesantezza soporifera che spesso contraddistingue alcuni "mattoni" dark ambient di maggior fama e prestigio, ma di caratura artistica nettamente inferiore. Gli Hexentanz, per nostra fortuna, riescono invece ad intrattenere molto bene l'ascoltatore e questo nonostante la proposta musicale austera e l'approccio serioso ai temi trattati. L'album, pubblicato inizialmente per Fossil Dungeon e rimasto per lungo tempo fuori stampa, è ora nuovamente disponibile in cd ed lp con una nuova veste grafica, grazie ad un apprezzabile lavoro di riesumazione dell'etichetta polacca Agonia Records. (Roberto Alba)

(Agonia Records)
Voto: 70


http://www.myspace.com/hexentanz1

lunedì 11 luglio 2011

We Made God - It’s Getting Colder

#PER CHI AMA: Post Metal, Isis, Neurosis
Eccolo l’album che aspettavo, il classico cd da pelle d’oca, da brividi che percorrono lentamente tutto il corpo, da melodie suadenti che mi spingono all’abbandono onirico più totale; ragazzi vi presento gli islandesi We Made God e il loro “It’s Getting Colder”, prodotto dalla nostrana Avantgarde Music. Inserite l’album nel vostro lettore e non potrete più farne a meno, come è accaduto per il sottoscritto: sarà la cultura estremamente originale dell’Islanda, o forse le nubi vulcaniche che vagano ancora sui cieli dell’isola polare, sarà che da quelle parti provengono Bjork e Sigur Ros, fatto sta che il sound del quartetto nordico, è quanto di più interessante mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Il sound è intimistico fin dalla iniziale “The Start is a Finish Line”, grazie a un mix di straziante malinconia dato dal riffing depressive e dal cantato colmo di dolore, del bravo vocalist. Squarci elettrici si scatenano poi nel corso di questo intrigante lavoro, che è certamente figlio della nuova ondata post metal dell’ultimo periodo con alcuni pezzi, oltre alla opening track, che viaggiano sicuramente lungo i binari tracciati dai vari Mogway o Explosions in the Sky, mentre se ne potranno certamente apprezzare altri, dove con le vocals al limite dello screaming, sfociamo in territori più post hardcore o più vicini a band quali Isis o, per l’oscurità delle ritmiche, ai Neurosis. I nostri non si tirano certo indietro quando c’è da pigiare un po’ di più sull’acceleratore, cosi come pure quando c’è da dipingere drammatici, desolanti paesaggi glaciali (ascoltate “Oh Dae-Su”), la band islandese si dimostra davvero brillante e al passo con le sonorità attuali. Bella sorpresa, devo ammetterlo e bel colpo in casa Avantgarde, che si assicura una band dal sicuro avvenire, con le idee ben chiare e che certamente darà del filo da torcere agli ultimi nomi rimasti in sella, dopo la dipartita degli Isis. Se anche voi come me, siete degli amanti sfegatati di distorsioni, atmosfere angosciose, ritmiche cariche di tensione e pregne di emozioni, in cui sonorità stile ultimi Anathema, si fondono con il post (“These Hours, Minutes and Seconds” ne è un esempio), acquistate assolutamente questo disco, e consumatelo fino alla morte. Coinvolgenti! (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music)
Voto: 85

Remembrances - Crystal Tears

#PER CHI AMA: Gothic, Rock, Evanescence, Lacuna Coil
Sulla scrivania, accanto al pc, trovo il cd di questa band spagnola, uscita nel 2006. Lo inserisco nel lettore cd, resetto qualsiasi tipo di preconcetto e/o pensiero e lascio che la mente si riempia dei suoni di questa “female fronted band”. Non appena inizia la prima nota, già il mio sesto senso si attiva mettendomi in allerta: ad un primo acchito sembra la brutta copia degli Evanescence e dei Lacuna Coil, ma preferisco non dare troppo peso a questa sensazione e proseguire nell'ascolto. "Silent Night" presenta una base musicale valida, con tanto di tastiere: la voce della cantante è parecchio melensa e adatta per un gruppo di ragazzine finte metal. Tutto il ritmo è talmente leggero e frivolo, da diventare addirittura un po' difficile da digerire. "Wish" tende ad essere un po' più cupa rispetto alla precedente, ma senza mai abbandonare il livello di superficialità dichiarato poche righe sopra. Essendo una band gothic metal, l'ausilio delle keys è massiccio: chitarre elettriche e batteria vanno a braccetto, mentre la voce si fa addirittura lagnosa. Passando a "Crystal Tears", l'unica cosa degna di nota sono degli elementi orchestrali appena accennati, che cercano di dare più profondità a tutto l'album. Di "Blood on the Wall" la cosa che salta più all'orecchio è l'intro di tastiera e la voce deprimente, pesante: il brano in sé è orecchiabile, soprattutto togliendo il cantato. "See the Grief" e "Scars of my Soul" hanno di differente solo la velocità: la prima è più veloce, mentre la seconda tende ad essere molto più malinconica. "Memories" è ancora più tranquilla: per tutta la durata del brano le tastiere e la voce la fanno da padrone; verso la metà si sente anche la batteria, presente fino alla fine (ad un tratto con qualche nota di chitarra elettrica). "Sweet Madness" riprende totalmente le atmosfere di “Scars of my Soul”, come se ne fosse il seguito. "Anguish" all'inizio presenta note più di electro-music, tralasciando il mood gothic: anche l'atmosfera è più viva, scattante, che risveglia dal torpore in cui i brani precedenti avevano creato. Oserei persino dire che è il brano più bello di tutto l'album, con la voce meno lagnosa. "Lagoon" tende più ad avere un'impronta classica: tutto il brano è suonato soltanto dal pianoforte, seguendo un tono allegro andante. Con "Dance of Visions" si arriva alla fine dell'album (e per fortuna!): la cosa più buffa è che questo è uno dei brani con più unghie e che salva il tutto dal prendere un bello 0 (zero) come voto per questo lavoro. Chitarre, batteria e voce diventano tutt'uno, dando un'anima e una spina dorsale all'album. Concludo dicendo che questo è un album solo per ragazzine del tipo pseudo punk/metallare. Augurandomi che la band sforni un album più maturo e decisamente migliore, provvederò a mettere questo cd tra quelli da dimenticatoio. (Samantha Pigozzo)

(Alkemist-Fanatix)
Voto: 40

sabato 9 luglio 2011

Shadowdances - Misery Loves My Company - English

#FOR FANS OF: Gothic, Prog, Dark, Autumnblaze, Riverside
How I love the bands coming from the Baltic countries (Latvia, Lithuania and Estonia), I do not know by what mysterious reason, but their music has always something magical in their notes. The Lithuanians Shadowdances that I am here today to review, are no less than that, with their self-produced work of more than 13 pieces. The music of Joudas (singer and drummer) and his companions, is a mix of dark gothic of fine atmosphere and deep emotions. It is a pity that few people have noticed about this band, that I want to say that it exists since 1994. The Baltic quintet's music can be described by the soft and orange colors of autumn, his mellifluous atmosphere contrasted with those of pacing rocking guitar lines. I like it, I really like the proposal of the Lithuanian combo, because it produces intimate suggestions during its hearing, perhaps because I love to immerse myself in the melancholy music flows and let the power of music to disturb my conscience. And for those who like me who love to indulge in this kind of sound, you will certainly remain a victim of the fascinating sound of the Shadowdances. "The Crawl", "The Girl" and the subsequent “Autumn Haze” are three splendid tracks that recall the early days of the Austrian Autumnblaze, but by adding a touch of poetry, which I repeat only the bands from those places, are able to confer to the music. Elegant, refined music, created and played by excellent musicians: "Misery Loves My Company" is an intense journey into the depths of the human soul, full of despair, anguish and fear. The central part of the CD is even more poignant, with the strong melancholic vocal lines of Judas to dominate the scene and dark environments to make their music sound like rain clouds ready to pour down heavy and endless rain. Desolate, nostalgic and restless, the Shadowdances could represent the perfect combination of Anathema of "Eternity" and the beginning of Riverside. What can I say more for this wonderful album? We only hope that luck will help the brave and here there is a lot of audacity ... (Francesco Scarci - Translation by Sofia Lazani)

(Self) 
Rate: 75

Black Tape for a Blue Girl - Halo Star

#PER CHI AMA: Ambient, Gothic
Un'attività più che ventennale e una discografia comprendente dieci album più un paio di singoli usciti in versione 10" lp e 3" cd (entrambi limitati), un libro accompagnato da un maxi cd e un doppio cd raccolta. Questi, in cifre, i Black Tape for a Blue Girl, creatura di Sam Rosenthal e Lisa Feuer, fondatori anche dell'etichetta Projekt, per la quale hanno pubblicato tutti i loro album. Mentre Sam e Lisa sono rimasti il cardine del progetto lungo tutti questi anni, nel tempo si sono succeduti diversi artisti che hanno partecipato alle registrazioni e hanno fatto parte del gruppo, contribuendo al successo in tutto il mondo di cui oggi godono i Black Tape for a Blue Girl. In questo lavoro Bret Helm ed Elysabeth Grant si alternano alla voce, mentre Michael Laird e Vicki Richards si occupano, rispettivamente, delle percussioni e del violino. Per quanti già conoscono i Black Tape for a Blue Girl, "Halo Star" risulterà molto familiare e musicalmente in linea con la produzione passata, idealmente unita da sonorità eteree molto caratteristiche, che costituiscono quanto di più riconoscibile vi sia nella proposta della band americana, specchio fedele dell'anima di Sam Rosenthal, il quale compone le musiche e scrive tutti i testi; per le liriche di quest'album, ad esempio, sono stati rielaborati alcuni passaggi tratti dal libro di Sam di prossima pubblicazione. Eppure è individuabile qualcosa di diverso rispetto ai lavori precedenti e lo si percepisce immediatamente: mi riferisco ad una maggiore organicità che annulla completamente quel senso di dispersione che talvolta si avvertiva durante l'ascolto delle ultime opere, conseguenza probabilmente di una tendenza a lasciar fluire liberamente il suono dagli strumenti, quasi si trattasse di improvvisazioni. Questo impediva in alcune occasioni alle canzoni di assumere una forma definita che le rendesse memorizzabili. In "Halo Star" si ha l'impressione completamente opposta: il lato "sperimentale" e la vena "estemporanea" sono stati infatti del tutto abbandonati e sostituiti da melodie vocali molto più scorrevoli, da strutture musicali più immediate e leggere, di facile assimilazione; sempre un po' minimali, ma senza perdere il gusto per la melodia e l'introspezione, in maniera più simile a come succedeva nei primi album. Siamo comunque di fronte ad un lavoro molto intimo, che sembra essere inteso per avvicinare l'ascoltatore agli angoli nascosti dell'anima di Sam Rosenthal, ma le riflessioni e le emozioni sono state convogliate in una manciata di brani genuinamente ispirati e sentiti, caratterizzati da una gradevole freschezza creativa. Una raccolta di canzoni che sviluppano in musica pensieri e sentimenti. In particolare trovo molto belli i brani cantati da Elysabeth Grant (come "Your Love is Sweeter than Wine", "Indefinable, Yet", "Damn Swan!" e "Already Forgotten"), estremamente dolci e melodici e dall'atmosfera malinconicamente sognante, che sembrano voler esortare l'ascoltatore alla meditazione, alla riscoperta dei ricordi personali dimenticati, ma sempre con un filo luminoso di speranza che la calda voce di Elysabeth è in grado di infondere. Anche i brani cantati da Bret Helm (quali "Tarnished", "The Gravediggers", "Knock Three Times", "The Fourth Footstep") sono degni di nota: alcuni ricamati su una vellutata tessitura strumentale percussiva che li rende a tratti quasi allegri, altri più ambientali e struggenti, colgono un altro modo di vivere le emozioni. Con i suoi racconti e le sue melodie "Halo Star" ci accompagna delicatamente verso l'autunno. (Laura Dentico)

(Project)
Voto: 80

Deathincarnation - Deny the Lies

#PER CHI AMA: Black (Symph.) Death (Brutal)
Gira e rigira, i paesi dell’ex blocco sovietico, stanno rilasciando un quantitativo industriale di band dalle interessanti prospettive. La band di cui parliamo oggi, nasce in Ucraina, più precisamente a Cherkassy nel 2006, con uno stile che viaggia a cavallo tra il death e il black e, che dopo tre (più o meno) interessanti demo, riesce finalmente nel 2010 ad esordire con il tanto sospirato full lenght. Peccato, che le release russe/ucraine e chissà quant’altre, non possano trovare alcuna forma di diffusione o pubblicizzazione (e aggiungerei fortuna) anche in “Occidente”, se non in circuiti estremamente underground, in quanto sono convinto che ci stiamo perdendo fantastiche realtà, ahimè nascoste nel sottosuolo al di là dell’ex cortina di ferro. Certo, i Deathincarnation non incantano con il loro sound, però “Deny the Lies” è un lavoro onesto, che fa del death metal in primis, la sua arma più pericolosa, con un riffing brutale, talvolta nervoso, condito però da una bella performance a livello solistico dall’ascia e anche vocalist, Slay, e da un mai troppo invasivo lavoro alle tastiere, ad opera della (pare) bella myLady-Victory, il cui ruolo diventa cruciale, in quei frangenti dove c’è da stemperare la brutalità del drumming tonante di Slide; proprio in questi momenti, il sound dei nostri acquisisce qualcosa di interessante che va oltre alla poco originale proposta dei nostri, in quanto l’approccio tipico del death americano fatto di iperveloci blast beat, va a miscelarsi con il black sinfonico dei Dimmu Borgir, come accade palesemente nella sesta “Betrayed by Own God”. Certo poi, i nostri si lasciano andare in sciabordate che massacrano, con il loro incedere rutilante, gli ascoltatori, ma non temete perché là, dietro l’angolo si nasconde la soluzione ai nostri rimedi, il magnifico tocco alle keys di Victoriya, capace in un battibaleno di trasformare una song in pieno Morbid Angel style, in un pezzo che riprende il sound epico dei Nokturnal Mortum, tanto per capirci. È questa loro peculiarità che li solleva dalla massa; pur non essendo mostri in fatto di tecnica, senza proporre nulla di originale, o non godendo di una brillante produzione, la proposta dei Deathincarnation, ha colpito comunque la mia attenzione, portandomi ad interessarmi all’act ucraino. Peccato per la voce, ancora non pienamente decisa se lanciarsi andare in scorribande growl o in uno screaming isterico prettamente black, ma alla fine rischia di essere l'elemento più carente. La traccia omonima, che si apre con maestose tastiere e un riffing non troppo pesante, ma alquanto tagliente, ci consegna un’altra band, quella che ha dimenticato l’approccio ferale iniziale, e ne ha deviato completamente il tiro, verso un black sinfonico intrigante, che sancisce la fine del disco. No, ma che dico. C’è ancora spazio per la traccia dieci, una cover dei Cannibal Corpse, quasi a voler smentire le mie parole di poc’anzi, anche se in realtà si tratta di una inutile song strumentale. A chiudere finalmente il platter ci pensa una vecchissima traccia della band, la blasfema “Jesus is Cunt!”, che vede come guest star alla voce, Alexey Sidorenko e Stanislav Ratnikov, che musicalmente ha ben poco da spartire con quanto ascoltato sin’ora, a causa delle incursioni in campo grind e alle vocals “suine” tipiche del genere; beh ecco io avrei evitato, anche se sul finire della song vengo smentito nuovamente perchè a rivelarci ci sono buone potenzialità e una celata personalità dei nostri; ah, se solo avessero continuato in questo filone. Ci sarà da limare qua e là senza ombra di dubbio, ma i ragazzi sono giovani e di migliorie se ne possono ancora fare parecchie. Vedremo se il tempo gli darà ragione... (Francesco Scarci)

(Nocturnus Records)
Voto: 65

venerdì 8 luglio 2011

Hacride - Deviant Current Signal

#PER CHI AMA: Djent, Techno Death Progressive, Meshuggah, Cynic
Se oggi il djent esiste, non lo si deve solo ai Meshuggah, ma anche ai francesi Hacride, perciò ragazzi fermi tutti, se non avete questo album, tirate fuori i vostri taccuini e annotatevi assolutamente questo titolo. Quelli della Listenable Records, da sempre, vedono lontano e cosi dopo aver scoperto in passato Soilwork, Theory in Practice, Scarve e molti altri, ecco scovare nel proprio paese, anche gli Hacride. Era il 2005 e il combo transalpino, al debutto discografico, poteva essere additato erroneamente, come una clone band dei ben più famosi colleghi svedesi, ma ascoltando “Deviant Current Signal”, rimarrete folgorati anche voi dalla fantasia e della tecnica degli Hacride. Le otto tracce incluse vi coinvolgeranno con soluzioni quanto mai inusuali e innovative per il genere: la base di partenza è chiaramente il thrash/death preso a piene mani dagli insegnamenti dei costantemente citati maestri Meshuggah, con stop’n go, passaggi ipnotici, ritmiche serrate e le urla sempre molto simili al singer della band svedese. Ma poi, quando meno te lo aspetti, ecco uscire il coniglio bianco dal cilindro: in “This place”, la canzone più bella del lotto, troviamo passaggi atmosferici, orientaleggianti e un uso tribale della batteria; un folle sassofono si prende la scena in “Protect”, dove un fantastico basso (ispirato a Steve Di Giorgio) ricama insieme alle chitarre e alla batteria, una ritmica fenomenale. Ottimi assoli, sfuriate death, influenze alternative (alla Strapping Young Lad), ispirazione ai pazzi Mike Patton e Steve Coleman, rendono questo lavoro un ottimo lavoro, da avere assolutamente nella vostra collezione di cd. Un’eccellente produzione completa poi il quadro generale del debut dei francesi Hacride, un nome che presto sarebbe entrato nel firmamento delle grandi band heavy metal con altri 2 fantastici album... Geniali! (Francesco Scarci)

(Listenable Records)
Voto: 85

giovedì 7 luglio 2011

Atra Hora - Lost in the Dephts

#PER CHI AMA: Death Melodico
Scava e scava sempre più in profondità e vedrete che possono venire alla luce pietre preziose o reperti archeologici antichissimi. Alla stregua di un archeologo, in questo periodo mi sono lanciato alla ricerca di quanto più misterioso e oscuro possa rivelare l’underground metallico. Ancora una volta mi spingo quindi verso i lidi inesplorati della Russia, bacino dall’inestimabile valore, con questa uscita targata Darknagar Records, alla ricerca di chissà quale monile o gioiello. Ecco capitare quindi tra le mie mani “Lost in the Dephts”, debut album dei russi Atra Hora, il cui inizio è affidato ad una quasi tribale, anzi direi mediorientale melodia, che quasi mi spinge pensare ad una band in stile Melechesh. In realtà, mai fu cosi sbagliata la mia ipotesi: l’act dell’ex Unione Sovietica infatti, suona death metal di stampo melodico che fin dall’iniziale (e dall’incedere marziale) “Journey to the Chaos” mi ha ricordato i Rotting Christ di “Sleep of the Angels”. “They Go” abbandona le atmosfere soffuse iniziali per lanciarsi in una cavalcata arrembante, in cui trova posto un break centrale di basso, mentre la successiva “Awaking of the Unholy”, traccia, con le sue linee di chitarre, piacevoli melodie, con le roche vocals di Alextos a rendere omaggio alla natura. Ben più brillante è la lunga “War Under the Sign of Baphomet”, che si apre con una parte narrata, per lanciarsi ben presto in vorticosi giri di chitarra, senza tuttavia mai andare a velocità sostenute, ma anzi tracciando sinuose melodie, sulle quali emerge il growling/screaming di Alex, con i toni che sembrano aumentare, sollevarsi e avvinghiarsi come un serpente che si attorciglia attorno ad un albero. La ritmica cresce lentamente, non toccando mai vette inusitate però, per arrestarsi di colpo nel consueto break acustico centrale, e lasciarsi finalmente andare nella cavalcata finale, dove il pizzicare le corde di Yanis, sembra possa rifarsi alla tradizione etnica russa; l’ultima parte è invece lasciata ai tenui tocchi di un pianoforte. La band di Pyatigorsk mi piace parecchio, anche se come capita ormai nel 90% delle recensioni che scrivo, è ormai impossibile poter trovare qualcosa di originale e il terzetto non è certo immune a questo male dilagante; tuttavia non è di cosi fondamentale importanza. “Holocaust” pesca dalla tradizione pagana, per poi lanciarsi in un nuovo attacco, ancora una volta richiamando il primo epico sound dei greci Rotting Christ. Un altro arpeggio nella tradizione mediorientale apre “Requiem for Human Tribe”, poi è un riffing vario, accompagnato costantemente da quei fastidiosi blast beat, a condurci nel regno degli Atra Hora, che fanno dei cambi di tempo repentini, degli intermezzi acustici, delle aperture al limite del progressive (date un ascolto alla lunghissima conclusiva “Voices of the Forgotten Dephts” per farvi un’idea), i loro punti di forza. Non siamo di fronte a dei mostri, né di tecnica, né di personalità, tuttavia sono pienamente convinto che ci possano essere ampi margini di miglioramento. Sorvegliamoli e vediamo dove potranno andare a parare; uno sgrezzamento nel loro impianto sonoro, qualche buona idea piazzata qua e là, l’utilizzo di qualche diabolico orpello e i nostri potrebbero potenzialmente fare il botto. La parola d’ordine rimane però una sola, coraggio! (Francesco Scarci)

(Darknagar Records)
Voto: 70

domenica 3 luglio 2011

Night of Suicide - Desire

#PER CHI AMA: Doom Malinconico, My Dying Bride
Con “Desire” siamo di fronte all’eccellenza. Una perla di magnificenza al di là di ogni comparazione di stile, un’opera musicale di mirabile ispirazione. Ecco ciò che io intendo con vero doom melanconico, a tratti squisitamente romantico (in un romanticismo che non ha nulla a che fare con le relazioni di coppia), con arpeggi e passaggi melodici che rimandano ai maestri anglosassoni My Dying Bride. Gli ingredienti ci sono tutti: quattro tracce, tutte che superano gli undici minuti, voce in growl e tuttavia comprensibile in molte parti, utilizzo di scale armoniche alternate come un botta e risposta tra due chitarre, idealmente a metà tra inferno e paradiso. Eccezionale il contenuto testuale, che sebbene recuperi i modelli tipici della solitudine e del suicidio, li sviluppa in una visione non ridondante e decisamente non statica. Come sempre quando ci si getta nel doom, anche in questo caso mi permetto di sottolineare la necessità di ascoltare l’opera in crescendo per intero. Sono d’altronde gli stessi titoli ad indicare un’evoluzione: “My Thoughts”, “The Answer”, “Desire”, “Final Decision”; paragrafi di una vicenda che termina nella decisione di accettare il proprio destino di suicida (figurato o reale, è comunque suicidio del proprio ego). L’opera comunica dolorosa solitudine, ma non vi è buio accecante. Le note indicano ricerca di un’armonia sonora; le stesse tracce sono divise in più parti, a volte dall’andamento totalmente diverso rispetto l’intro. La melodia di base della prima traccia, soprattutto, tocca l’anima più di ogni altra, ed è ripresa e modificata, non a caso, nell’ultima. Vi posso assicurare che non ve la dimenticherete più. Per quanto riguarda il genere, possiamo considerare “Desire” come melancholic doom, con un growl decisamente meno gutturale del solito e quasi nascosto dietro la patina del sonoro. Ottimo lavoro di registrazione, considerando che si tratta di una collaborazione internazionale. Non ho trovato una pecca che fosse una. È un album perfetto sia a livello musicale che tematico, uno di quegli album che invita alla riflessione, che elimina l’essere materiale per lasciare posto allo spirito. Da ascoltare assolutamente ad occhi chiusi in situazioni di tranquillità per assimilare ogni vibrazione. È musica che genera sensazioni in immagini, che induce trance, “che apre le porte della percezione” (Doors docet)… (Damiano Benato)

(Solitude Productions)
Voto: 90

Benighted in Sodom - Reverse Baptism

#PER CHI AMA: Black Doom
Atmosfere decadenti che inneggiano a temi magico surreali per questo ottimo lavoro dei Benighted in Sodom. Monumento ermetico dall’aura enigmatica che della vacuità del titolo riprende lo stile per dedicare due intere canzoni ad un fantomatico Ocean (ascoltandole attentamente sono sempre più convinto si tratti di una metafora dell’infinito, più che dell’oceano materiale vero e proprio), dalla modica durata di dodici minuti ciascuna. Le conoscenze di un retroterra magico si appagano nella mefistofelica "Flauros", traccia intitolata ad un demone multiforme che i trattati del settore indicano come rappresentante per eccellenza di una potenza incontrollata. Aneddoti riportano anche la scelleratezza di Crowley, che osò invocare la natura di questo demone rimanendo comodamente seduto nel cerchio d’invocazione. Che tutto questo non sia un caso lo testimonia la canzone stessa, unica nel suo genere all’interno dell’album: è la sola traccia ad iniziare con una batteria lanciata a tutta velocità, evidenziando la capacità di una band prevalentemente doom ad affrontare squarci di ballate black. Interessante l’accostamento di voci pulite a screaming, inserite al momento giusto nella fasi di ‘rilascio’ delle tracce per evitare una monotona ripetizione dello stesso tema. Decisamente un ottimo album, che grazie all’equilibrio di andamenti lenti e veloci non stanca l’attenzione del pubblico (ovviamente di nicchia). Mancano tuttavia quegli arpeggi hopeless tipici del doom, motivi firma di un genere slow che fa delle atmosfere ignote il proprio cavallo di battaglia. Manca anche la viscerale violenza del black più puro, poiché altre appaiono essere le ricerche stilistiche dei Benighted. Ho apprezzato particolarmente i suoni di chitarra che si sviluppano in una sorta di trance onnipresente, quasi fossero liquidi. Pur essendo riusciti (loro) nell’intento di creare un’opera degna di questo nome, non sono riuscito (io) a trovare quel piccolo particolare che rende questo gruppo unico nel panorama a cui appartiene. È tuttavia innegabile che sanno quello che fanno. Flauros non lo conoscono in molti. (Damiano Benato)

(BadMoodMan Music)
Voto: 75

Demonia Mundi - In Hoc Signo Vinces

#PER CHI AMA: Black Symph., Graveworm, Stormlord, Mortuary Drape
Era da un bel po’ che non mi capitava di recensire un album di black sinfonico, pensavo anzi che di band dedite a questo genere non ne esistessero ormai quasi più. Fortunatamente mi ritrovo tra le mani qualcosa di diverso dal solito metalcore che recensisco e cosi posso nuovamente rituffarmi in atmosfere ormai abbandonate da tempo. Cinque brani che ci consegnano una band che di gavetta ne ha fatta gran tanta (il combo reggino esiste infatti dal 1996) e che con questo nuovo Mcd autoprodotto, dimostra una più che discreta maturità stilistica che speriamo possa consentire all’act calabrese di raccogliere quei frutti fin qui mai raccolti e poter finalmente firmare un contratto che consentirebbe alla carriera dei cinque demoni di fare un gran bel passo in avanti. Dopo la consueta diabolica intro si parte con la title track, cavalcata dai forti rimandi alla tradizione scandinava (Dissection e Unanimated in testa). Si prosegue con “Malleus Maleficarum” titolo forse troppo inflazionato nella scena metal, ma che comunque scorre feroce e grondante di sangue con l’uso delle keyboards che ricorda vagamente quello dei Graveworm. Un altro pezzo dal titolo in latino è “Daemonia Bolla Summa”, song dalle tematiche accusatorie contro le ingiustizie della Santa Inquisizione, braccio armato della Chiesa Cattolica nel passato: il brano ci mostra ancora una volta l’abilità della band nel fondere furia ancestrale con la melodia del black sinfonico. È solo però con le ultime due tracce che si tocca l’apice compositivo del disco: un concentrato di black epico e pagano dalle forti tinte melodiche dove trovano posto atmosfere evocativo-esoteriche che da sempre contraddistinguono il black italiano da quello del resto d’Europa. Insomma, se siete amanti della furia mistica alla Necromass, unito all’esoterismo di Mortuary Drape, vi piacciono le sinfonie di Stormlord e Graveworm, e siete nostalgici delle melodie che hanno reso grandi gli Emperor di “In the Nightside of Eclipse”, beh un ascolto ai Demonia Mundi lo darei sul serio, magari potreste scoprire anche voi, che il black sinfonico non è morto… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 65

Winter of Life - Mother Madness - English

#FOR FANS OF Death Progressive, Novembre, Oceans of Sadness, Opeth
I must admit I have had great difficulty in reviewing this "Mother Madness" because it is very difficult to find the right words to let you know what it is contained in this little gem produced by the combo originated from Naples. The album opens with the whispers of "Mattutino" song with a strong progressive flavor, which has the quality of immediately putting in evidence the tremendous potential of Elia Daniele on vocals, and generally manages to put on display from the start the excellent quality of the band coming from Campania, the song quickly slips away to make room for "Noumena", which highlights the influence of the sextet and an incredible mix of influences: signs of November in the guitar lines merge into their sound, perhaps because the recording was done at "The Outer Sound Studios "of Giuseppe Orlando; as regards the use of vocals however, I was reminded of the recently broken up Oceans of Sadness. The title track enters in an explosive way into the coffers of my stereo, and then give way to delicate touches of piano and a soothing and melodic rhythm, but very clearly never pander, and then the wonderful voice of Elia, able to use his extensive vocal range, to be in his own way, the best instrument of the Winter of Life: poignant, reflective, aggressive when needed, in short, comprehensive and excellent. And the music? A progressive metal marked by some extreme outburst, but also capable of digressions into jazz territory like on the title track (experiment already done, however, by the aforementioned Belgian Oceans of Sadness). But not only because "witHer" opens with a slap bass, taken on loan from almost any band with the funky vocalist that for a moment seems to make the rapper; but the music does not take long to take off again in a crescendo of emotions, this time thanks to the chasing scintillating guitars, immersed in the warmth of soft environments and also by the guest vocals of Tiziana Palmieri. This album won me over and every time I listen to it (maybe I'll be at the 50th time and I am still not tired), I find intriguing new details that lead me to listen once again. The quality of the Winter of Life lays in suggesting music that in the course of the tracks (all of them of considerable length), is constantly changing tune, alternating trips to neighboring death territories with beautiful riding rhyths, and in times when maybe the resurfaces the strong influence of the Novembre or other act of the progressive scene like Pain of Salvation. The result is a succession of great songs that will soon to creep into your head and make you wince, make you fully enjoy the great ideas that populate the mind of these six boys. What a pleasure listening to this "Mother Madness," what a pity I did only recently. Go on like this, I am waiting now for another confirmation; highly recommended! (Francesco Scarci - Translation by Sofia Lazani)

(Casket Music)
Rate: 85

venerdì 1 luglio 2011

Somnolent - Renaissance Unraveling

#PER CHI AMA: Sludge, Post Metal, Drone
Un nome un programma e se il buon giorno si vede dal mattino, mi dovrei aspettare dai Somnolent un bel funeral doom, cosi come era stato per il loro album di debutto, “Monochromes Philosophy”. Con mia somma sorpresa, constato felicemente che la nuova direzione musicale intrapresa dal quintetto di Odessa è invece uno sludge post metal dalle tinte progressive, che fin dall’iniziale “Exhale!”, riesce a conquistarmi per la varietà dei suoi suoni di chitarre distorte, ritmiche martellanti e growling vocals, abbinata ad una raffinata ricerca di quell’improvvisazione che rese grandi i nostrani Ephel Duath. La conferma di questo nuovo percorso stilistico, arriva anche con la successiva “Emptiness Beyond the Horizon”, che nonostante un’apertura dalle forti sfumature doomish, mi fa ben presto soffermare a riflettere sui suoni psicotici del combo ucraino con un assolo quasi preso in prestito da un certo blues rock anni ‘70. Devo ammetterlo, sono disorientato e lo sarò ancora di più con la terza “Visible World Eraser”, che apre con un bel wah-wah delle chitarre, accompagnate da un flebile basso e da una voce quasi sussurrata (di scuola Isis). Ecco che si sprofonda nella melma del sound fangoso tipico sludge-drone, con un arpeggio ipnotico reiterato, che lascerà ben presto campo aperto alle “grida” profuse da una chitarra impazzita. Otto minuti per una traccia che si muove all’interno di sonorità dal forte sapore onirico e da un intenso flavour seventies. “P.R.O.S.E. (Poem Risen On Somnolence Error)” rappresenta un breve, quanto mai inatteso, frangente hardcore/progressive/jazz (che improbabile trio, vero?) in grado di accompagnarci negli oscuri meandri di “Solipsistic Exfoliation”, song che questa volta fa del drumming il suo elemento portante, con una voce in sottofondo che parla di scienza e teologia, prima dell’esplosione finale dei suoi suoni. Mi piace, “Renaissance Unraveling” mi piace sempre di più, man mano che si spinge in avanti e osa, anche se magari talvolta non riesce a raggiungere i risultati auspicati, come le meno brillanti prove di “Chrysalis Verge” part 1 e 2. Quel che conta però è che la band non si fermi davanti a nulla e che abbia deciso di mettersi completamente in gioco, come se non avesse nulla da perdere e questo è ciò che realmente apprezzo di questi Somnolent, in quanto indice di personalità e carisma. Alla fine non ho ben capito cosa diavolo sto ascoltando o come definire esattamente questa musica, so solo che mi è entrata dentro e lentamente si è impossessata delle mie facoltà cognitive. Peccato solo per la conclusiva “Division of Nihil”, altra song estremamente interessante, dalle atmosfere tenui e pacete, ma che sembra quasi interrompersi di colpo, ponendo fine in modo alquanto affrettato ad un album che mi ha regalato ottimi spunti riflessivi: il post metal è vivo più che mai e sono certo che i confini per questo genere sono ancora estremamente lontani. Promossi a pienissimi voti, brillanti! (Francesco Scarci)

(Slow Burn Records)
Voto: 80

H.o.S. -The Beginning

#PER CHI AMA: Thrash anni '80, Destruction, Sodom, Kreator, Metallica
Certe volte mi chiedo se io abbia inserito un Cd, oppure se sia attivata una macchina del tempo che mi ha sbattuto nel passato. Chi di voi ama il thrash metal tirato? Quello dei primi Metallica o dei Kreator, per capirci. Ecco qui avrà pane per i propri denti o musica per le proprie orecchie, fate voi. Gli altri magari storceranno il naso. Ah, mi sono dimenticato le presentazioni: rimedio. Il nome della band “H.o.S.” dovrebbe essere l’acronimo del titolo della notissima “Harvester of Sorrow” dei Metallica (come sarebbe a dire che non la conoscete? Scherzate vero?), anche se sinceramente non mi pare sia scritto sul loro sito. I ragazzi sono veneti, muovono i primi passi nel 2006 e nel 2007 e 2008 pubblicano due demo. Nel frattempo la line-up si modifica fino a quella attuale: Dado - chitarra e voce; Cetz - chitarra; Pedro - batteria; Millo - basso. Quindi nel 2011 danno alle stampe “The Beginning”.Il disco è una produzione pulita di 35 minuti e 10 song. Dopo la prima, mi colpisce la nostalgia per i tempi passati (o per la trascorsa giovinezza?), andando avanti nell’ascolto torno lucido e mi lascio prendere dalle altre canzoni. Alla fine mi trovo un platter veramente retrò, di un thrash metal direttissimo figlio del trio teutonico (Kreator, Destruction, Sodom) con influenze più leggere della Bay Area. Ecco... va bene essere dei buoni allievi e continuatori fedeli dei canoni del genere, però ci sarebbe qualcosa da aggiustare. Gli assoli di chitarra non mi convincono, la parte compositiva mi lascia a volte perplesso e trovo il cantato un po’ troppo monocorde. Una stroncatura? No, l’ensemble ci picchia dentro più che può, alla fine il risultato è più che positivo. Le loro “mancanze” sono compensate dal loro carattere aggressivo e dalla potenza della batteria. Apprezzabili i cambi di tempo repentini ben fatti e la lunghezza media delle tracce, che non porta al drammatico effetto stanchezza. Considerando una certa reiterazione dei suoni, song più lunghe avrebbero appesantito troppo il loro lavor rendendolo indigesto. Qualcosa che si distacca appena dal mazzo la potete trovare nella finale “We are the H.o.S.”. Una cadenzata dichiarazione di intenti dei nostri, che mi ha colpito più del resto. Bravini questi giovani ragazzi ma, se volessero uscire dall’anonimato, dovrebbero applicarsi sulla tecnica e magari provare a rendere riconoscibili subito i loro lavori. Sempre che ne abbiano il desiderio e la voglia. Io ci spero. Ah, se non lo facessero mi faccio dare gli indirizzi dal buon Franz... (Alberto Merlotti)

(Punishment 18 Records)
Voto: 65

giovedì 30 giugno 2011

Shadowdances - Misery Loves My Company

#PER CHI AMA: Gothic, Prog, Dark, Autumnblaze, Riverside
Quanto adoro le band provenienti dai paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia), non so per quale arcano motivo, ma la loro musica ha sempre qualcosa di magico nelle proprie note. Non sono da meno quindi neppure i lituani Shadowdances che mi trovo qui oggi a recensire con questo lavoro autoprodotto di ben 13 pezzi. La musica di Joudas (cantante e batterista) e compagni, è un mix di gothic dark dalle fini atmosfere e dalle profonde emozioni. È un peccato che pochi si siano accorti di questa band, che ci tengo a dirlo esiste fin dal 1994. La musica del quintetto baltico si può descrivere con i colori tenui e aranciati dell’autunno, con quelle sue melliflue atmosfere contrapposte all’incedere rockeggiante delle linee di chitarra. Mi piace, mi piace davvero la proposta del combo lituano, perché produce intime suggestioni durante il suo ascolto, forse perché amo immergermi in malinconici flussi musicali e lasciarmi turbare l’animo dalla potenza della musica. E per chi come me ama abbandonarsi in questo genere di suoni, rimarrà sicuramente vittima del fascinoso sound degli Shadowdances. “I Crawl”, “The Girl” e la successiva “Autumn Haze” sono tre splendidi pezzi che richiamano gli esordi degli austriaci Autumnblaze, aggiungendo però quel pizzico di poesia, che ribadisco solo i gruppi provenienti da quei luoghi, sono in grado di conferire alla musica. Musica elegante, raffinata creata e suonata da ottimi musicisti: “Misery Loves My Company” è un intenso viaggio nelle profondità dell’animo umano, carico di disperazione, angoscia e paura. La parte centrale del cd si rivela ancora più struggente, con le forti malinconiche linee vocali di Juodas a dominare la scena e oscure ambientazioni a far sembrare la musica dei nostri nuvole cariche di pioggia pronte a scrosciare in pesanti ed interminabili piogge. Desolanti, nostalgici e inquieti, gli Shadowdances potrebbero rappresentare il perfetto connubio tra gli Anathema di “Eternity” e i Riverside degli esordi. Che dire di più di questo meraviglioso disco? Speriamo solo che la fortuna possa aiutare gli audaci e qui di audacia ce n’è parecchia… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 75

Necrophagia - Harvest Ritual Volume I

#PER CHI AMA: Black/Thrash dalle tinte horror
Signore e signori, il teatro dell’orrore riapre i battenti con questa opera dei Necrophagia ormai datata 2005. Per chi non li conoscesse, i Necrophagia sono uno dei gruppi più longevi della scena metal: formatisi per mano di Killjoy nel 1983, per emulare le gesta dei Venom, esordiscono nel 1987 con “Season of the Dead” con un album estremo e malato. La band poi si scioglie, ma nel 1994 Phil Anselmo (cantante dei Pantera, all’epoca) propone a Killjoy di scrivere un nuovo lavoro: ne esce “Holocausto de la morte”... la creatura Necrophagia riprende a vivere con un nuovo orrorifico sound... il resto della storia la conoscete tutti... Dopo “The Divine Art of Torture” del 2003, ritorna sulla scena il sestetto statunitense con un nuovo e perverso album, “Harvest Ritual Volume I“, titolo che lascia presagire l’arrivo anche di un “Volume II”. L’impianto sonoro di questa nuova fatica, rimane il tipico black/thrash che ha contraddistinto i passati lavori della band, su cui si instaurano le corrosive e malate vocals di Killjoy e le spettrali tastiere di Mirai Kawashima (preso in prestito dai giapponesi Sigh) che conferiscono quel caratteristico e fascinoso aspetto lugubre ai Necrophagia, con forti richiami al cinema horror di Lucio Fulci (maestro italiano dell’horror mondiale). Le 10 song che costituiscono questo lavoro, sono come sempre tutt’altro che rassicuranti: campionamenti horror, riff granitici e voci malvagie catalizzano l'attenzione degli ascoltatori. Vi segnalo le tracks che più mi hanno colpito: la bellissima “Unearth” caratterizzata da tastiere orientaleggianti e pesantemente influenzate dal grande Claudio Simonetti, e “London 13 Demon Street” in cui a farla da padrone sono sempre le keys cupe e sinistre di Mirai, ma dove fa la sua comparsa anche una tenebrosa voce femminile. Rispetto ai passati lavori, questo nuovo “Harvest Ritual Vol. I” potrebbe mostrarvi (ma non lasciatevi ingannare) il lato più melodico e maturo della band di Killjoy e Phil Anselmo, quasi a voler scrollarsi di dosso l’etichetta di gruppo da serie B. Affascinanti... (Francesco Scarci) 
 
(Season of Mist)
Voto: 75

mercoledì 29 giugno 2011

Autumnblaze - Words are not What They Seem

#PER CHI AMA: Dark, Rock, Gothic, ultimi Anathema
La malinconia è un tratto distintivo che ha accompagnato gli Autumnblaze fin dai loro esordi. La band tedesca ha sempre fatto delle emozioni più grigie un'imprescindibile fonte d'ispirazione, attingendovi con sapiente moderazione, ma dimostrandosi oltremodo incurante dei potenziali benefici che un approccio meno rigido alla composizione avrebbe portato con sé. "Words are not What They Seem" rappresenta quasi un album di passaggio per il gruppo, decisosi finalmente a spostare l'accento umorale delle proprie canzoni su sfumature di colore ben più accese rispetto ai lavori precedenti. Pesanti pennellate di nero rimangono la base con la quale gli Autumnblaze amano dipingere la propria tela, ma brani come "Barefoot on Sunrays", "Heaven" o "I'm Drifting" vengono colmate da un'inedita lucentezza espressiva, evidenziando la volontà di aprirsi a nuove frontiere musicali. Appare quasi obbligato il paragone con gli Anathema, vista la comune tipologia di fan che entrambe le band sono solite raccogliere. Chi ha saputo apprezzare le recenti evoluzioni della band di Liverpool, non avrà difficoltà a ritrovare anche negli Autumnblaze delle qualità consone al proprio modo di intendere il rock, anche se il percorso seguito dal gruppo tedesco sembra comunque dirigersi verso sonorità più sanguigne rispetto a quanto proposto dagli Anathema. Eppure la classe è la stessa, come la predilezione per certe atmosfere intime e il tocco "floydiano" con cui vengono sottolineati alcuni passaggi di chitarra (si ascolti ad esempio l'onirica "Blue Star"). Particolarmente suggestiva l'interpretazione di "Falling", che i più attenti riconosceranno come il tema musicale di "Twin Peaks". E la rivisitazione in chiave rock del brano di Angelo Badalamenti non è l'unico riferimento al celeberrimo sceneggiato: in realtà, "Words are not What They Seem" è un concentrato di continui rimandi alla serie televisiva di David Lynch, dal titolo dell'album fino alle scelte grafiche di copertina (opera di Niklas Sundin dei Dark Tranquillity). Se nella tracklist dovessi proprio trovare un punto debole, potrei citare la stucchevole "Message from Nowhere", ma si tratterebbe, in fin dei conti, di una puntualizzazione superflua, che nulla toglierebbe al valore di un album eccellente. Un album la cui bellezza cresce con il tempo, svelando qualcosa di nuovo ad ogni ascolto. (Roberto Alba)

(Prophecy Productions)
Voto: 80

sabato 25 giugno 2011

Mustywig - Knowledge of Another Sun

#PER CHI AMA: Dark, Indie, Alternative, Sludge
Incredibile quanto, suoni provenienti da altri generi musicali stiano contagiando violentemente le band metal, dando quindi la possibilità a noi ascoltatori di esplorare nuovi orizzonti musicali, provare nuove emozioni e soprattutto annoiarci un po’ meno. Una delle band che risente di queste contaminazioni è sicuramente quella dei napoletani Mustywig, che rilasciano "Knowledge of Another Sun" dopo qualche EPs e un paio di album che hanno permesso ai nostri di farsi conoscere all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Proprio dalle sconfinate praterie statunitensi derivano le maggiori influenze per la band campana, che pescando dalla scena indie rock americana ha concepito questo platter ricco di contenuti interessanti e di pregevoli spunti. Diciamo che l’album poggia su una solida base punk rock, figlia della generazione maledetta di fine anni ’70, infarcita poi dagli elementi più disparati: lungo le note di questa release è tanto facile imbattersi infatti in cavalcate heavy metal dal vago sapore ottantiano, quanto in sprazzi di elettronica o musica pop. Ma non solo, altrimenti questa descrizione sarebbe assai riduttiva per il quintetto partenopeo, che invece è stato in grado di miscelare tra loro con una certa disinvoltura, una serie di elementi in realtà di difficile incastro. Forti dell'ex Disciplinatha, Cristiano Santini, personaggio assai carismatico e dalla voce assai versatile, i Mustywig ci offrono 12 ottimi brani dove se ne sentono di tutti i colori: si passa dalla darkeggiante “Au Revoir” alla metallica “Shade-grown Future”, passando attraverso tempeste elettroniche cariche di influenze in stile ultimi Radiohead. Delicati frangenti ambient si frappongono a scatenate sonorità al limite dell’hardcore o dello sludge, con trip psichedelici sempre pronti a condurci nella dimensione malata e psicotica del mondo dei Mustywig, band di cui non conoscevo assolutamente nulla ma che si è mostrata la vera rivelazione della mia estate. Coraggiosi! (Francesco Scarci)

(Black Fading Records)
Voto: 75

Zifir - Protest Against Humanity - English

#FOR FANS OF: Black mid-tempo, early Nachtmystium, Burzum
Here's an album that you feel compelled to listen in full, a one-way trip to face alone through nine dying stations of pure hypnotic sound. It's not a far-fetched metaphor. The whole work is really designed as a journey through the darkest (and pure) places of the soul. It starts with an instrumental, slow and emotional intro, changed to a permanent abandonment of innocence places to soak slowly into a more hostile, bitter and biting sound. The "mosquito" guitars is the real ruler of this universe of sound. They permeate every tone with the same frequency with which they penetrate into the brain of the listener. They buzzing indiscriminately in slow and fast, violent and melancholy steps, at times recalling the early Nachtmystium, identically doped by this swarming omnipresence. Zifir absorb elements from many black metal bands (I affectionately call this spiritual slow black), able, however, to experiment and create an interesting work, demonstrating skills and professionalism in the composition of the tracks, which, while proposing an hypnotic background, do not show never repetitive. I do believe that it is necessary to have an early knowledge of this type of metal, otherwise it is impossible to fully appreciate it and are payable only a bunch of instruments and suffering voices. The result is something else. These bands create synergy and you can not say, "Hey, listen to this refrain". The refrain is not there, don't exist. Each song must be heard in full in its evolution. Only thus you can understand, for example, because the slower and pseudo instrumental tracks are "Uncertain", "The Poison From My Veins" and "Goat's Throne", respectively the first, fifth and last. "Goat's Throne", in particular, is a summary of the soul of the album. Eight minutes of inhospitality, where browsing gothic keyboards, clean vocals alternated with screaming and laments in Burzum's style. The only flaw, from my little point of view, the title of the album, which fortunately does not have a title track. There can not be a protest against humanity, if this same work start from the denial of what human society entails. Just as every work of art of mankind, whatever is the message intends to convey, would have no reason to exist if that meant not being transmitted. I greatly appreciate the quality of this music, but the too much extremes of lyirics at times seems superficial and stereotypical. This does not mean the quality of an album like "Protest Against Humanity", and that it embodies: a wild, carnal epiphany. All on the rise. (Damiano Benato - Translation by Zifir)

(Kunsthauch)
Voto: 80

Hexvessel - Dawnbearer

#PER CHI AMA: Folk, Avantgarde, Code, Virus, Beyond Dawn
Chi già possiede familiarità con il cosiddetto metal d’avanguardia, non tarderà a riconoscere il protagonista di questo insolito progetto artistico, in cui convivono folclore, rock acustico e musica rituale. Voce e mente degli Hexvessel appartengono infatti a Mathew Joseph McNerney, meglio conosciuto come Kvohst, artista poliedrico che ha già prestato i suoi servigi per band quali Code, DHG e Virus, principalmente come cantante, ma altre volte come semplice autore dei testi. Se la formazione di questo singolare talento di origini britanniche risiede principalmente nel metal, di tutt’altra matrice è il contenuto musicale di “Dawnbearer”, album che raccoglie una serie di brevi ballate dal carattere intimo, poetico ed ispirato ad una tradizione rock-psichedelica che per stessa ammissione del gruppo ritrova un’affinità stilistica con band quali Changes, Woven Hand, Espers, Midlake e Comus. Ad onor del vero, rispetto alle formazioni appena citate gli Hexvessel sembrano voler ricercare un approccio più oscuro e permeare le proprie composizioni di un’aura trascendente, coniugando il lirismo occulto delle parti vocali ad arpeggi di chitarra acustica che paiono aver trovato l’ispirazione dal diretto contatto con la foresta e i suoi segreti più nascosti. In “Dawnbearer” arde un fuoco arcano e non è solo la chitarra a creare un’atmosfera così suggestiva, perché Kvhost è qui coadiuvato da un ensamble di musicisti che accrescono la bellezza di ogni brano con l’uso di innumerevoli strumenti tradizionali quali il dulcimer, il violino, il gong, l’armonium, la cetra, il salterio, l’arpa, il mandolino, il banjo e il bandoneon. Un’elencazione che potrà sembrare tediosa ma che può far intuire quale caleidoscopio di luci ed ombre l’album riesca a tratteggiare. Non è semplice individuare un brano che emerga in maniera particolare tra i quindici che compongono l’album, ma forse un commento particolare lo merita “The Tunnel at the End of the Light” che vede Kvhost partecipe di un mistico duetto vocale con Carl-Michael Eide (aka Czral) della progressive-rock band Virus. (Roberto Alba)

(Svart Records, 2011)
Voto: 75

Battle of Britain Memorial - The Aftermath of Your Bright Beings

#PER CHI AMA: Post Rock, Screamo, Mogway
Iniziamo questa recensione con un plauso speciale alla cover cd di "The Aftermath of Your Bright Beings" a dir poco spettacolare, con un contrasto di colori meraviglioso, dovuto anche al digipack cartonato che ne enfatizza il risultato finale. Insomma si capisce fin dal primo impatto, che la band francese è alla ricerca di qualcosa di assai raffinato. Faccio partire il cd e quello che sento, riesce a mettermi subito a mio agio, con suoni tipicamente post, che tanto vanno in voga nell’ultimo periodo. E allora ecco che mi accomodo sulla mia poltrona d’ascolto e mi faccio investire dal vortice sonoro di questo combo transalpino che si è formato solo recentemente, nel 2009 e oggi se ne esce con un prodotto degno di una band veterana. Accennavo alla loro proposta, una miscela di intimistico post metal, unito alla trasgressione dell’hardcore e la rabbia dello screamo. Dopo il benvenuto di “Welcome to Rapture” ecco le urla disumane di “Metaphysics of the Lighthouse” ad aprire il secondo pezzo, che si stagliano su un tappeto decisamente post rock: il sound che giunge alle mie orecchie infatti è assai rilassato, toccante e passionale, dove fanno capolino anche le vocals eteree di una gentil fanciulla che provano a spezzare la sgraziata ma efficace performance del vocalist Ludo. Tocchi di tamburo e piatti accompagnati da una flebile chitarra ci aprono le porte a “Those Who Hide Their Plight”, dove Ludo questa volta, si presenta in versione pulita, anche se avverto una certa forma di disagio su questo genere di tonalità, soprattutto mi sembra faccia molta più fatica quando si spinge verso un registro più alto (lo preferisco nella sua versione screamo); la song si muove in territori costantemente votati al post rock intimistico dei maestri Mogway. Ancora la batteria ad aprire una traccia, con le plettrate malinconiche della sei corde in sottofondo: è la volta di “Cum Tacent Clamant” che palesa in modo evidente la vena inquieta che permea l’intero lavoro del quartetto di Tolosa. La musica non è mai cattiva, mantenendosi costantemente su un registro pacato (nel quale la batteria gioca un ruolo chiave) e pervaso di nostalgia, grazie ad un lavoro egregio alle chitarre; ciò che finisce per incattivire la proposta del combo francese è senza ombra di dubbio la performance al vetriolo del buon Ludo, che tuttavia non infastidisce più di tanto. La creatività della band, il gusto per sonorità ricercate, capaci di scavare nell’intimo umano, le atmosfere soffuse (si ascolti la melliflua “Midnight Blue”), la genialità palesata in alcuni frangenti, ci consegnano una band dalle idee chiare, che merita la vostra attenzione. Amanti di sonorità “post” (rock, metal, hardcore, sludge) fatevi dunque sotto e date un chance ai Battle of Britain Memorial, non ne resterete delusi, parola del vostro Franz: rabbia e dolcezza si sposano alla grande nelle note di questo disco. Ah, dimenticavo la cosa più interessante: il cd è scaricabile gratuitamente al seguente sito: http://battleofbritainmemorial.bandcamp.com/album/the-aftermath-of-your-bright-beings I Battle of Britain Memorial sono assolutamente bisognosi di un vostro ascolto! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 75