lunedì 9 maggio 2011

Nowhere - M.O.U.W.

#PER CHI AMA: Crossover, Funk
Quante volte mi avrete sentito dire qualcosa del tipo “Sì, niente male ma un po’ troppo ripetitivi...”? No, fermi lì! Non andate a contarle. Sappiate solo che questa volta non lo dirò. Sì perché le cinque tracce di questo “M.O.U.W.” sono maledettamente eclettiche e, a parte una catalogazione un po’ generale nel genere metal, faccio fatica a darne una definizione. Direi vicino al crossover, ma con una certa libertà. I “Nowhere” mi hanno colpito molto positivamente; il gruppo rodigino riesce a creare un album dal suono relativamente meticcio, mantenendo una forza concussiva sonora niente male. A proposito: non fatevi prendere dalla tentazione di considerare la traccia di apertura, “No Song”, come metro dell’energia del disco. Risulta più tranquilla delle altre grazie a un passaggio raggamuffin’ azzeccato, ma orecchio alle linee di chitarra: già si sentono le loro intenzioni per il seguito. Ecco infatti la più tetra, incalzante e aggressiva “Arbeit Makt Sklaven”, il cui incipit la rende leggermente straniante.Veloce, diretta “Lula Pop” potrebbe sembrarvi subito scontata, ma i variopinti innesti (dal growl e a certi cantati che mi ricordano Elvis) evitano decisamente di annoiarsi. La seguente “Meaning of Unspoken Word” mi pare la più interessante del mazzo, ricca di spunti derivanti da diverse influenze. Qui ritorna in maniera più preponderante il raggamuffin, è un cavalcata tra percussioni martellanti, cambi e un cantato dalle metriche vertiginose (se devo essere sincero non ci ho capito granché, ma va bene lo stesso). Chiude l’album, introdotta da cornamuse su un ritmo da marcetta, “Indelible” la canzone più cruenta del platter. Grazie al featuring di Christian, dei Fear Flames, i nostri ci regalano quattro minuti durissimi, velocissimi fortemente improntati al core.Una parola va spesa assolutamente per l’ironica immagine usata per la copertina del ciddì. Un buon lavoro, personale, non scontato e, mi pare, con una buona dose di autoironia di fondo. (Alberto Merlotti)

(Akom Production)
Voto: 70

venerdì 6 maggio 2011

Facebreaker - Infected

#PER CHI AMA: Crusty Death Old School, Dismember, Grave
Non faccio nemmeno in tempo per riprendermi dalla mazzata nei denti infertami dagli svedesi Evocation, che mi ritrovo sparato nel mio lettore cd, la nuova fatica dei Facebreaker, che riprendendo i vecchi discorsi iniziati nei precedenti lavori, non esitano ad infliggermi il colpo di grazia, forti del loro death metal old school che riprende il crusty death svedese (quello delle chitarre dello studio di Tomas Skogsberg per capirci che ha regalato il successo a Entombed, Dismember e Grave) miscelandolo con un mid tempo di scuola inglese (Bolt Thrower su tutti). Il risultato? È un’altra mazzata nello stomaco che decisamente questo mese riesce a piegarmi sulle ginocchia, buttandomi quasi al tappeto, finendo ko. Ma ho fisico e so che posso rialzarmi e affrontare a viso aperto questi montanti, diretti, ganci che provano a colpire il mio volto. Scariche feroci di rabbia, sostenute da l’ennesimo selvaggio muro ritmico che non può non richiamare anche gli Edge of Sanity degli esordi (“Nothing but Death Remains” e non la vena più melodica di Dan Swano e soci): un uno-due vincente, efficace nel suo incedere, che dimostra l’abilità dei nostri di costruire song che fanno della semplicità il proprio credo. Crudi, brutali, graffianti, i Facebreaker vi riempiranno di cazzotti ben assestati, ma alla fine capirete che ne sarà valsa la pena; brutalità ed energia allo stato puro! (Francesco Scarci)

(Cyclone Empire)
Voto: 65

giovedì 5 maggio 2011

Mirror of Deception - A Smouldering Fire

#PER CHI AMA: Doom, Solitude Aeternus, Candlemass
Attesissimi da più parti (non di certo dal sottoscritto), tornano i doomsters tedeschi Mirror of Deception, con un album che mi ha lasciato del tutto basito per la pochezza di idee proposte. Conoscevo la band teutonica e sinceramente mi aspettavo qualcosa di più da questo lavoro, considerato anche il fatto che erano passati diversi anni dalla precedente release. “A Smouldering Fire” si presenta subito di difficile impatto con songs che faticano ad entrare nella testa e con un vocalist che di sicuro non rimarrà negli annali. La band prova subito a partire ripescando il sound dei mostri sacri Candlemass, ma ben presto mi rendo conto che è la noia ad avere il sopravvento. Le tracce si rivelano estremamente semplici e prive di quel feeling epico che da sempre contraddistingue invece la band svedese. Non so che dire, che cosa pensare, sono quasi spiazzato da una proposta che mi aspettavo di tutt’altro livello anzichenò. L’acustica “Heroes of the Atom Age” apre a quella che forse è la migliore traccia dell’album, “Bellwethers in Mist”, song che richiama anche qualcosa di “Hammerheart” dei Bathory, forse un po’ più potente ed epica delle precedenti, ma che comunque non porta la band germanica oltre ad una sufficienza striminzita. La successiva “Unforeseen” infatti si rivela uno strazio per le mie orecchie che continuano a considerare i veri alfieri del doom le band provenienti dall’est Europa. Un altro pezzo acustico e si arriva a “Lauernder Schmerz” song peraltro cantata in tedesco e quindi non potete immaginare il mio fastidio. L’album scivola via nell’anonimato più totale, con pezzi abbastanza altalenanti che ben presto, fortunatamente, si dissolveranno del tutto dalla mia mente. Se siete dei fan della band invece sappiate che la prima stampa dell’album vedrà la luce in un doppio cd con rarità e demo tracks. Inutile per chi non ama il genere, già di per sé difficile da digerire, se poi fatto non proprio con tutti i sacri crismi, può diventare un supplizio non indifferente! (Francesco Scarci)

Voto: 60

Curiosando sul loro sito ufficiale, sono rimasta incuriosita dalla definizione che danno alla loro musica: “unorthodox doom metal”. Formatisi in Germania nel 1990, iniziano a lavorare al loro album di debutto verso dicembre 1997 (dopo tre demo), album che vedrà la luce solo nel 2001, con tanto di tour promozionale. Dopo 3 album usciti in 9 anni, e svariati cambi di line-up (di nuovo), mi accingo ad ascoltare il loro quarto album, “A smouldering fire”, uscito nell'ottobre 2010. "Isle of Horror" si apre con un riff di chitarra pesante e grave, che già pregusta alle atmosfere cupe e alla voce tendente al solenne (sembra più una filastrocca che un canto vero e proprio). I riff di chitarra e batteria tendono a ripetersi, mentre la voce tende ad essere un po' lagnosa. "The Riven Tree" ricalca in parte le atmosfere precedenti, modificando la voce: più melodica, che ricorda vagamente Serj Tankian. Il brano si avvicina così più allo stile alternative metal, lasciando in disparte la vena doom. "Heroes of the Atom Age" è strumentale, caratterizzata dalla sola chitarra suonata lentamente, dando una sensazione di malinconia. "Bellwether in Mist" desta da subito, grazie anche alla voce che parte all'inizio accompagnata da batteria e chitarra: riprende il ritmo di “The Riven Tree”, dove la chitarra si amalgama alla voce, creando un brano molto melodico e non troppo invadente: si posso anche udire i cori del batterista nel ritornello. Con "Unforseen" si fa più sul serio, tornando alle atmosfere cupe della opening track e facendo largo uso di note di basso, specialmente nella parte più lenta. La voce rimane sempre sul pulito, accompagnata anche da cori. Solo da metà in poi il ritmo si fa un po' più serrato, la rabbia emerge, per concludersi con un ritmo che nuovamente cambia, fino a rallentare del tutto. "December", prettamente strumentale, posta a metà dell'album, continua sulla stessa linea della precedente mentre "Lauernder Schmerz" è l'unico brano cantato in madrelingua (il titolo si può tradurre come “il dolore che attende con impazienza”). In "Walking Through the Clouds" le cose cambiano: la voce si arricchisce anche di frasi parlate (e non solo cantate), e la musica lascia in disparte la vena malinconica: a mio avviso questo è il brano più bello di tutto l'album. Con "Leguano" abbiamo la terza e ultima traccia strumentale, dove la chitarra si avvale della collaborazione di maracas. "Sojourner" presenta un cantato tendente all'acuto: qui la batteria è picchiata con forza, mentre la chitarra è portata al limite più profondo, fino quasi a fondersi con il basso. Ascoltati i primi secondi di "The Flood and the Horses", mi è saltato alla mente un paragone a dir poco assurdo: i Placebo. C'entrano ben poco, a dir la verità, ma il fatto di cantare con una tonalità medio-alta, i riff che si avvicinano più al rock che al metal, una refrain che porta la testa a ondeggiare avanti e indietro, mi ha colpito non poco. Con la conclusiva "Voyage Obscure" si arriva alla fine di questo viaggio: la band ci lascia una buona impressione, con un lavoro ricco di sonorità (anche se a volte gli accordi si ripetono) che spaziano nelle più varie sfumature dell'alternative metal. Hanno sicuramente sfatato il mito che “Germania = industrial metal”, dimostrando quanto la scena teutonica possa sfornare musiche per ogni palato. (Samantha Pigozzo)

(Cyclone Empire) 
Voto: 75

Evocation - Apocalyptic

#PER CHI AMA: Swedish Death, Dismember, Edge of Sanity, At the Gates
Con grande titubanza mi avvicino all’ascolto di questo cd, dando per scontato che si tratti dell’ennesimo anonimo gruppo che vuole fare il verso ai gods del passato, ma con grossa sorpresa mi devo ricredere della qualità di questi svedesoni già dai primi giri di chitarra. Non che ci troviamo di fronte chissà quali geni della musica, però la genuinità dei nostri, abbinata ad una furia melodica di fondo, sorprende per il risultato finale. Eh si, perché quello che ci troviamo fra le mani è qualcosa che scotta e che fa male per quelle sue rasoiate che penetrano profondamente la nostra pelle. Immaginate dunque un ipotetico mix tra Edge of Sanity, Unanimated e Dismember e forse potrete capire di che cosa sto parlando: gli Evocation affondano infatti le proprie radici nel puro death metal svedese, sporcandolo con la vivacità di chitarre crusty (ricordate i primi irraggiungibili Entombed?), dal flavour vagamente melodico, contraddistinte da una malvagità di fondo tipica del black di matrice svedese (i Dissection vi dicono niente?), con una ritmica spesso serrata, ma talvolta capace anche di proporre visioni “apocalittiche”, come accade per esempio in “Reunion in War” o nella successiva “Psychosis Warfare”, dove anche cenni dei Dark Tranquillity più ruvidi finiscono per intromettersi nel sound dei nostri. Si ve l’ho detto, non c’è nulla di originale in questo cd, visti i richiami ad una intera generazione di band che hanno dato vita ad un genere musicale, ma che volete che vi dica, per un nostalgico che è cresciuto con queste sonorità, “Apocalyptic” non può che essere un buon esempio di come si dovrebbe fare metal senza fronzoli nel 2010. Gli Evocation mi hanno convinto appieno e mi sento di poterli suggerire a chi ama questo tipo di sonorità brutali. Un cenno anche alla copertina in bianco e nero, opera dell’artista polacco Xaay, responsabile delle cover art di Behemoth e Nile che amplifica enormemente questo senso di fine del mondo. Bravi! (Francesco Scarci)

(Cyclone Empire)
Voto: 70

Syn Ze Sase Tri - Intre Doua Lumi

#PER CHI AMA: Black Symph, Dimmu Borgir, Old Man's Child
Ritornano i Negura Bunget, ops pardon ma che cosa diavolo sto dicendo, sarà forse che l’intro “Profetie” (molto vampiresco e narrato in lingua madre), mi aveva quasi spinto a credere di avere fra le mani un nuovo prodotto della band rumena. In realtà dei punti di contatto con i Negura ci sono eccome, visto che i 2 chitarristi, Spin e Corb, facevano ultimamente parte della ciurma dell’act di Timisoara. Il sound dei nostri invece, prende totalmente le distanze dal black etnico degli autori del brillantissimo “Vîrstele Pamîntului”, proponendo invece un black sinfonico che trae largo spunto dalle produzione meno eccitanti dei Dimmu Borgir, quelli più atmosferici e melodici ma anche tuttavia più piatti, affidando alle tastiere il ruolo di massimi interpreti nell’economia della band; tutto questo per dire che le keys risultano essere l’elemento più preponderante rispetto a tutto il resto. Se “Ziua Din Urmă” e “Făuritorul Lumiisi” si confermano riuscitissime song di musica estrema-sinfonica, con delle aperture degne di nota, ma sempre estremamente derivative, con i successivi brani l’act rumeno perde un po’ di brio e le song finiscono col somigliarsi tutte e avere ben poco da dire di nuovo, complice inoltre una produzione poco potente e convincente (il sound bombastico è d’obbligo quando si vuole fare questo tipo di musica), che sulla lunga distanza, rischia solo di annoiare. Manca la giusta verve, quella cattiveria bucolica abbinata alle geniali intuizioni che solo i Negura Bunget possiedono; certo sono convinto che la Code 666 non stesse cercando una band clone dei nostri eroi, autori dei più interessanti album degli ultimi anni in ambito estremo, però forse un pensierino l’avranno anche fatto. Troppo poco però per poter pensare, di poter sostituire i defezionari gods rumeni con questi impronunciabili e impossibili da memorizzare Syn Ze Sase Tri. Mi spiace per una volta non poter spendere ottime parole per una band dell’etichetta nostrana, che da sempre si contraddistingue per le scelte estremamente oculate delle band del proprio rooster. Il quintetto est europeo non aggiunge nulla di nuovo ad una scena in costante declino, che ormai tolti i soliti nomi, ha ormai ben poco da proporre di innovativo. Un vero peccato per chi come me è maturato con questo genere e lo apprezza enormemente da sempre: sia ben chiaro che non tutto è da buttare in questo “Intre Doua Lumi”, cd tra l’altro caratterizzato da una grafica accattivante nel suo formato lussuoso digipack. Se siete alla ricerca di una band di black sinfonico, magari Spin e soci potrebbero fare al caso vostro, grazie al loro sound orchestrale, ma ancora non del tutto personale e definito. C’è da crescere e lavorare parecchio, ma resto fiducioso per il futuro. (Francesco Scarci)

(Code 666)
Voto: 65

martedì 3 maggio 2011

The Deadist - Time Without Light

#PER CHI AMA: Sludge, Doom, Entombed, High on Fire
Difficile non capire fin dalle prime note di questo “Time Without Light” l’origine dei The Deadist, perché fin dal riffone portante della prima “Woven”, è chiaro che la compagine arriva dalla Svezia e che i nostri si presentano come una sorta di emuli dei ben più blasonati Entombed. Forti della produzione della sempre attenta Slow Burn Records, il quintetto di Gotheburg, ci confezione queste 5 tracce (a cui si aggiunge una traccia fantasma, che non è altro che la riproposizione di “Blizzard of Nails”) che si rifà appunto al sound più ruvido e sporco dei già citati Entombed, con bei riff di chitarra super ribassati che prendono un po’ spunto dallo sludge americano, con dei ritmi mai troppo frenetici, ma costantemente tenuti sotto controllo, grazie anche all’utilizzo di passaggi doom e fuori programma al limite della psichedelia. Se dovessi scegliere lo strumento che più mi ha impressionato in questa release, non esiterei a citare il basso palpitante di Paul Freeman, sempre in primo piano con i suoi giri che talvolta rievocano anche i suoni grooveggianti dei Kyuss, nonché il pachidermico, ossessivo e pesante sound dei primi Black Sabbath. Si, insomma se siete amanti di questo genere di sonorità, sicuramente “Time Without Light” farà al caso vostro. Chi non è abituato a questa tipologia di suoni, meglio gettarsi all’ascolto dei ben più rinomati ed originali Neurosis. Comunque da tenere sotto controllo. (Francesco Scarci)

(SlowBurn Records)
Voto: 65

The Death of Her Money - You Are Loved

#PER CHI AMA: Post Metal, Sludge, Isis, Neurosis
Eccomi di ritorno dopo una pausa e di nuovo fedele servitore del Pozzo dei Dannati. Riprendiamo quindi con i The Death of Her Money (THoHM), trio inglese di Wales in opera dal 2006, anno in cui hanno rilasciato il loro primo EP Scandinavian Accent (NdP. esclusivamente su vinile, scelta coraggiosa) per poi produrre altri lavori fino a questo LP "You Are Loved" prodotto dalla sempre più attiva russa Slowburn Records. Questo LP contiene 7 tracce per quasi cinquanta minuti di heavy music, come gli stessi The Death of Her Money amano definire il loro genere. Se vogliamo dire qualcosa in più è un metal sludge con qualche influenza post stoner rock. Dopo la dovuta introduzione, passiamo alle canzoni e vediamo cosa ci aspetta. Entrando nel tetro mondo dei THoHM con "Held Hands", capiamo subito che i pesanti riff distorti sono l' elemento portante del loro sound, con la tanto inflazionata voce scream che conferma il taglio sludge metal della band. Canzone con qualche buon riff ma di per sé monotona e pesante (in negativo). La terza traccia si intitola "Missing Time" e per otto minuti abbondati non si discosta molto dalle precedenti. Lunghi riff incalzanti, qualche break e pochissimo testo urlato. Ma arriviamo all' opera magna "Truth", dieci minuti di lenta potenza intervallata da pause e riprese di ritmo. Effettivamente il pezzo più vario e se vogliamo, addirittura con qualche sprazzo di creatività. Certo, i campionamenti non cambiano il destino di una canzone, ma almeno bisogna provarci. "New Bodily Functions" è un breve sperimento di sludge ambient fatto di chitarre pulite e riverberi spinti che creano un' atmosfera cupa che sposa ottimamente lo stile THoHM. Concludo spendendo poche parole di valutazione perchè gli altri pezzi si possono considerare molto simili a quelli precedentemente discussi. I THoHM sono già sulla scena rock da qualche anno, alcuni miglioramenti sono reali ma come sempre la creatività non viene solo dal duro lavoro. C'è o non c'è. Per i THoHM probabilmente serve ancora del tempo per produrre un album degno di nota, oppure non accadrà mai, vedremo. (Michele Montanari)

(SlowBurn Records)
Voto: 60

lunedì 2 maggio 2011

Routasielu - Pimeys

#PER CHI AMA: Opeth, Amorphis, In Mourning
Evitando tediosi preamboli o acrobazie lessicali, si può affermare senza indugi che i Routasielu sono la rivelazione del 2011 in campo death metal. Sono comunque d'obbligo alcune precisazioni, perché se è vero che il suono di “Pimeys” è di chiara derivazione death, vi sono diversi elementi che concorrono ad ampliare le prospettive del genere verso un’espressione più complessa e poliedrica. Progressivo è quindi il termine che più si addice alla proposta di questi esordienti finlandesi, che si accostano ad una formula musicale prossima ad Opeth, Amorphis e In Mourning, ma con una dose di freschezza francamente inaspettata. Se è vero inoltre che le parti vocali rispettano la tradizione “growl”, numerose sono le concessioni al cantato pulito, senza dimenticare che la peculiarità più intrigante di “Pimeys” è la scelta dei testi, scritti ed interpretati integralmente in lingua madre. Forse è per questo motivo che alcuni brani sono contaminati da suggestioni vagamente folk, anche se il termine non deve trarre in inganno, perché i Routasielu, per fortuna, non indossano imbarazzanti elmi vichinghi, né si applicano posticce orecchie da elfo. L’inizio dell’album è a dire il vero piuttosto tiepido e non lascia trapelare nulla di entusiasmante, ma già con la terza traccia, “Sukuhautasi”, si entra nel vivo di un sound robusto, dai riff convincenti, con una perfetta integrazione della melodia in un costrutto ritmico che travolge. La successiva “M.E.V.” ripropone a grandi linee la stessa ricetta, ma amplificando il contributo della voce pulita, a delineare la natura più autentica ed enfatica del gruppo. Violenza e dinamismo esplodono invece in “Soturi”, mantenendo comunque salda la coesione con episodi vocali di una drammaticità emozionante e mai troppo opprimente. “Pimeys” scorre con un sound compatto e coerente anche nei brani successivi, amalgamando la durezza del death a squarci armonici che denotano un notevole gusto e che svelano il lato più accessibile del gruppo nelle tastiere progressive di “Kaipaus”. L’apice viene infine raggiunto con “Loppu” e la struggente “Ystävä”, poste in chiusura di un debutto sorprendente, che pare riuscito in ogni suo punto, mettendo in luce le doti straordinarie di una band sconosciuta e ancora in erba. (Roberto Alba)

(Spinefarm Records)
Voto: 90

mercoledì 27 aprile 2011

Between the Buried and Me - The Parallax: Hypersleep Dialogues

#PER CHI AMA: Post Metal, The Dillinger Escape Plan, TesseracT
Ecco ci risiamo, lo sapevo, me lo sentivo: ogni volta che arriva un cd nuovo dei Between the Buried and Me, un mix di tensione, entusiasmo e angoscia mi attanaglia lo stomaco e ancora una volta, la band di Greensboro, fresca di un nuovo contratto con il colosso Metal Blade, sfodera l’ennesima brillante prova, con un sound che, rispetto all’eccezionale precedente “The Great Misdirect”, non cambia di una virgola il proprio mood, proponendo un solido extreme progressive foolish metal (ascoltare l’epilogo folk di “Augment of Rebirth” per capire qual è il quantitativo di follia insito nella band statunitense). In questo nuovo cd, ci sono solo tre pezzi, per un totale di 30 minuti di musica che fanno dell’improvvisazione il loro dogma; e la musica rimane quella di sempre, con una base violenta, articolata, psicotica, mai scontata, in costante evoluzione, brutale, sulla quale si riescono ad incastonare dei piccoli gioielli preziosi, che solo pochissime band ad oggi, sono in grado di proporre. Con i Between the Buried and Me, il mathcore si fonde con atmosfere rock progressive alla Pink Floyd, gli schizzatissimi cambi di ritmo si amalgamano alla perfezione con atmosfere rilassate, quasi sognanti e assai melodiche; serratissime scorribande in territori vagamente grind si esaltano con le bellissime clean vocals di Tommy Rogers, abile a proporsi come sempre anche in una veste ben più aspra. Difficile descrivere nel dettaglio i tre brani qui proposti, tante e tali sono le sensazioni che vi si possono percepire. Alla fine del cd, sono talmente stordito dalla perfezione di questa release (e stupefatto dalla precisione chirurgica a livello tecnico della band), che sento la necessità di ricominciare daccapo e rituffarmi in un vigoroso e vertiginoso vortice di emozioni spaventose. Mostruosi come sempre, graditissima conferma! (Francesco Scarci)

(Metal Blade)
Voto: 80

martedì 26 aprile 2011

Progeny - Insanity

#PER CHI AMA: Death/Thrash, Pantera, Death
È sempre difficile dare una valutazione completa di un lavoro costituito da 3 pezzi e i 14 minuti di questo MCD non sono a mio avviso sufficienti a capire le potenzialità di questi Progeny, band comunque in giro da un bel po’ di anni (2004). Si inizia subito con la rutilante “Devourer of Worlds”, dove a dominare sono delle chitarre belle toste, sostenute da un ottimo lavoro dietro alle pelli di Luca, da un basso che disegna linee ipnotiche e un vocalist dotato di una discreta personalità, capace di graffiare con la sua impostazione vocale, mostrando di essere un buon cantante. Le coordinate stilistiche su cui si muovono i nostri, se non l’aveste già capito, sono molto vicine ai grandissimi Pantera, anche se una certa matrice di fondo techno death, tenda a spostare la proposta musicale dei nostri, verso lidi più estremi e death oriented, andando a scomodare, come paragone qualcosa dei Death o dei Morbid Angel, il che è più udibile nella seconda articolata e complessa “Disciples of Sufferings”, song che comunque non si lascia mai andare alla brutalità fine a se stessa. È forse con la conclusiva “Black Sun of Inhumanity” che i nostri provano ad accelerare leggermente la propria proposta musicale, che comunque tende ad assestarsi su un mid tempo ragionato e mai fuori controllo, caratterizzato da una ricerca di un proprio stile in grado di prendere le distanze dai filoni tanto di moda in questo periodo. Peccato ancora una volta per la breve durata di questo demo cd, altrimenti il giudizio avrebbe potuto essere più elevato. Visto che “Insanity” è abbastanza datato, mi aspetto di sentire quanto prima qualcosa di nuovo e fresco, da questa potenziale interessante band. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 65

lunedì 25 aprile 2011

Dynabyte - 2KX

#PER CHI AMA: Electro Death, Cyber, Industrial
Sono sempre stato un grande fan di Cadaveria e quando lasciò gli Opera IX, produsse un vuoto incolmabile nella band di Vercelli, nonché nella mia. Fortunatamente in seguito, la nostra carismatica e brava singer è tornata con il suo progetto omonimo e questi Dynabyte, dove poter dar sfogo alle proprie attitudini più sperimentali, tra l’altro con grandi risultati fin dall’esordio, “Extreme Mental Piercing”, di cui custodisco preziosamente la mia copia. Con questo nuovo “2KX”, il cui significato sarebbe 2010, il trio Cadaveria; L.J. Dusk e l’inossidabile John, non si pongono limiti e si spingono verso lidi probabilmente mai esplorati fino ad ora. Gelidi suoni cibernetici si fondono con break di chiaro rimando techno, con appendici industrial che poggiano su un solido background di musica estrema, ma in questa nuova schizoide release, tutto alla fine si rivelerà estremo. “Equilibrium” apre le danze con la litania pulita di Cadaveria alle vocals che si alterna con il suo growling feroce, sopra un tappeto ritmico contraddistinto da ritmiche assassine create da un riffing dinamico e un pesante intervento di di drum machine e synths. Il marchio di fabbrica si ripete anche nella successiva “F.T.L.” caratterizzata da suoni disturbanti posti ad aprire la traccia, soavi e melodici vocalizzi della nostra lei e un impianto elettronico che fa dell’ossessività il suo punto di forza, non temendo mai di spingere cosi forte sull’acceleratore. I Fear Factory più industriali si fondono con i The Kovenant più elettronici in un arrembante miscela di suoni coinvolgenti, talvolta danzerecci (sempre di pogo stiamo parlando sia chiaro), frenetiche percussioni tribali che penetrano le nostre menti già per conto loro disturbate da una società al limite dello sfacelo. E in questo contesto si pone il tema delle lyrics della release, ossia sul rapporto uomo-macchina, tema già affrontato da diverse altre band nell’ultimo periodo. Intanto il cd scorre via senza un attimo di esitazione, con la voce di Cadaveria (e tonnellate di sintetizzatori) a far la differenza con qualsiasi altra proposta di questo tipo, ad alternare suadenti clean vocals, growling periodo Opera IX e striduli vocalizzi degni del miglior King Diamond. “Cold Wind of Fear”, la psicotica “Speed”, l’inquietante “I’m not Scared” fino alla conclusiva enigmatica “Blinded by my Light” sono solo alcuni degli ottimi esempi di cyber music inclusi in questa nuova release targata Dynabyte, che ha il suo tocco conclusivo di difformità nella scelta di produrre il tutto su una chiavetta USB assai ricca di contenuti multimediali. Nel 2011, i Dynabyte sono decisamente al passo con i tempi, anzi ho come l’impressione che li stiano anticipando in un qualche modo… (Francesco Scarci)

(WormHoleDeath)
Voto: 80

Ritual of Rebirth - Of Tides and Desert

#PER CHI AMA: Death/Thrash, Testament, The Haunted
Inizio la recensione di questo disco dei Ritual of Rebirth partendo dal fondo questa volta, ossia cari amici metallari, sappiate che il disco è uscito con licenza CreativeCommons ed è quindi già in download gratuito e, soprattutto legale, sul seguente sito: www.jamendo.com/it/artist/ritual_of_rebirth. Detto questo, vi invito proprio a scaricare la musica autoprodotta dall’act italico e a dargli una chance, una grossa chance. Sebbene l’album sia autoprodotto, il contenuto è sicuramente di ottima fattura, fin dal suo aspetto esteriore, andandosi a collocare musicalmente in un ambito non proprio thrash, ma neppure propriamente death metal. La musica dei nostri si piazza infatti a metà strada tra i due generi andandoli tuttavia a centrifugare con aperture che sanno più di heavy metal classico nel senso del termine, piuttosto che di musica estrema, anche se fa dell’aggressività e della violenza il suo credo principale. Si parte forti con la title track, ma è già la sorprendente seconda traccia, “Skep.Tic” a dimostrarci quanto la band sia in piena forma: un treno in fase di deragliamento ci investe subito con il suo locomotore impazzito, pregno di potenza, fornito dal tandem di macchinisti, Tommy Talamanca (mastering) e Fabio Palombi (produzione), senza dimenticarci ovviamente del resto della band che ci prende a martellate furenti con feroci frustrate nel costato. Frustrate che proseguono anche con la successiva, “All is Blank”, song nervosa e stizzosa, caratterizzata da percussioni tribali a metà pezzo, mentre il drumming ossessivo affonda con estremo piacere, insieme ai fendenti (un po’ brevi a dire il vero) offerti dai solos. Questo sicuramente non è un lavoro che fa dei virtuosismi il suo punto di forza, ma è la violenza che gronda dagli strumenti dei nostri a fare la differenza, spingendoci senza ombra di dubbio in un vortice di headbanging impazzito, anche se la maggior parte dei pezzi, alterna sfuriate death/thrash con mid tempos ragionati e dove la voce del buon Alessandro Gorla, impreziosisce con il suo cantato sporco e cattivo la proposta dei cinque ragazzi genovesi. Un bel basso slappato apre “Sick Shylock” prima di concedersi ad una variazione al tema con un bridge che profuma un po’ di techno death, per poi riprendere il tema portante di sonorità thrasheggianti, contaminate da sane dosi di groove e una strizzatina di occhi a sonorità un po’ più post (fighissima la parte conclusiva del pezzo, che elevo a mia traccia preferita). Un mosh frenetico apre “Zebra Stripes” con la voce di Gorla costantemente corrosiva e le ritmiche frenetiche che richiamano ad un che degli Arch Enemy. Ancora mazzate sulla faccia con la settima “Hell to Pay” e con la lunga conclusiva “The Blind Watchmaker”, decisamente la traccia più elaborata (e un po’ più progressive), forse il primo passo alla ricerca di un sound molto più definito e personale, che deve essere in grado di elevare la band ligure sulle altre. Le potenzialità ci sono tutte e "Of Tides and Desert" ne è la palese dimostrazione: sound al passo con i tempi, furia in abbondanza, melodia un po’ col contagocce ma tanta energia da vendere… al miglior offerente! Si attendono ora le migliori offerte… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 75

domenica 24 aprile 2011

Lingua - The Smell Of A Life That Could Have Been

#PER CHI AMA: Post Metal, Tool, A Perfect Circle
“La musica è un’energia, una vibrazione che costringe la mente ad una reazione emozionale di qualsiasi tipo, una fonte d’ispirazione, uno strumento terapeutico, una rivelazione di suoni che filtrano la realtà, la musica è una droga, una via di fuga...”. Ecco in poche righe il concetto di musica per questa straordinaria new sensation svedese, che uscita dal nulla, ha sfoderato una prova d’altissima classe e spessore, garantendosi un posto nella mia personale top 10 del 2006. Non starò qui a parlarvi della loro biografia, perchè poche sono le informazioni in mio possesso sulla band; ma partiamo subito con la musica. Il trittico di brani iniziali mi fa capire immediatamente che quello che ho fra le mani è un piccolo gioiello di musica post rock sulla scia di quanto fatto dai Tool: il riff di “May Crayons Guide the Sheep” è sì, preso in prestito dalla band statunitense, ma impreziosito poi dalla voce calda e ammaliante di Thomas, in grado di regalarci emozioni da brivido. Con la successiva “You Wonder Why...”, il vocalist scandinavo dà il meglio di sé gridando a pieni polmoni tutta la sua rabbia, grazie ad uno stupendo ritornello. “Out of Faces” è un brano più intimista, soffuso (con un’atmosfera in pieno stile Deftones) che parte piano, su un leggero riff di chitarra, per poi acquisire lentamente potenza ed esplodere nella quarta traccia, in cui la voce di Thomas si fa più corrosiva e incazzata che mai. Le restanti tracce viaggiano più o meno lungo gli stessi binari, con ottimi arrangiamenti, scariche elettriche, melodie accattivanti, momenti malinconici, il tutto accompagnato poi da un’eccellente perizia tecnica e come sempre dalla suadente voce del buon Thomas in grado di dare, quel qualcosa in più, per fare di “The Smell Of A Life That Could Have Been” un grande album di debutto. Forse la pecca principale della band sta nell’essere un po’ troppo debitrice nei confronti di band quali Tool o A Perfect Circle, e quindi di non avere ancora una personalità del tutto definita. Sinceramente però me ne frego, perchè questo lavoro ha saputo farmi rivalutare un genere che, esclusi i Tool stessi e pochi altri, aveva ben pochi protagonisti sulla scene e ben poco da dire. Per me “The Smell Of A Life That Could Have Been” rappresenta quindi un ottimo album e un ottimo acquisto da fare assolutamente in attesa della recensione dell'ultimo brillante cd per la nostrana Aural... (Francesco Scarci)

(Rebel Monster Records)
Voto: 85

Demonaz - March of the Norse

#PER CHI AMA: Bathory, Immortal
Rimasto nell’ombra per quasi quindici anni, Harald Nævdal, meglio conosciuto con il nome di Demonaz Doom Occulta, torna ad esprimere il suo talento attraverso la chitarra e ad alimentare una vena creativa ormai sopita da lungo tempo, perché relegata unicamente all’attività di paroliere in casa Immortal. Il musicista norvegese imbraccia nuovamente la sei corde e torna dunque a dar sfoggio delle sue abilità di songwriter, ma in una veste mutata rispetto al passato. Il territorio sul quale ama avventurarsi Demonaz è sempre circoscritto ai confini stilistici del metal estremo, ma l’era di “Battles in the North” e “Blizzard Beasts” è indubbiamente lontana e le sonorità aspre degli esordi con gli Immortal concedono il passo ad un’interpretazione musicale più libera, scevra dai rigidi schemi imposti dal black. “March of the Norse” ha radici ancor più profonde e attinge a piene mani da un metal di stampo classico, pregno di momenti epici che non tardano a rivelare una fortissima influenza Bathory, forse più nelle atmosfere che negli accordi. Degni di nota sono brani come “All Blackened Sky” e “Under the Great Fires”, caratterizzati da chitarre granitiche e incalzanti, che fungono da vigoroso sostegno ad un incedere vocale ruvido, talvolta magniloquente. Sono comunque “A Son of the Sword” e “Over the Mountains” le protagoniste indiscusse dell’album, due composizioni dal taglio fortemente “nordico” in cui l’avvincente melodia e i solo ben articolati di chitarra rimandano a paesaggi innevati di monumentale bellezza. Certamente la ripetitività di alcune soluzioni stilistiche potrebbe ascrivere “March of the Norse” alla categoria degli album derivativi, ma va riconosciuto che in quaranta minuti di musica non si avverte alcun attimo di cedimento e già questo è un pregio non indifferente. (Roberto Alba)

(Nuclear Blast)
Voto: 80

lunedì 18 aprile 2011

Nemost - The Shadow's Trail

#PER CHI AMA: Death Progressive, Amorphis, Insomnium, Opeth
Francia… ultimamente sinonimo di qualità e i qui presenti Nemost ne sono l’ennesima dimostrazione, dopo aver ascoltato da poco anche i loro connazionali Folge Dem Wind e recensito gli strabilianti Carcariass. Arpeggio da brividi iniziale e poi linee di chitarra di chiaro rimando Amorphis ad invitarmi a rilassarmi in poltrona e gustarmi questa nuova scoperta nella vicina terra d’oltralpe. L’inizio affidato a “Sardanapale” mi rilassa immediatamente: ritmi assolutamente mai forzati, melodia cristallina, vocals roche (mai completamente growl) e tanta semplicità in quei giri di chitarra che si incuneano immediatamente nella testa. Con la successiva “Skin for Skin”, il quintetto parigino perde un po’ di quell’immediatezza del brano iniziale, con un mid-tempo che ha comunque come forte richiamo un riffing di chiara matrice nordica, finlandese per l’esattezza. “Whisper” è un vero e proprio sussurro nell’oscurità, con i suoi sette minuti e passa di musica che aprono in modo onirico per lanciarsi ben presto, in una scorribanda brutale, ma è solo un fuoco di paglia non temete, perché la band si rimette sul binario giusto del death melodico, che trova anche nelle note degli Insomnium la propria fonte di ispirazione. Si, probabilmente l’album potrà apparirvi un po’ derivativo, ma non importa; l’interlocutoria “Unexpected”, una sorta di semi-ballad, ci mostra l’aspetto più intimistico dei nostri, anche se la parte centrale abbastanza infuocata, rallegra gli animi con quelle sue ritmiche veloci, prima di incupirsi in un finale decadente. “Fading Ember” è un altro attacco acustico che ci introduce a “Orcus”, song forse un po’ anonima ma che comunque si incastra bene nel contesto di questo “The Shadow’s Trail”, se non altro per il rockeggiante assolo conclusivo. “Ritual” è una song oscura, psichedelica e malinconica, forse quella che si discosta maggiormente dalle altre (e che ho preferito maggiormente), peccato solo che talvolta la voce di Thibaud non si dimostri propriamente all’altezza, forse per “l’indecisione“ di fondo se essere completamente growl o pulita. Comunque song davvero apprezzabile, prima della conclusiva “Through Life”, che chiude degnamente un album che farà la gioia di chi ama sonorità death doom progressive nord europee. Nemost, mi raccomando, teniamoli d’occhio… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 70

domenica 17 aprile 2011

Symbol Of Obscurity - n.N.i.M.m

#PER CHI AMA: Melo Death
Appena me lo passo tra le mani, rimango colpito da due cose di questo disco: l’artwork e l’ostico titolo. Sul primo tornerò più sotto. Per il secondo, l’arcano è spiegato all’interno del CD: “n.N.i.M.m” sta per “new Name in Metal mithology”. Alla faccia della modestia! Sono riusciti nell’intento? Sono davvero un nuovo nome da riportare nella mitologia metal? Vediamo... I nostri sono 4 moscoviti (ah, l’est quanto è particolarmente attivo) e la loro fatica si colloca nel genere melodic death metal. Ne seguono gli stilemi classici, ma qualche assolo, forse più melodico di quanto atteso, se lo lasciano scappare. Dalle sei tracce, dai ritmi martellanti e serratissimi, i ragazzi evocano nella mia testa atmosfere oscure, asfissianti ma energetiche. Secondo me il punto di forza risiede nella compattezza delle singole canzoni. In ognuna di loro, tutto si fonde abbastanza bene: dagli assoli ora melodici, ora più cupi, all'instancabile batteria. Mi lascia un po’ perplesso la monotonia della voce del cantante, forse bloccata dal volersi attenere rigidamente al genere. Le songs non eccedono in lunghezza. È un bene, si fossero lasciati andare sarebbero risultati stucchevoli e avrebbero perso forza subito. Ad essere sincero, qualche rifinitura qua e là avrebbe reso il tutto più godibile. Come promesso torno sul design del package e sull’artwork, molto intriganti. La cover è particolarmente bella e anche le immagini interne sono evocative delle arie del platter. Bravi. Torniamo alla domanda iniziale: “Sono davvero un nuovo nome da riportare nella mitologia metal?”. Per ora no. Quest’album piacerà certamente ai fans più legati al genere, ma i nostri dovrebbero puntare a qualcosa di più personale sia nella parte musicale (in particolare non mi spiacerebbe se riuscissero a portare in primo piano le linee di basso) che nel cantato (davvero la voce è un po’ troppo ripetitiva). Atmosfera e tecnica ci sono, la presenza di un nota caratteristica e di qualche variazione non potrebbero che fare bene ai lavori futuri. (Alberto Merlotti)

(Ghost Sentry Records)
Voto: 65

Deformachine - Promo 2009

#PER CHI AMA: Death/Thrash, Fear Factory Machine Head
Un’altra band emerge dall’underground italico dopo una militanza di ben 10 anni. È infatti ascrivibile al 2000 la data di nascita di questi deathster di Alessandria, che ci divertono qui con un promo cd di 4 pezzi di inossidabile death thrash metal. Ancora una volta però c’è da dire che, per quanto onesta possa essere la proposta del combo piemontese, che nel corso di questa decade ha condiviso il palco con Necrodeath, Sadist, Node e Dark Lunacy (tanto per citarne alcuni), poco per non dire quasi nulla, c’è di originale in quarto d’ora di musica. Musica che propone un bel thrash death tirato, con le classiche chitarre violente e corrosive lanciate a tutta velocità contro l’ignaro ascoltatore. A differenza del precedente lavoro, “Over G”, dove magari era più la violenza a farla da padrone, in questo caso, il suono si è più modernizzato, complice l’influsso di band quali Fear Factory o Machine Head, ma il risultato che salta fuori è qualcosa che puzza già di stantio perché sentito e risentito. Per carità, di sicuro c’è da divertirsi per una serata in compagnia, all’insegna del pogo violento e dell’alto tasso adrenalinico, ma poi niente più. La longevità di questo promo cd non può superare la settimana di vita, perché nulla è in grado di stamparsi nelle nostre menti, perché non c’è uno spunto vincente, un qualcosa di inedito o una qualsiasi cosa che possa catturare la nostra attenzione. La sufficienza è dovuta solo alla buona tecnica (all’ottima performance del vocalist) e alla voglia di spaccare da parte del quintetto, per il resto meglio passare oltre perché dopo dieci anni era lecito aspettarsi qual cosina in più. Forse un barlume di speranza può essere rappresentata da “To Present God”, la song più diversa delle 4 proposte, per quel suo maggior eclettismo sonoro, ma coraggio ragazzi, fuori le palle e iniziamo a sperimentare, altrimenti assisteremo alla morte del metal! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 60

Hall of Hate - Into the Unreal World

#PER CHI AMA: Metalcore/Swedish Death, Unearth, Lamb of God
Suoni disturbanti, campionamenti vari e una voce quasi rubata dai Moonspell, aprono questo democd degli umbri Hall of Hate, band di giovane formazione, nata nel 2008 con l’intento di suonare metal con influenze swedish. Dell’intro abbiamo già parlato, segue “Unreal” e più che swedish metal mi viene da pensare a suoni più tipicamente “core” americani, con la voce di Aster che sembra strozzata nella sua espressione, mentre la musica, complice sicuramente una produzione non all’altezza, vive in un’alternanza di cambi di tempo senza mordente. Segue una schizofrenica “Beware of the Living”, song veloce nella sua parte iniziale, che presenta un mid-tempo un po’ sconclusionato nella parte centrale, con le vocals isteriche a infastidire non poco l’ascolto e la chiusura affidata alla classica cavalcata finale con tanto di banale assolo. Skippo in avanti perché Aster è alla lunga insopportabile nella sua performance vocale (anche se intuisco che voglia fare il verso a Tompa degli At the Gates, ma in questo caso ci troviamo su un altro pianeta) e un arpeggio apre “I’ve Lost”, brano più tranquillo e meditativo, melodico, una sorta di ballad acustica sostenuta da quell’arpeggio iniziale e dai suoni campionati; ah finalmente qualcosa di originale per le mie orecchie. Manco a dirlo e con le successive “Headshot” e “B.F.G.” si torna a suoni che fanno della banalità il proprio credo, nel tentativo remoto di imitare act quali Unearth o Walls of Jerico. C’è da lavorare e ancora molto, altrimenti il rischio di fare un clamoroso buco nell’acqua con le prossime uscite è davvero concreto. Si cerchi intanto di capire che genere voler suonare, swedish, black, metalcore o industrial e poi da li studiarsi la lezione impartita dai grandi e con un pizzico di personalità cercare di partire con calma, senza fretta… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 50

Mesetiah - The Purpose of Our Existence

#PER CHI AMA: Death/Thrash, Six Feet Under, Slayer
La Finlandia non è solo sinonimo di genialità o musica folk metal, rappresenta anche un paradiso per il nascere di band puramente death metal e il cd che abbiamo fra le mani ne è la palese dimostrazione. Il combo proveniente da Kokkola, ha infatti come “scopo della propria esistenza” l’idea di attaccare gli ascoltatori con un suono ruvido e compatto, che difficilmente verrà ricordato dai posteri, ma che comunque avrà il pregio di permettervi di scaricare un po’ di adrenalina in eccesso, con quei suoi ritmi mai eccessivamente veloci, ma sempre carichi di rabbia. La caratteristica lampante di "The Purpose of Our Existence" è il quantitativo notevole di riffs carichi di groove che si addensano nei 38 minuti totali di questa release. Chitarre schiacciasassi innalzano solidi muri thrash death, con il vocione growl di Marko Rintala a vomitare nel microfono tutto il proprio nichilismo esistenziale. Ascoltando questi dieci pezzi, sembra di fare un bel salto nel passato, a fine anni ’80 primi ’90, quando questo genere, un po’ “grezzotto”, andava per la maggiore. Dico “grezzotto” perché se poi vado ad analizzare quello che è l’aspetto puramente tecnico, devo ammettere che gli assoli del buon Toni Olkkola, sono dei piccoli capolavori, che risollevano enormemente un lavoro che, altrimenti sarebbe passato totalmente inosservato (e inascoltato) dal sottoscritto. Si, Toni ci regala delle rasoiate che in taluni frangenti sembrano quelle del duo Hanneman/King degli Slayer mentre in altri momenti, più carichi di fantasia, il ricordo a Diamond Darrell dei Pantera, si fa spazio nella mia mente. La band è ancora un po’ acerba, ma lavorando un pochino sulla parte ritmica, sinceramente un po’ troppo statica e sull’anonima performance del vocalist, credo che spazio per il miglioramento ce ne sia in abbondanza. Nel frattempo, la band è comunque promosso con una larga sufficienza, ma si sa, in questi casi, l’alunno non si impegna altrimenti potrebbe dare molto ma molto di più… (Francesco Scarci)

(Studio 3rd track Productions)
Voto: 65

Frostfall - Dark Torments/Beyond the Dusk

#PER CHI AMA: Black Old School
Che senso ha per una nuova band proporci le proprie song del ’98-‘99? Capisco per una grande band che vuole deliziare i propri fan con materiale inedito, ma in questo caso, non capisco la mossa commerciale della Finale Earthbeat Production, che ci propone questa nuovissima band francese, con dei pezzi vecchi di 12 anni! Mah, mi state forse prendendo in giro, siamo su candid camera? No, e allora mi spiace per la release di questa oscura one man band translapina, perchè mi sa tanto che subirà l’ira del sottoscritto. Partendo da una registrazione stile scantinato, si prosegue con un sound vecchio e stantio (lo sarebbe stato verosimilmente anche nel ’98): la prima parte del cd, “Dark Torments”, primo demo della band è un concentrato di black metal lancinante, disperato, angosciante, che vive il suo momento migliore nell’acustica “An Oath to the Eternal Dusk”. Le solite chitarre zanzarose la fanno da padrona, con qualche accenno di tastiera in “The Gates of Souls Are Opened”, ma che noia, che barba, che noia (tanto per citare il duo Vianello Mondaini, sicuramente molto più interessanti e avvincenti di questo pietoso platter di musica che inneggia alla Fiamma Nera). La seconda parte del cd, “Beyond the Dusk” conferma l’inutilità di un tale release e la scelleratezza da parte dell’etichetta di rilasciare un prodotto del genere. Non ci si discosta di una virgola dale prime song, neppure per quanto concerne la registrazione, costantemente pessima e la musica poi, rimane quella scempiaggine di black metal (con fade out ignobili e cambi di volume pessimi) che a mio avviso, nemmeno i più fedeli sostenitori della fiamma nera, potranno ascoltare. Al diavolo!!! (Francesco Scarci)

(Final Earthbeat Prod)
Voto: 40

lunedì 11 aprile 2011

MG66 - In the House of Liv

#PER CHI AMA: Thrash Bay Area, Metallica
Il buon vecchio Franz mi allunga il disco e, tutto convinto, mi dice: “Sono un gruppo thrash, dovrebbero piacerti”. Noto la copertina molto glam rock (a proposito: ho letto critiche negative sull’immagine, a me non pare male...) e penso: “Ma non si sarà sbagliato? Mah...”. Annuisco e me ne vado perplesso. Inforco le cuffie e mi sparo “In the House of Liv”: il buon Franz aveva ragione! Veniamo alle presentazioni: gli MG66 sono un gruppo trentino il cui nome prende origine dalla MG42 (mitragliatrice tedesca della seconda guerra mondiale, ancora in uso in alcuni eserciti, tra cui - ah ricordi di naja - quello italiano) e dalla Route 66 (strafamosa highway americana). Line up: Dee Mitra (Chitarra), Robert Pixx (Voce), Cla Vanza (Batteria), Steve C.H. (Basso) e Davidian (Chitarra). Certo che per essere il primo LP, oltretutto autoprodotto, c’è da rimanere sbalorditi. I nostri han fatto le cose davvero egregiamente, con una produzione impeccabile per dieci tracce che riprendono il thrash più classico, quello Metallica e dei Pantera per capirci. “In the House of Liv” troverete tutti i canoni del genere, ben assemblati ed eseguiti in maniera fedele alla linea. Tuttavia qualcosa di diverso si può sentire in certi brani. Prendete “I Will, I Can” ad esempio, dove si possono scorgere degli innesti provenienti da altri generi davvero azzeccati. In altre canzoni non riescono così bene e non convincono molto, per esempio le parti industrial in “Shut Up”. Finché rimangono nel genere ci sguazzano e si sente, mentre appaiono, per ora, ancora un po’ incerti alle contaminazioni. Però è una strada che gli consiglierei di seguire, in quanto nel complesso funzionano. Ho molto apprezzato il lavoro dei chitarristi, che passano dai canonici riffoni granitici, a parti più lente e melodiche con una naturalezza invidiabile. Mi lascia un po’ dubbioso il cantato, troppo monocorde e troppo debitore a James Hetfield. Niente male il batterista che detta i tempi giusti e picchia con un’altrettanta giusta rabbia. Un solo appunto forse va fatto per quanto riguardo i testi che andrebbero maggiormente curati. Il cd vola via che è un piacere, nonostante le song non siano corte, lasciandomi addosso un certo desiderio di uscire a far bisboccia: niente male. Io, a questi MG66, mi sento già di volergli bene. Hanno il carattere giusto, la passione trasuda e poi l’attenzione a dei suoni puliti è quel tocco in più. Piacevoli! (Alberto Merlotti)

(Self)
Voto: 75

sabato 9 aprile 2011

Owl - Owl

#PER CHI AMA: Brutal Death
Christian Kolf deve essere una fucina di idee e soprattutto deve avere parecchio tempo a disposizione per potersi permettere di avere cosi tante band: Island, Valborg, Woburn House, Orbo, Slon, Centaurus-A, Kosmos Wald e ora questa ultima creatura, gli Owl. Ancora una volta aiutato dal fido Patrick Schroeder, batterista di turno in diverse delle sue imprese, il buon Christian partorisce questa volta un disco che si getta nel death metal più oscuro, claustrofobico, intransigente e ostico da ascoltare, forse anche a causa delle interminabili durate di alcuni brani. Si parte già con “Conquering the Kingdom of Rain” e i suoi 13 minuti di sonorità estreme giocate su mid-tempo tetri, angoscianti e alla fine striscianti come un pericolosissimo boa costrictor che sta per minacciare e quindi afferrare la sua preda. In tutto questo ossessivo incedere di chitarre in realtà mai troppo pesanti, sono forse i dissonanti suoni delle chitarre a contribuire all’incupimento delle atmosfere già di per sé oscure, per non parlare poi delle vocals gutturali, che rendono la proposta ancora più opprimente. Nulla è di facile ascolto qui, fatevene ben presto una ragione, altrimenti anche voi finirete per rimanere stritolati nella morsa letale del boa. Del ”gufo” questa release ha probabilmente solo quei suoni notturni che si ritrovano nel finale della opening track che lascia posto al suono cupo, brutale e martellante di “Lost in Vaults Underneath the Melting Mountain of the Saints”, una sorta di psicotica versione dei Nile, uniti alla delirante sagacia musicale dei visionari Deathspell Omega, mentre i cavernosi vocalizzi di Kolf continuano tormentare i nostri peggiori incubi. La proposta degli Owl si dimostra sempre più mortifera man mano che si avanza con l’ascolto e le mie povere orecchie sono messe a dura prova anche dalla terza lunga traccia che continua a rendere palpabile la sensazione di morte che si respira in questo fetido platter. Alla quarta “Spell of the Ignis Fatuus That Lead to the Impalpable Altar of Beasts”, caratterizzata dai iper veloci blast beat, penso quasi di averla fatta franca perché solo un brano mi separa dalla conclusione di questo pesante cd, ma ben presto realizzo che la conclusiva “Threnodical Ritual at the Spectral Shores of the Eternal Sunset” dura 30 minuti. Terrorizzato dinanzi questa scoperta, faccio un bel respiro e mi immergo nelle gelide acque putride che aprono il pezzo: triste scoprire invece, che in realtà questa mezz’ora sia costituita solo da sonorità ambient, quasi fosse uno di quei cd da libreria del tipo “il suono del mare”; sconcertante scoperta che destabilizza ancor di più l’ascolto di questo controverso lavoro. Purtroppo non mi sento di consigliare l’ascolto di questo omonimo album ad un pubblico assai vasto, ma solo a chi ama sonorità death metal estremo, salvo poi rimanere deluso per l’epilogo ambient. Non so, difficile giudicare un album cosi psicotico, ma d’altro canto, da un tipo controverso come Christian Kolf, che potevamo aspettarci? (Francesco Scarci)

(Zeitgeister)
Voto: 65

Theconflitto - Dusk Over the Nations

#PER CHI AMA: Hardcore, Converge, Neurosis
Dopo un demo cd e un Ep, ecco finalmente giungere sul mercato il full lenght degli spezzini Theconflitto, band hardcore dall’irruente impatto sonoro. Una delicata quanto mai fuorviante voce femminile introduce nei suoi due minuti iniziali, “Dusk Over the Nations”, dopo di che è la furia sonora a prendere il sopravvento con un attacco vetriolico, degno delle migliori realtà oltreoceano, con un sound che fa della rabbia suburbana il proprio credo. E cosi in successione, “Scribbling on Some Fear”, “Disinformatjia”, “Hero” e via dicendo, ci aggrediscono con suoni corrosivi, debitori verso le sonorità strazianti di act quali Converge o Refused, non disdegnando capatine in territori mathcore, di cui i The Dillinger Escape Plan sono leader indiscussi. Le song si presentano sempre assai brevi e dirette come possenti ganci rifilati uno dopo l’altro nei vostri pallidi grugni; “Beautiful Machine” forse rappresenta un episodio a sé stante con i suoi 5 minuti in cui il punk primordiale si fonde con sonorità “post” moderne e con escursioni in territori neurotici dei primi Neurosis grazie a quel suo finale ipnotico quasi apocalittico, sostenuto da un riff di chitarra ripetuto all’infinito. Sono già al tappeto stordito dai deliranti giri di chitarra del quartetto italico che con grande abilità confeziona brani mai troppo simili fra loro (cosa assai rara in questo genere), dotati di repentini cambi di tempo e rarefatte atmosfere soffocanti (non so perché ma mi viene in mente anche qualcosa dei Rostok Vampires). La proposta dei nostri trova un altro piccolo gioiello in “Small Room/Colourless Sand”, song che dimostra quanto i Theconflitto non solo siano estremamente abili con i propri strumenti (qui le ritmiche sono da brivido), ma anche quanto siano capaci di spaziare all’interno del proprio sound con intermezzi introspettivi (direi talvolta melodici) avvincenti e decisamente vincenti, che rendono la proposta del combo ligure estremamente intelligente e competitiva con quella dei mostri sacri americani. Le brutali vocals di Paolo poi, pur mantenendosi in linea con quelle del genere, si dimostrano spesso sofferenti e lancinanti o addirittura in linea quelle del rock più soft (immagino già le vostre facce sconcertate). Interessanti davvero, i Theconflitto piazzano li un quanto mai inatteso album che li farà apprezzare sicuramente tra le frange di patiti di questo trasgressivo genere, ma non solo. Certo non è uno di quei cd facilmente assimilabili al primo ascolto, ma questo è proprio il bello di questo genere: ascoltarlo, capirlo, scoprirne i segreti più reconditi, farlo scorrere nelle proprie vene per finire con apprezzarlo enormemente, come è accaduto al sottoscritto. Feroci, incazzati contro tutto e tutti, signori diamo il benvenuto ai Theconflitto! (Francesco Scarci)

(WormHoleDeath)
Voto: 75