mercoledì 6 aprile 2011

Nefarium - Ad Discipulum


Seguo i Nefarium fin dal loro primo demotape che conservo ancora sui miei scaffali di nastri e ho avuto modo di assistere in questi 13 anni, all’evoluzione sonora della band valdostana, fino a vederla come alfiere, oggi nel 2010, del black metal made in Italy. Eh si perché i nostri di strada ne hanno fatta parecchia e “Ad Discipulum” testimonia la qualità raggiunta dall’act italico, che ora come ora non ha più nulla da invidiare alle produzioni scandinave. Forti dell’ingresso nel malvagio combo, del drummer Garghuff (macchina da guerra e già session per Gorgoroth e membro degli Enthroned), i Nefarium sprigionano una furia distruttiva di chiara derivazione swedish black, che non dà modo di annoiare l’ascoltatore, nonostante la quasi totale assenza di cenno melodico. Le otto tracce di Carnifex e soci sono veramente dei classici esempi di songs trita ossa che come su una sottilissima lama, rischiano talvolta di sfociare addirittura in territori più confacenti al brutal death più intransigente, ma non preoccupatevi perché ci pensa lo screaming del vocalist a ristabilire l’ordine della natura. Odio, rabbia, violenza pura e qualsiasi altro sentimento negativo, viene esternato nella mezz’ora e più di questo “Ad Discipulum”, album che riesce finalmente a prendere le distanze dai blacksters svedesi per eccellenza Dark Funeral, coniugando il sound tipico del quartetto, con qualcosa che ho potuto ascoltare solo nei lavori degli Aborym. Se cercate momenti di melodia o atmosfera, lasciate perdere questo cd, sebbene in alcuni momenti si riesca addirittura a respirare la magia che solo alcuni riffs dei grandi Dissection (“Servus Servorum Satanae”) furono in grado di donare o addirittura nella medesima traccia faccia la comparsa il sound distorto di un sinistro violino. I Nefarium del 2010 sono quanto di meglio l’Italia abbia da offrire in ambito black death, in attesa che qualcosa torni a muoversi in casa Aborym. Complimenti quindi alla band italiana, aiutata in questo terzo episodio da Archaon dei 1349 e da Wild P. dei Morturay Drape. Una sola domanda però mi sorge spontanea: non è che il prossimo album riservi sorprese ancora più “scomode” e una virata ancor maggiore verso lidi death metal? “Ai posteri l’ardua sentenza”, intanto io mi godo l’ascolto di questo malefico “Ad Discipulum”. (Francesco Scarci)

(Agonia Records)
Voto: 75

Morrigu - The Niobium Sky


Finalmente qualcosa di raffinato popola il mio lettore cd, dopo settimane all’insegna del death più grezzo. La band in questione, dal nome assai brutto devo ammettere, proviene dalla Svizzera e dopo un paio di album all’insegna del death doom sulla scia dei My Dying Bride, arriva forse al tanto sospirato salto di qualità con “The Niobium Sky”, album che coniuga sapientemente un dark gothic con certe linee di chitarra dalle forti tinte progressive. Forti della partecipazione di alcuni membri dei conterranei Eluveitie, i Morrigu stupiscono per il loro sound fresco e altamente melodico che in taluni frangenti si lascia andare invece a sgaloppate che riportano un po’ alle radici death doom della band come ad esempio nella title track, vera chicca dell’album, per quel suo incedere maestoso che si dipana tra il prog, per quei suoi continui assoli e alcune reminescenze death, per l’uso del growling alla voce, comunque fantastica song che toglie il fiato. Si prosegue con “At the Gathering of Stars” che non fa altro che confermare la classe cristallina della band e la disinvoltura anche in pezzi completamente strumentali. “The Great Finding” è un altro interessante pezzo dove torna a far capolino il cantato growl che ben si alterna con i vocalizzi pulitissimi di Sevi, mentre la musica continua a godere dell’eccelsa tecnica dei nostri. “The Heritage of Mankind” ci mostra invece il quintetto alpino sotto un’altra veste, molto più aggressiva, fatta di ritmiche pesanti, arricchite da ottime tastiere e dalla sempre eccellente performance del vocalist e da pregevoli assoli dal profilo melodico. Insomma un album che si rivela un’autentica sorpresa, lasciandosi ascoltare piacevolmente dall’inizio alla fine, in tutte le sue 13 tracce e che si può rivelare un interessante acquisto per questo tiepido inizio d’autunno. Emozionanti! (Francesco Scarci)

(Dark Balance)
Voto: 75

Green Arrows - The Earth


Non so se ci sia una forma di accanimento nei miei confronti, ma ultimamente nelle mie mani non trovo altro che dischi penosi da recensire. Mettendo nel mio lettore questo platter dei bolzanini Green Arrows, ho rivissuto nuovamente questa sensazione. Ma che diavolo di musica è questa? Come si può produrre un disco del genere alle soglie del 2010, quando una miriade di band validissime se ne stanno in giro senza uno straccio di contratto? “The Earth” è un disco suonato male e registrato anche peggio, che ruota musicalmente attorno all’hardcore (stile Biohazard o Stuck Mojo) ma che anche si ripropone di rivisitare il thrash death dei Sepultura. Alla fine ci troviamo di fronte 10 tracce che per quanto brevi siano, scorrono via stancamente senza farmi sussultare per un attimo dalla sedia: chitarre sporche e banali creano le fondamenta di questo “The Earth”, release i cui testi ruotano attorno a temi scottanti della società (unico vero punto interessante del cd). I primi 5 pezzi sono uno peggio dell’altro, poi accade una sorta di miracolo con “Kazakhstan”, song che ricorda da vicino i Soulfly e per un attimo mi fa risvegliare dal mio torpore autunnale. Ma con la successiva “Before My Last Breath”, si torna a scadere nell’anonimato e a spingermi a cassare senza alcuna remora questo cd. Mi spiace, perché quando si tratta di band italiane, cerco sempre di trattarle con un occhio di riguardo, ma quando la qualità della musica non è del tutto soddisfacente, nulla posso fare per salvare l’insalvabile. Alla prossima… (Francesco Scarci)

(Vacation House Records)
Voto: 50

martedì 5 aprile 2011

Eptagon - Discrimen


Una strana intro apre il cd degli italiani Eptagon, un lavoro di 5 pezzi più intro e outro, dedito ad un certo occult black metal che mi ha ricordato da vicino gli esordi degli Handful of Hate e dei mitici Necromass. Chitarre zanzarose, in pieno stile nordico, costruiscono le ritmiche furiose del sound dei nostri, con una batteria impazzita che ne appesantisce l’incedere e delle vocals demoniache a completare il quadro di questo discreto “Discrimen”, release che nulla ha da chiedere e ben poco ha da dire, in quanto ancora forma embrionale di una band che potrebbe esplodere in un futuro o sparire completamente nell’anonimato. L’act piemontese non si limita certo a ripetere pedissequamente la lezione dei grandi maestri del nord Europa, ma prova ad includere delle variazioni al tema, come qualche mid-tempo o oscuri angoli di terrore come l’arpeggio inserito nella parte centrale di “Ares Ares”, che smorza per qualche secondo gli attimi concitati del disco. Diciamo che il lavoro è ancora abbastanza grezzo, complice anche una registrazione alquanto amatoriale, comunque di spunti interessanti per il futuro se ne intravedono. Lasciamoli lavorare e maturare e poi vediamo che cosa salterà fuori… (Francesco Scarci)

(Evil Cemetary Records)
Voto: 60

Hypnosis - The Synthetic Light of Hope


Anche se per i più gli Hypnosis sono una band totalmente sconosciuta, io li seguo invece fin dal loro debutto e devo dire di averli visti crescere stilisticamente e passare dalle sonorità death degli esordi al death gothic del loro periodo centrale, fino a giungere a quest’ultimo album, dopo aver attraversato una fase pesantemente influenzata dai Fear Factory, la cui ascendenza cibernetica si fa comunque sentire anche in questa nuova release. "The Synthetic Light of Hope", quinto lavoro per l’act transalpino, conferma già quanto di buono la band stava facendo negli ultimi tempi, e lo fa percorrendo comunque una strada non cosi facile da percorrere. Mantenendo come base il death degli esordi, il terzetto d’oltralpe costruisce il proprio sound su riff brutali, arricchendo poi il tutto con elementi cyber-industriali, arzigogolate trame chitarristiche, eteree vocals femminili ad opera di Sin_d (alias Cindy). Il risultato finale mi ha ricordato da vicino la musica imprevedibile degli svedesi The Project Hate, anche se qui magari il suono è un po’ più classicamente death metal rispetto ai colleghi scandinavi. Di carne al fuoco c’è n’è davvero tanta nelle 9 tracce ivi contenute, e ad un primo ascolto molto probabilmente, l’album potrà risultarvi assai ostico da digerire. Vi garantisco tuttavia, che dopo molteplici passaggi nel vostro stereo, inizierete ad apprezzare le graffianti ritmiche del trio francese, affrescate dall’oscurità e dalla vena malinconica di alcuni passaggi, e con l’influenza pesante di alcuni generi estranei al metal, in taluni frangenti, ad arricchire il tutto (elettronica e musica etnica). Tecnicamente, la band non ha nulla da invidiare a nessuno, anche se il suono è forse un po’ penalizzato dalla artificiosità della drum machine, ma a quanto pare un nuovo devastante batterista si è inserito finalmente nel gruppo. Se avete pazienza di ascoltare con perizia e attenzione questo lavoro potrete scoprire le interessanti sfumature che il death ha ancora da offrire. Se siete alla ricerca invece di suoni orecchiabili, qui ne troverete ben pochi. Brutali, ipnotici e psicotici, fate spazio agli Hypnosis!! (Francesco Scarci)

(Dark Balance)
Voto: 75

lunedì 4 aprile 2011

Chronic Hate - Chronic Hate


Quasi se ne sentisse la mancanza, ecco l’ennesima band di brutal death che nulla ha da aggiungere a questo mercato sempre più saturo. I Chronic Hate vengono da Bibione e con questo mcd autoprodotto, ci propongono 5 pezzi di banalissimo e monocorde brutal death di scuola americana, decisamente mal suonato e privo di qualsiasi spunto rilevante. Nonostante le radici del combo friulano fossero piantate nel black stile Cradle of Filth e Darkthrone, la band ha deciso di virare il proprio sound verso i lidi death di primi anni ’90, che hanno fatto la fortuna di band blasonate come Cannibal Corpse, Malevolent Creation, Deicide e Morbid Angel, bands underground che popolavano la scena più “florida” del mondo. Oggi, risentire quei suoni, mi fa un certo effetto perché ormai puzzano di vecchio e stantio. Cosi quando le mie orecchie si lasciano maciullare dai riff ultraveloci e taglienti dei Chronic Hate, dall’abuso dei blast beat e dalle vocals cavernose, anche se i nostri possono palesare tutta la tecnica di questo mondo (bravo Marco Calligher dietro le pelli), preferisco ascoltare i capolavori classici che hanno fatto la storia del brutal. Un unico plauso va a “Systematic Punishment”, l’unica traccia che cerca di evadere con il suo incedere oscuro, dagli schemi di questo mcd. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 50

Necromid - The Sleep of Reason


“Il sonno della ragione genera mostri”, questa è la celebra frase di Goya alla quale probabilmente gli esordienti Necromid si rifanno nel titolo del loro debut. Per quanto riguarda la musica, sicuramente i nostri devono essere grandi estimatori della scena death svedese, peccato che Imperia non sia Stoccolma e che gli Ithil World Studio non siano quelli dei ben più famosi colleghi scandinavi. Ciò che ne viene fuori è un genuino album di swedish death che si rifà a mostri sacri quali Arch Enemy, At the Gates e Dark Tranquillity, tanto per citare i più noti. Però mentre il sound delle band svedesi è molto ben strutturato e ragionato, la pecca dei Necromid sta nel lanciarsi in arrembanti cavalcate dalle melodiche e scandinave linee di chitarra, interrotte da qualche mid-tempos qua e là. Se il primo pezzo mostra un gruppo dalle grandi potenzialità, già il successivo mostra qualche limite della band, che sciorina brani si veloci, aggressivi, ma che bene o male si assomigliano un po’ tutti tra loro. La voce di Antonio dovrebbe dare una mano in tal senso, cercando di conferire maggiore personalità ai pezzi, mentre i brani dovrebbero giocare un po’ meno sul continuo ed eccessivo rincorrersi delle chitarre, perché il risultato può risultare sì piacevole in qualche pezzo, ma quando la cosa risulta reiterata, scade nel già sentito e incomincia ad annoiare pesantemente. Non mi dilungo ulteriormente nella descrizione delle canzoni proprio perché sono tutti molto simili tra loro (tranne la cover di Elvis Presley “Can’t Help Falling In Love” posta in chiusura al cd) e per questo auspico che la band possa lavorare per scrollarsi di dosso quell’alone pesante svedese che pesa sulle loro teste. Insomma, lasciamo fare lo swedish death agli svedesi e noi italiani dedichiamoci all’”italian” death in cui siamo altrettanto bravi. Sufficienza risicatissima, da rivedere (Francesco Scarci)

(UK Division)
Voto: 60

venerdì 1 aprile 2011

Neron Kaisar - Magnum Incendium


Loro arrivano dalla fredda Federazione Russa, sono al debutto con questo lavoro di nome “Magnum Incendium”. Sono i Neron Kaisar e di certo di freddo hanno solo il luogo di provenienza. Il loro Symphonic Black Metal è caldo, violento, brutale e cosa che non guasta mai, una ottima miscela tra parti classiche, chitarre e un incedere imperioso della batteria, un'amalgama perfetta e ben riuscita. Il cd è composto da 11 tracce (ah, fate attenzione perché la traccia n° 8 “Chaotic Profane Phenomena” è una cover dei Thyrane). La track list è ascoltabile e ben organizzata, anche perché, a gran sorpresa, i Neron si discostano dal genere per quanto riguarda la durata dei pezzi. L’unica che va al di sopra dei 4-5 min è la traccia 10, “Bloody Black Terror”. Il cd proprio per questa peculiarità, scorre via veloce e non annoia mai anche perché le canzoni sono ben strutturate con gli strumenti che si intrecciano in un tribale e incalzante ritmo furente con un growling mai troppo esasperato. Annotatevi sul taccuino la track 5, “Burn And Dominate”, dove un bellissimo assolo di chitarra squarcia l'orizzonte tenebroso (i “tecnici” lo apprezzeranno); “Malice, Hate And Sorrow” e “Bloody Black Terror”, ne consiglio l’ascolto, non sono canzoni ma un’esperienza, specie nella prima dove compare una bellissima parte di pianoforte. Il cd si chiude con “Incendio Absumptae (Outro)”, un pezzo del tutto strumentale molto cupo, che accompagna la fine del nostro ascolto fuori dal mondo dei Neron. I Neron Kaisar, per essere alla loro prima esperienza con un full lenght, mi hanno piacevolmente colpito e mi farebbe molto piacere se in futuro ne sentissi ancora parlare, di certo non ci stupirei, anzi concludo dicendo avanti così, la strada è quella giusta, con una buona dose di atmosfera, buoni musicisti e buone idee che senza dubbio non guastano mai, anzi... (PanDaemonAeon)

(Grailight Productions)
Voto:70

Saille - Irreversible Decay


Nel mio giro del mondo di recensioni, credo di non essermi mai imbattuto in una band belga, ma d’altro canto c’è sempre una prima volta per tutto e quest’oggi a togliermi la verginità in tal senso, ci hanno pensato i belgi Saille, freschi di un nuovo contratto con la nostrana e sempre attenta Code 666, con il loro debutto. Se siete degli amanti dell’ormai defunto black sinfonico, forse nei solchi di “Irreversible Decay”, troverete ciò che di meglio ha da offrire in tal senso oggi il mercato. Intro affidata ad una sinistra chitarra acustica e poi attacco arrembante offerto da “Passages of the Nemesis”, song dal tipico sapore nordico, con chitarre taglienti di scuola svedese, blast beat e uno screaming diabolico; bridge centrale affidato ad un mid-tempo melodico con tanto di sorprendenti violini, e un pathos crescente culminante con un solo di chitarra da paura che toglie il fiato. La sensazione è come se mi avessero sbattuto contro un muro violentemente e tagliuzzato la pelle con uno di quei rasoi da barba old style, e lasciato a terra con i vestiti fatti a brandelli, ansimante. Un inizio alla Limbonic Art apre la successiva “Overdose of Gray” che fa delle sue inquietanti tastiere, dei giri ipnotici di chitarra e della tellurica porzione di batteria il proprio punto di forza. Offende la nostra armata delle tenebre (la band è formata da ben 10 membri, tra cui violoncello, corno e appunto 2 violini) ma lo fa con assoluta grazia: Una elegante chitarra acustica apre “Plaigh Allais” e lo spettro degli Unanimated aleggia sul sound dei nostri quando c’è da pestare sull’acceleratore con ritmiche al fulmicotone; sorprende non poco invece nelle sue bizzarre parti centrali, dove ad ogni brano, i nostri si adoperano con qualche soluzione assai particolare, quasi a voler confondere l’ascoltatore. Non potete immaginare la mia gioia e il piacere nel potere affondarmi in questi suoni suggestivi, epici, sinfonici, quasi come se un ibrido formato da Immortal, Dimmu Borgir e la succitata band svedese si siano personificati nella figura contorta di questi belgi Saille, vera e propria sorpresa di questo inizio d’anno caratterizzato dai fuochi artificiali in casa Code666. Che altro dire, se non immergervi nell’ascolto di una delle più interessanti band in ambito estremo sentite nell’ultimo periodo. Estremamente affascinanti! (Francesco Scarci)

(Code 666)
Voto: 80

Lifend - Devihate


In attesa di andare ad ascoltare il nuovo lavoro dei lombardi Lifend, andiamo a rivedere quanto fatto in passato: cambio di rotta importante rispetto al precedente lavoro “Innerscars”, “Devihate” è un cd pretenzioso, che non vuole assolutamente passare inosservato al grande pubblico. Il cd inizia in modo strepitoso con “Purify Me”, lasciando presagire quello che la musica di questa band, estremamente preparata, ha da offrire: un death metal dal forte impatto emotivo. Sebbene la proposta sia più violenta che in passato, il sound dei nostri si fa più curato nei dettagli, ben suonato e ricco di sfumature che vanno ben oltre il death metal. Diciamo che di sicuro la matrice di fondo resta il death, con le sue ritmiche aggressive, il corrosivo screaming di Alberto (per la cronaca è sparita la soave voce femminile di Sara) e i forti richiami allo swedish. Ciò che rende realmente interessante questa nuova release, sono appunto tutte quelle sfumature che ruotano intorno al sound di base del quartetto meneghino. Eh si, perché suoni progressive si intersecano a sfuriate deathcore, inserti gotici si incastrano perfettamente a raffinate cavalcate heavy metal e malinconici intermezzi acustici ci concedono giusto il tempo di rifiatare qua e là. Se dovessi trovare un termine di paragone per i nostri, vi porterei indietro nel tempo di una quindicina di anni, quando gli svedesi Miscreant rilasciarono il sorprendente “Dreaming Ice”, concentrato di raffinato swedish death dalle forti tinte progressive. E cosi sono i Lifend: chitarre ultra compresse che vengono spezzate nel loro incedere furioso da aperture acustiche e sprazzi di splendidi synth. Dicevo che quella dei Lifend è musica emozionante che nonostante la rabbia, arriva dritta al cuore per la sua compatta genuinità. E soprattutto non è mai musica banale: i suoni, le melodie che escono dai solchi di questa seconda opera sono assai ricercati, a tratti ricordano gli Opeth più aggressivi degli esordi, in certi frangenti si respira l’aggressività degli ultimi Dark Tranquillity e in altri momenti è una pesantezza un senso di angoscia ad emergere, stati emotivi che solo i Meshuggah sono in grado di trasmettere. Forti inoltre di una splendida produzione, curata da Carlo Bellotti, i Lifend sorprendono non poco per la maturità compositiva che hanno saputo raggiungere in cosi poco tempo, sembrando dei veri e propri veterani della scena. Un solo avvertimento va dato però prima di avvicinarsi a questo disco: non pensate che sia semplice dargli un ascolto e farselo piacere immediatamente; ho dovuto ricorrere al sesto replay prima di capire che quello che ho fra le mani è una bomba dalle potenzialità enormi. Bravissimi!!! (Francesco Scarci)

(Worm Hole Death)
Voto: 80

Onsetcold - Onsetcold


Beh, dopo aver ascoltato almeno un paio di volte questo cd, non mi è ancora chiaro se i nostri suonano black, death, metalcore o cos’altro. È infatti per questo che ho definito il loro sound extreme metal perché è difficile riuscire ad inserire la musica del combo albionico in un genere ben definito. Il cd si apre infatti con “Life Without Numbers”, una death metal song che sembra essere suonata nella vena sinfonica dei Dimmu Borgir. Si prosegue e si viene martellati e sorpresi dal death/grind di “No Sun No Life”, brano veramente interessante per quel suo incedere angosciante (merito delle tastiere eccellenti di Farley) ma allo stesso tempo iper brutale. E via, il quintetto inglese continua in una carambola di alternarsi di parti aggressive, ultra tecniche (bellissime alcune parti di basso e mostruosa la prova del batterista), talvolta (ma raramente) melodiche, grazie all’inserto di quelle keys già citate, in grado di donare un alone atmosferico e depressivo all’intero lavoro. Grandi, mi piacciono un casino: le demoniache screaming vocals che governano “Masterdom”, si avvicendano a profonde growling vocals, mentre le chitarre continuano imperterrite a macinare montagne di riffs veloci, complicati e le tastiere disegnano plumbei nuvoloni carichi di pioggia. L’album non regala un attimo di sosta, è una cavalcata imperturbabile di inaudita pura violenza che distrugge tutto ciò che si staglia davanti. Notevoli, anche se continuo a non capire se i nostri suonano grind o industrial, hardcore o doom, quel che è certo è che sono dannatamente bravi e incazzati. Quel che sorprende ancora di più è il fatto che siano venuti a registrare agli Zeta Factory di Bologna e allo studio 73 di Ravenna. Bravi, lo ribadisco ancora una volta, gli Onsetcold mi hanno stupito perché giunti inattesi alle mie orecchie… Sorprendenti! (Francesco Scarci)

(Worm Hole Death)
Voto: 85

Chain Reaction - Vicious Circle


La Kolony Records è un'etichetta molto attiva sul mercato: tante le release rilasciate, di cui potete trovare anche la recenisone all'interno delle pagine del Pozzo; oggi siamo qui a parlare dei polacchi Chain Reaction, five pieces dedito ad un thrash metal moderno, contaminato da influenze provenienti dallo stoner, dal metalcore e dal cyber death metal (scuola Fear Factory per intenderci). Insomma proposta che non brilla proprio di luce propria, ma che comunque si lascia ascoltare piacevolmente. 11 le tracks contenute in questo “Vicious Circle”, tutte che si assestano fra i 3 e i 4 minuti di durata, quindi brani belli diretti come un pugno nello stomaco. Le ritmiche sono sorrette da pesanti chitarroni di chiara matrice Panteriana, la voce (growl e clean) ricorda quella del vocalist dei Pyogenesis era “Sweet X-Rated Nothing” ma che pure richiama il buon vecchio Robert Flynn dei Machine Head, la produzione è bombastica, potente e pulita e i suoni sono permeati di un groove trascinante. I nostri ci sanno davvero fare con i loro strumenti: precisi, aggressivi e tecnici, il loro limite sta però proprio nella mancanza di originalità, che penalizza non poco l’esito finale. Però che volete che vi dica, alla fine il risultato non è affatto male, magari la longevità di questo prodotto non sarà delle più lunghe, però credetemi, un ascolto lo merita di sicuro. Cambi di tempo impeccabili, rallentamenti pachidermici, catchy chorus, qualche inserto semi-acustico, taglienti assoli, cavalcate speed metal si combinano egregiamente con la melodia di fondo che contraddistingue la release del combo polacco rischiando di garantirne un discreto successo. Insomma, i Chain Reaction sono sa tenere d’occhio nella loro evoluzione, potrebbero rivelarsi una grande sorpresa per il futuro! (Francesco Scarci)

(Kolony Records)
Voto: 65

Drain the Dragon - Demon of my Nights


Quello fra le mie mani è il disco d’esordio dei patavini Drain the Dragon, concentrato dinamitardo di death metalcore. Sapete quanto io non sia un grande estimatore di questo genere perché ormai trovo che le band abbiano ben poco da dire di nuovo in un ambito in cui è già stato scritto e detto tutto il possibile; eppure non so cosa o perché, ma questo lavoro riesce a catturare il mio interesse. Devo ammettere che già la cover artwork del cd rapisce la mia attenzione: il disegno di una bambina (abbastanza inquietante devo dire) circondata da tutti i suoi peggiori incubi notturni (da qui posso dedurre la scelta per il titolo “Demon of my Nights”). La musica, per quanto sia carente di originalità (ma di questo non posso farne una colpa viste le premesse di cui sopra), sorprende per intensità, per la scelta azzeccata di alcune soluzioni inattese e per il buon gusto della melodia. Ribadisco il concetto che nulla di nuovo c’è fra le note di questo lavoro, eppure qualcosa continua a catalizzare la mia attenzione: il quintetto di Padova di sicuro riesce nell’intento di non essere alla fine scontatissimo e questo è già un grosso merito. La musica si lascia ascoltare alla grande, sebbene i nostri non siano dei mostri in fatto di tecnica (un plauso però al batterista va fatto) o non mi piaccia particolarmente il modo di cantare di Bokkia (da rivedere assolutamente) eppure qualcosa di tetro e oscuro nella proposta dei nostri, continua a tenermi incollato a questo maledetto stereo. Tralasciando l’inizio di “Awake the Vengeance”, preso in prestito da “St. Anger” dei Metallica, mi accorgo ben presto che non c’è solo metalcore qui dentro, in “Rise of Madness part 2” affluiscono suoni heavy metal classici, altrove compaiono sonorità death melodiche di stampo svedese e poi ancora palesi riferimenti al Nu-metal americano, senza dimenticare l’aura malinconica che pervade l’intero lavoro, conferendone un alone di mistero che ancora non mi lascia capire perché alla fine mi ritrovo innamorato di questo cd e totalmente spaventato dal mio demone delle notti… Yes, ora ho capito!

(Graves Records)
Voto: 75

Scrimshank - Se Guardi nell'Abisso


Devo essere sincero: mi avvicino sempre con un certo mix di paura, perplessità, talvolta riluttanza ai cd cantati interamente in italiano perché trovo sempre che la nostra lingua ben poco si adatti a sonorità estreme. Con grande piacere però mi lascio lentamente avvinghiare la mente dal lavoro di questi semisconosciuti Scrimshank che fin dall’iniziale “Al Nulla Devoto”, mi colpiscono per l’utilizzo delle vocals, growling (chiarissime nella loro interpretazione) e voci un po’ più pulite. Segue “Ave Oblio” e il risultato non cambia di una virgola, con il sound che viaggia sui binari del thrash death influenzati dai grandi nomi del thrash americano, Testament su tutti, e poi inevitabilmente per un grande fan come me dei mai troppo compianti IN.SI.DIA, ecco rimembrare i fasti del thrash anni ’90 della band bresciana che urlava a squarciagola tutto il proprio dissapore per la società e la chiesa cattolica. Il sound dei nostri certo non potrà impressionare i vecchi fan di questo genere (ne abbiamo sentite davvero di tutti colori in questo genere) e forse tanto meno potrà colpire i fan più giovani troppo presi dalle sonorità metalcore dell’ultima ora. Insomma, mi duole dirlo ma credo che questo cd scivolerà nell’oblio assai velocemente nonostante il thrash si fonda con alcune reminescenze più tipicamente heavy classic. Ecco forse il problema di “Se Guardi nell’Abisso” è di essere uscito con un ritardo di quasi un ventennio dai lavori che hanno reso grande il genere. Peccato davvero, perché se anziché essere il 2010, fosse stato il 1992, questa release avrebbe goduto di grande interesse. Ahimè ormai fuori moda… (Francesco Scarci)

(Quarto Piano Records)
Voto: 65

giovedì 31 marzo 2011

Dominance - Echoes of Human Decay



Della serie “A volte ritornano” hanno fatto la ricomparsa sulle scene, dopo ben 10 anni di silenzio, gli italiani Dominance. Era infatti il 1999 quando i nostri esordirono con “Anthems of Ancient Splendour”, platter di musica estrema(mente) elaborata che raccoglieva influenze provenienti dal gothic, black e death. Nel 2009 quel ricordo nulla esiste più: i Dominance di “Echoes of Human Decay” sono un’altra band, ben più estrema di quella che calcava le scene nello scorso decennio. Diciamo che l’influenza di base per il combo italico, deriva ora dal death brutale di stampo americano, per ciò che concerne ritmiche, vocals ed estremismi sonori. Violenza, brutalità, rabbia contraddistinguono la prima parte dei brani con chitarre monolitiche, vocals cavernose, blast beat a ripetizione e ciò, ahimè, rappresenta il limite del quintetto emiliano, in quanto tutto ciò è già stato scritto e proposto dai grandi act statunitensi, Morbid Angel (“Primordial” è quasi un plagio) e Malevolent Creation, su tutti. Ciò che più mi lascia sorpreso sono invece gli assoli: seppur assai brevi (ed è un vero peccato), sono freschi, melodici, originali, dinamici e l’alternarsi preciso tra le due asce non fa altro che accentuare questo aspetto positivo nella costituzione dei brani; peccato poi tutto acquisti quest’aura di sentito e stra-risentito. Le possibilità di far meglio e ritagliarsi uno spazio all’interno di una scena sempre più satura ci sono tutte, soprattutto se si è dei veterani come i nostri, che ormai sulle scene ci sono da un ventennio. Da risentire! (Francesco Scarci)

(Kolony Records)
Voto: 65

mercoledì 30 marzo 2011

Dewfall - V.I.T.R.I.O.L.


La copertina del cd, il titolo che richiama il debut dei redivivi blacksters statunitensi ABSU e i primi 30 secondi di questo disco, mi hanno fatto presagire di trovarmi tra le mani qualcosa di black epico, ma mai cosi tanto fu sbagliata la mia previsione. I Dewfall infatti propongono un corposo heavy metal, che ha, in alcune sue accelerazioni o nelle growling vocals, la sola componente death. Per il resto, “V.I.T.R.I.O.L.” (acronimo di Visita Interiora Terræ Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem) è un calderone di sonorità che rischia di accontentare tutti o forse nessuno. Il lavoro parte con lo speed metal di “Free Entrance to Hell”, dove accanto ai vocalizzi estremi di Valerio Lore, si affiancano quelli melodici (stile primi Helloween) di Matteo Capasso; ecco forse sta proprio qui il problema della band: io, da buon death metallers, che accetta tranquillamente le clean vocals stile Soilwork o In Flames, ho mal sopportato quelle stridule voci (peraltro insopportabili in “Forever Ghost”) che richiamano decisamente il power, ah vade retro!! Quindi chi non tollera questo genere di vocalizzi, smetta subito di leggere la recensione. Gli altri proseguano pure, perché se avete amato alla follia “Keeper of the Seven Keys II” dei già citati Helloween, troverete pane per i vostri denti nelle successive tracce. La musica, muovendosi costantemente su binari speed/thrash, sfoggia eccellenti aperture progressive con delle melodiche rasoiate, passando dalla semiballad “Skeleton’s Rising” a mid-tempos thrasheggianti, nella vena dei mai dimenticati Anacrusis, da epiche ambientazioni a passaggi maideniani. Non so, tecnicamente i ragazzi ci sanno fare, ma c’è qualcosa che non riesco ad accettare nel loro sound e non mi permette di apprezzare appieno questo valido cd. Ci sono ottime idee, si respira un buon feeling, ottime le linee di chitarra, ma purtroppo continuo a detestare l’impostazione vocale di Matteo. Avrei preferito mantenere molto più gli screaming o il growling con qualche inserto pulito qua e là e invece la scelta optata dai quattro giovani secondo me, penalizza non poco, la fetta di ascoltatori che andranno ad ascoltare questo debut cd, perché credo che alla fine né i defenders né i deathster apprezzeranno “V.I.T.R.I.O.L.”, disco alla fine un po’ troppo ruffiano... Sono giovani e presto troveranno la loro strada. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 65

martedì 22 marzo 2011

Secrecy - Of Love and Sin


Siete in un momento in cui vi sentite contenti o comunque positivi? Avete voglia di ascoltare un po' di metal “leggero”, senza troppo impegno? Allora i Secrecy sono la soluzione che fa per voi. Questa band portoghese, formatasi nel lontano 2001, mescola sonorità rock al love metal tipico degli HIM, rendendo il lavoro di facile e piacevole ascolto. "Last Embrace", la opening track, presenta la voce della tastierista Lisa Amaral aggiunta a quella più greve di Miguel Ribeiro (non credo sia parente del buon Fernando, vocalist dei Moonspell, ma mi informerò), rendendo il tutto meno zuccheroso (dopotutto si parla di love metal, mica altro) e il ritmo ben radicato nella mente (sfido chiunque a non canticchiarla almeno una volta). Le tastiere sono ben presenti, come anche qualche assolo di chitarra: questo mi porta alla mente anche i nuovi Sirenia, ma più leggeri. I temi si incupiscono un po' con "The One that Death Deserves to Find": infatti qui passiamo a trattare la morte (amore e morte d'altro canto vanno a braccetto no?), ma sempre col pensiero fisso all'amata. Il brano si apre con una bel growling accompagnato dalle chitarre (e meno inserti di tastiera). La voce femminile di Lisa è meno accentuata, ma i suoi interventi sostengono egregiamente i toni oscuri di cui si tinge il brano. Con "Don't Leave Me Scarred" si torna ad un sound più rockeggiante e meno gotico, cosi come pure la voce di Ribeiro che torna a farsi pulita (assomigliando a quella di Villie Valo): tutto il brano sembra fatto apposta per accompagnare l'ascoltatore in un viaggio in auto (ammetto di aver pure accelerato durante il suo ritornello), per quanto sia canticchiabile. Nessuna traccia delle female vocals stavolta, ma qualche buon assolo di chitarra si. Con "Shadows Call" ci si muove sempre più in direzione degli HIM (con una somiglianza quasi imbarazzante), parlando ovviamente del fenomeno del momento: vampiri. Niente voci femminili, il cantato maschile si fa più basso ma perfettamente riconoscibile, tocchi di pianoforte per rendere il tutto adatto per il nuovo (o quasi) stile di vita giovanile: gli emo. "The Scarlet Dawn" riprende le medesime atmosfere della precedente senza però scadere nella ripetitività; vocals femminili, suoni campionati che si accompagnano bene alla voce roca. Ancora qualche altra song da canticchiare, qualche ritornello ruffiano e il giochino è fatto. Ultima menzione per "Angel Crimson Tears", a mio avviso progettata per un concerto in quanto sono certa darebbe il meglio di sé sul palco, mentre la folla composta per lo più da ragazzine urlanti inizierebbe a saltellare e strillare. Il ritmo è frenetico, le voci sono urlate, sarei curiosa di vedere quanti rimarrebbero fermi di fronte a questa canzone, senza nemmeno muovere un po' la testa. Solo alla fine dell'album; con "Since You've Gone Away" (ah l'amor perduto...) i nostri lusitani tirano fuori le unghie e dimostrano di poter fare qualcosa che rappresenti il metal vero e proprio! La batteria si fa potente, la ritmica d'accompagnamento e la voce più incazzata... questo brano mi piace proprio, non c'è che dire, cosi come la conclusiva "Another Dimension... with Angels and Demons" che riprendendo il sound della track precedente, presenta toni più mesti e angoscianti, con il ritmo più lento e pesante; persino la voce di Lisa è più triste, il che dà una forte sensazione di smarrimento. Album consigliato agli amanti di questo genere di sonorità, gli altri si tengano alla larga. (Samantha Pigozzo)

(Ethereal Soundworks)
Voto: 65

lunedì 21 marzo 2011

Winter of Life - Mother Madness


Devo ammettere di avere avuto grosse difficoltà a recensire questo “Mother Madness” poiché è assai difficile trovare le parole giuste per farvi capire cosa è racchiuso in questo piccolo gioiellino prodotto dal combo proveniente da Napoli. L’album si apre con i sussurri di "Mattutino", song dal forte sapore progressive, che ha il pregio di mettere subito in grande evidenza le enormi potenzialità di Elia Daniele alla voce, e in genere riesce a mettere in mostra fin da subito la qualità eccelsa della band campana; la song scivola via veloce per lasciare spazio a “Noumena”, che evidenzia le influenze del sestetto e quali influenze: cenni di Novembre nelle linee di chitarra confluiscono nel sound dei nostri, complice forse la registrazione presso i “The Outer Sound Studios” di Giuseppe Orlando; per quanto riguarda l’uso delle vocals invece, mi sono venuti in mente i da poco sciolti Oceans of Sadness. La title track entra in modo esplosivo nelle casse del mio stereo, per poi far posto a delicati tocchi di pianoforte e una ritmica suadente e melodica, mai ruffiana sia ben chiaro, e poi quella voce meravigliosa del buon Elia, capace di sfruttare la sua estesa gamma canora, per essere a suo modo, il migliore strumento dei Winter of Life: struggente, riflessiva, aggressiva quando richiesto, insomma completa ed eccellente. E la musica? Un progressive metal contraddistinto da qualche sfuriata estrema, ma anche capace di divagazioni in territori jazz come proprio nella title track (esperimento già fatto però dai già citati belgi Oceans of Sadness). Ma non solo, perché “witHer” si apre con un basso slappato, preso quasi in prestito da qualche band funky con il vocalist che per un attimo sembra fare il verso ai rapper; ma la musica non tarda ancora una volta a decollare in un crescendo d’emozioni, questa volta grazie al rincorrersi scintillante delle chitarre, immerse nel tepore di soffici ambientazioni e anche dalle guest vocals di Tiziana Palmieri. Quest’album mi ha conquistato e ad ogni suo ascolto (forse sarò già a quota 50 volte e non mi sono ancora stancato), scopro nuovi intriganti particolari che mi inducono ad ascoltarlo nuovamente. Il pregio dei Winter of Life risiede proprio nel proporre musica che nel corso dei pezzi (tutti di una notevole durata), cambia costantemente registro, alternando escursioni in territori vicini al death con ritmiche belle tirate, ad altri momenti in cui magari riemerge l’influenza forte dei Novembre o di altri act della scena progressive tipo Pain of Salvation. Il risultato è un susseguirsi di ottime songs che non tarderanno ad insinuarsi anche nelle vostre teste e farvi sussultare, farvi godere appieno delle idee eccezionali che popolano la mente di questi sei ragazzi. Che piacere avere ascoltato questo “Mother Madness”, che peccato averlo fatto soltanto da poco. Avanti cosi, ora aspetto la riconferma; consigliatissimi! (Francesco Scarci)

(Casket Music)
Voto: 85

domenica 20 marzo 2011

Septic Mind - The Beginning


Se pensate che recensire 3 tracce possa essere una passeggiata, beh non vi siete mai trovati a dover fronteggiare un lavoro come quello dei russi Septic Mind, dove il minutaggio medio si aggira malauguratamente sui 20 minuti, non proprio facili da digerire. Il lungo trittico si apre con la lugubre title track: 20 minuti in cui l’angoscia più profonda si impossessa da subito della nostra anima avvolgendola come una strisciante nebbia potrebbe ingoiare una città. Pesantezza è la parola d’ordine del combo di Tver, che con questo “The Beginning” giunge al secondo lavoro dopo il debutto autoprodotto del 2008, ma non solo la pesantezza la fa da padrone qui perché l’etichette che gli si potrebbero appiccicare sono tra le più disparate se rimaniamo in territori di negatività assoluta: disperazione, tristezza, sconforto totale e autodistruzione sono solo alcuni degli aggettivi affibbiabili a questa affascinante release. Potrei andare avanti aggiungendo claustrofobia, rassegnazione e disorientamento chiudendo qui la mia recensione, perché tale è lo sgomento fomentato dai suoni malsani provenienti dal duo composto da Michael e Alexander. E la Solitude Production, che con queste sonorità ci va giustamente a nozze, ha pensato bene di assoldare l’ennesima band di funeral doom nel suo rooster e rilasciare un album che è destinato a lasciare una breccia solo nel cuore di una ristrettissima ed elitaria schiera di metal fan. Eh si perché le sonorità cosi pachidermiche, ridondanti e ipnotiche contenute in queste tre tracce, sono veramente destinate a pochi intimi. Tuttavia il giudizio per l’act russo, che trae sicuramente ispirazione dal sound degli inglesi Esoteric, è più che positivo. Certo “The Beginning” non è un cd che si può ascoltare ovunque, in macchina è sicuramente sconsigliato a meno che non abbiate tendenze suicide, ma sicuramente se aveste voglia di rilassarvi su un letto con un bel paio di cuffie nelle orecchie, credo che la corposità dei suoni ivi contenuti, possa eccitare non poco le vostre sinapsi cerebrali. Le atmosfere create dai lunghi loop chitarristici del buon Sasha di sicuro turberanno i vostri sonni fin qui tranquilli; la seconda “The Misleading” vi ipnotizzerà con i suoi irrequieti inserti noise (che costituiscono i primi 6 minuti della traccia!!), anche se poi i rimanenti 12 minuti malinconici (per non dire strappa lacrime) non siano quanto più semplice da ascoltare. Del growling profondo di Michael qui troverete un’esigua presenza, quasi a donare un tocco di “sacralità” alla canzone. Capisco perfettamente che sacralità e growling non vadano proprio a braccetto però vi garantisco che in questo contesto la cosa risulta calzante. Con i conclusivi 22 minuti di “The Ones Who Left This World” (Allegria!!!) i lenti cingoli del panzer Septic Mind sono pronti a darci il colpo di grazia. La song è ancora più cupa delle precedenti e dire che pensavo di aver toccato il fondo dell’abisso fin da subito, ma qui i nostri superano se stessi e con suoni che vanno ben oltre alla definizione di funeral, ci ammorbano fino a portarci alla disperazione eterna. Buon lavoro per il sottoscritto, peccato solo sia di difficile fruibilità per tutti, sicuramente un ascolto lo merita per la curiosità di capire di capire se esistono davvero dei limiti nella musica o se, giunti sul fondo del precipizio, dobbiamo essere pronti a scavare… (Francesco Scarci)

(Solitude Productions)
Voto: 70

giovedì 17 marzo 2011

The Battalion - Head Up High


“The Battalion”... li scopro solo con questo loro secondo album: mi pento di non averli incontrati prima. Faccio il bravo, recupero la loro precedente fatica “The Stronghold of Men”, me lo sparo e quindi ripasso al loro ultimo “figlio”. Lo reputo all’altezza, se non migliore del precedente. Un po’ di biografia, giusto per capire un po’ meglio la mia sensazione al primo ascolto. La band si forma a Bergen, nell'estate del 2006, da musicisti di esperienza provenienti da alcuni dei gruppi leggendari della Norvegia: band come Old Funeral, Grimfist, Taake, Borknagar e St. Satan. Ora, se non li avete mai sentiti, secondo me, sarà il caso di informarsi. Chi ne avesse già dimestichezza, probabilmente, si starà facendo, come mi ero fatto io, una certa idea del disco: avete pensato ad un album black o death metal? Anch’io! Ci siamo sbagliati. Già, perché questo ensemble spariglia le carte e ci propone qualcosa di diverso. Un prodotto thrash metal, con fortissime influenze dei Motörhead; da qui la mia sorpresa. Stud Bronson (chitarra e voce), Lust Kilman (chitarra), Colt Kane (basso) e Morden (batteria) ci sbattono subito in faccia “Mind the Step”, una canzone thrash tiratissima. Ecco quello che sentirete per tutto il resto del platter. Undici tracce potenti, veloci, suonate molto bene, spietate nel loro incedere, nel loro ritmo e purtroppo maledettamente uguali tra di loro. Ma è un ciddì che non lascia per nulla indifferenti: trascinante, che nella rabbia mescolata alla tecnica, ha il suo punto di forza. Nulla da dire sulla bravura del quartetto. Chitarre, batteria, basso: tutto notevolmente ben fatto. Troverete anche assoli di chitarra niente male (né troppo lunghi, né troppo corti) e batteria a mille, che mi ha deliziato non poco. Mi lascia tuttavia un po’ perplesso la voce del cantante, troppo monocorde sia come stile sia nella varietà di soluzioni. Ottima infine la produzione: tutto si sente come si dovrebbe. Vi consiglio di soffermarvi maggiormente su “When Death Becomes Dangerous” e su “Bring Out Your Dead”, secondo me le migliori, per via di un certo loro carattere più aggressivo che non si ritrova nelle altre. Dicevo che ritengo le song molto simili ed è questa, alle mie orecchie, la pecca più grave. Però, se in altri casi è fonte di noia, in questo non lo è più di tanto. Le track sono brevi e la loro forte carica fa volare via liscio il disco. Bravi. Sarei molto curioso di vederli dal vivo, ma per ora preparo la crema contro gli strappi al collo, mi risparo “Head Up High” e mi lancio nell’headbanger più sfrenato! (Alberto Merlotti)

(Dark Essence Records)
Voto:80

Disease Illusion - Reality Behind the Illusions of Life


Si, si, si… sono ancora qui a scuotere il capo, questa è la musica che volevo ascoltare in questa umida serata d’inverno: fresca, melodica, incazzata, malinconica. I Disease Illusion sono una band giovanissima, nata nel 2006 dalle ceneri dei The Reapers, combo bolognese, che ha virato il proprio sound dall’heavy thrash degli esordi ad un death melodico di stampo scandinavo. La tiepida melodia di un pianoforte apre "Reality Behind the Illusions of Life", poi fortunatamente ci pensa “Predator” a far decollare il tutto: chitarre di palese ispirazione Children of Bodom ci aggrediscono con la loro rabbia, ammantata tuttavia dalla stessa vena malinconica che ne caratterizzava l’intro. Si, si e ancora si, mi esalta sentire musica scritta con il cuore o comunque da chi ha la passione per questi suoni dentro alle vene. Melodie coinvolgenti, ispirati fraseggi di chitarra, qualche cosa rubacchiata qua e là ai vari Dark Tranquillity ed At the Gates e il risultato (buono) è garantito. I nostri continuano a macinare riff corposi, alternandoli a rallentamenti atmosferici, ambientazioni gotiche anche con le successive “From Ashes to Dust” (la migliore song del cd, con quei suoi stupendi giri di chitarra, gli azzeccatissimi assoli e le clean vocals di Fabio Ferrari) e “The Opposer”, più swedish death orientata (Soilwork docet). Buona la prova di Fabio alla voce anche nella sua componente growl/scream, ma in generale è apprezzabile la performance tecnica dei cinque ragazzi (come sempre un plauso alla batteria che non lascia un attimo di tregua). Il malinconico arpeggio di “Beyond the Flaming Walls of Universe” funge da ideale ponte di congiunzione con la seconda parte del cd, più tirata e aggressiva e meno pompata da pezzi ipermelodici. “Blazing Eclipse” spacca che è un piacere , cosi come la successiva “Reborn from Pain” che vede ancora Fabio alle prese con vocalizzi puliti. Chiude il cd la versione orchestrale di “From Ashes to Dust”, più pomposa negli arrangiamenti, ma che comunque conferma la bontà di una band che se, coadiuvata da una produzione decente e da un’ottima promozione, non tarderà ad esplodere nella scena metal nazionale. Complimenti! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 75

Helllight - …And then, the Light of Consciousness Became Hell…


Se fino ad oggi avete sempre associato il Brasile al gioco del calcio, belle donne, spiagge assolate o nel mondo della musica ai Sepultura o ai Sarcofago, beh da oggi, sappiate che le tenebre degli Hellligth caleranno sulla vostra testa, oscurando il sole nel cielo. Da San Paolo ecco giungere nuvole cariche di pioggia che diffonderanno la pestilenza infernale voluta da questo cupo duo. Beh se questa mia breve introduzione non vi è sembrata abbastanza chiara, stiamo parlando di un combo, giunto già al traguardo del terzo lavoro, dedito ad un funeral doom che lascia ben poco spazio a squarci di luce. E lo si capisce immediatamente con il titolo della opening track, “The Light that Brought Darkness”, della serie “Lasciate ogni speranza voi che entrate” e a ragione perché si viene immediatamente avvolti da un senso di assenza totale di ossigeno, quasi a perdere i sensi, storditi da cotanta desolazione. Sapete che cos’è la cosa meravigliosa di tutto questo fiume di tristezza che ci travolge fin da subito? Che è a dir poco incantevole, sbalorditivo per intensità, stupefacente per il suo essere cosi inatteso e imprevedibile. La russa Solitude Productions questa volta ha pescato bene dall’altra parte del mondo con una band dalla classe cristallina che conquisterà dapprima i fanatici di un genere, il funeral doom, e poi potrà a mio avviso aprire le menti di chi è cosi prevenuto nei confronti di una tipologia di sound che, all’opposta di quanto si possa credere, è in grado di regalare esaltanti momenti di musica e gli Helllight ne sono la palese dimostrazione, con un album che per quanto possa sembrare inavvicinabile, (se pensiamo ad esempio solo alle lunghissime durate dei pezzi sempre attestati sopra i 12 minuti), riesce a sorprenderci ad ogni passo. Dopo l’eccellente traccia posta in apertura, capace di regalarci con gli ultimi 5 minuti attimi di solennità profonda, con la seconda “Downfall of the Rain” ci immergiamo in sonorità grevi che trovano il loro maggior slancio nell’inserto pianistico posto a metà pezzo. Pesante e opprimente, il duo carioca lavora ai nostri fianchi con un suono al limite della legalità, fatto di chitarre possenti e ultra slow a verniciare alte montagne innevate, riff sorretti poi da un encomiabile lavoro ai synth di Fabio De Paula (sembra il nome di un giocatore di calcio del Chievo) e da un growling vigoroso che talvolta ci regala attimi di pace con un cantato pulito che mi ha rievocato il buon Alan Nemtheanga, nella sua apparizione nei nostrani Void of Silence. Menzione ulteriore ci tengo a farla per alcuni squarci chitarristici di notevole spessore e di scuola classica, che palesano anche una certa preparazione tecnica dell’act sudamericano. Citazione finale per “Children of Doom”, la mia song preferita, che probabilmente mostra il lato più “etereo” (passatemi il termine) dei nostri, ma che comunque sancisce la mia adorazione per una band di cui non ne conoscevo l’esistenze fino a ieri. Peccato infine per una pessima copertina che con la musica dei nostri ha ben poco da spartire. Comunque sublimi! (Francesco Scarci)

(Solitude Productions)
Voto: 80

Nicht - PART 1 Catalepsy Sinks


Da Parigi ecco arrivare sulla mia scrivania un mcd alquanto interessante, che fin dalla prima traccia “Out of Reach” (a parte l’intro), mi ha scaraventato indietro di quasi quindici anni, quando uscì il sorprendente debutto dei tedeschi Evereve. Certo non siamo ai livelli disumani di quell’album, ma il piglio fantasioso della band transalpina, mi ha da subito conquistato. Il sound proposto dal trio guidato da Iggy Sharpe alle voci, ci presenta un death gothic intriso da oscure tinte darkeggianti, sulla scia dei paladini norvegesi Tristania: il riffing pur risultando ancora un po’ impreciso, si rivelerà alla fine assai piacevole, buona la prova di Iggy alla voce, che denota una grande ecletticità e disinvoltura nel passare da un growling, sempre estremamente chiaro a interessanti cleaning vocals, un po’ meno le female vocals di Sombr I Yahn, che denotano invece una scarsa personalità. Nella successiva “Last Breath”, il livello qualitativo dei nostri subisce una forte impennata: intro affidata ad una chitarra acustica, linee ritmiche assai melodiche ma mai marcatamente ruffiane, le vocals che viaggiano su invisibili binari di cleaning e growling, con quest’ultima che finisce per prendere sempre brillantemente il sopravvento; bridge centrale, in cui Iggy sembra una versione poco più aggressiva di Bon Jovi (!?!), con tonnellate di emozioni incanalate nel flusso vibrante di chitarre malinconiche, sofferenti e prive di speranza. E proprio alla ricerca di speranza si procede con la quarta “Hope”, aperta da sussurri disperati ed eteree vocals femminili fino allo scrosciante growling di Iggy e all’impetuoso attacco ritmico (al limite del black), che rendono questa la mia traccia preferita di questo scoppiettante debutto, capace ancora di rendersi portatrice di soffuse luci autunnali anche nei successivi brani. I Nicht non saranno dei fenomeni a livello tecnico, tuttavia il loro gusto per ambientazioni decadenti, atmosfere cariche di tensione (ascoltate l’intermezzo “Room 19” per avere un’idea) e song ricche di un suggestivo groove, fanno di questo EP un buon punto di partenza per una band che esiste solo dal 2009. In bocca al lupo quindi, non vedo l’ora di scoprire il vostro full lenght! (Francesco Scarci)

(Lugga Music)
Voto: 75

Wraithmaze - Adagio in Self-Destruction


Le informazioni che ho a disposizione per questa band finlandese sono veramente scarse, a partire da una copertina quasi indecifrabile a causa della sua scurezza; tutto ciò che è nelle mie mani è racchiuso nel booklet (scarno) del cd, che a parte i testi, ci informa che abbiamo a che fare con un terzetto formato da Jarkko Rintee alle vocals, Matti Auerkallio alla batteria e Janne Kielinen a synths e chitarra. Allora partiamo subito con l'analisi della musica dei nostri che fin dall'iniziale "Anxiety", mette in luce un sound capace di combinare doom a suoni che demarcano tratti orrorifici, il che cattura immediatamente la mia attenzione: riffone ultra pesante in apertura di disco con voci demoniache in sottofondo e una sinistra tastiera (a dominare tutto il brano) che sembra presa in prestito dalle colonne sonore dei film di Dario Argento e poi tutto ad un tratto uno squarcio nel cielo e le ritmiche che partono nel loro inquietante e assai melodico incedere. Riffs di scuola scandinava infatti pestano che è un piacere e il growling riposseduto di Jarkko a sprigionare fiumi di paura. Con "Contradiction" e il suo possente alone di mistero, mi sembra di cogliere nel sound dei nostri, influenze dei connazionali Gloomy Grim: ritmiche mid-tempos, sintetizzatori che creano tenebrose ambientazioni horror, da brivido l’effetto finale se ascoltato nel buio di una stanza; eccellente anche il chorus “Walking Contradiction” che si imprime nella testa e non lo si riesce più a rimuovere alimentando la nostra sete di adrenalina. Si prosegue sulla stessa linea anche con la pomposa “Burn Liver Burn”, song che continua a mettere in luce le buone qualità del combo finnico che pur non andando a cercare chissà quali raffinati suoni, ha il merito di produrre brani accattivanti, combinando costantemente ritmiche black assai ariose e sinfoniche intervallate con intermezzi ambient (vedi la title-track). “In the Depts of Oblivion” le vocals, in versione più screaming, urlano su un tappeto black sinfonico di reminiscenza primi Dimmu Borgir, che va via salendo di intensità nel corso del brano fino all’epilogo tastieristico. “Equilibrance”, sesta traccia di questo intelligente lavoro, è una suite lunga quasi dodici minuti, che ancora una volta apre con tetre melodie per poi lanciarsi in un mid-tempo che tocca il suo apice in un bridge posto a metà brano, con melodie colme di malinconia che decisamente mi hanno riportato ai primi lavori di My Dying Bride e Anathema, quindi senza alcun dubbio positivo. La conclusiva”Observations of Cremation” è una song che funge da outro ad una release senz’altro positiva che mi ha permesso oggi di scoprire una nuova (l’ennesima) realtà proveniente da una nazione unica, la Finlandia! Benvenuti Wraithmaze! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 75

mercoledì 16 marzo 2011

Helheim - Asgards Fall


Che bella sorpresa! Voi non avete idea di che cosa abbia provato dopo aver infilato questo mcd di 6 pezzi nel mio impianto stereo, un intelligente mix tra viking e black metal. Lasciate perdere i precedenti vuoti lavori della band norvegese, finalmente H'grimnir e soci (qui aiutato anche da Hoest, vocalist dei Taake) hanno colto nel segno, facendo un bel passo in avanti rispetto al precedente album “Kaoskult”. Fin dall’iniziale “Asgards Fall I”, il quartetto di Bergen ci propone il proprio personalissimo ed evocativo sound, fatto di sfuriate black da contraltare a passaggi folk in cui fanno la comparsa tipici strumenti della cultura nordica, decisamente suggestivi e più volte usati in passato anche da Quorthon, nella versione più epica dei suoi Bathory. La seconda traccia è un breve intermezzo che ci introduce ad “Asgards Fall II”, mid-tempo di ben 12 minuti che ci consegna degli Helheim rinnovati (e a questo punto non vedo l’ora di ascoltare anche l’imminente full lenght): l’epicità si fa ancora più forte ed echi di “Hammerheart” dei già citati Bathory si mischiano al sound degli esordi degli Einherjer, miscelando il tutto con gli Enslaved più folkish del periodo “Below the Lights”. Mi sembra quasi di essere stato catapultato nel Valhalla, con gli Helheim che narrano le gesta incredibili dei guerrieri descritti dalla mitologia norvegese, proponendo il tutto con suoni estremamente melodici (bestemmia!!!) ma evocativi, esaltanti e che si imprimono facilmente nelle nostre teste con dei motivetti orecchiabili (ah seconda bestemmia!!!); ma dopo tutto che male c’è, cerchiamo di ampliare un po’ di più i nostri confini mentali e goderci quanto di buono il panorama estremo ha da proporci. Tuoni minacciosi chiudono il brano e la trilogia iniziale e ci aprono le porte alla seconda parte del cd, introdotta dallo scacciapensieri di “Helheim VII”. E via si riparte con il black di “Dualitet Og Ulver”, cavalcata che ricorda il riffing glaciale ma efficace dei mai troppo compianti Windir fino a chiudere questa sorprendente release con “Jernskogen”, rifacimento (abbastanza inutile) di una song già proposta nell’album “Blod & Ild”, vero e proprio capolavoro della band scandinava. Se il buon giorno si vede dal mattino, le mie mani si stanno già sfregando in attesa di ascoltare “Heiðenðomr ok Motgangr”, che probabilmente potrà rappresentare il vero e proprio trampolino di lancio per una band che non è mai stata troppo presa in considerazione nel panorama black internazionale. Le buone premesse ci sono tutte, ora vogliamo i fatti! (Francesco Scarci)

(Karisma Records/Dark Essence)
Voto: 80

martedì 15 marzo 2011

Raventale - After


Come back discografico per Mr Astaroth, leader della one man band ucraina Raventale, che a poco più di un anno e mezzo dal precedente “Mortal Aspirations”, torna col suo black doom atmosferico. Se tanto avevo apprezzato la precedente release, con “After” mi sembra che il talentuoso polistrumentista abbia fatto un leggero passo indietro, proponendo sonorità molto più derivative che in passato. L’album si apre con “Gone”, dieci minuti di un doom soffocante, cadenzato e desolante, in cui la voce del nostro eroe si conferma sofferente e disperata, senza tuttavia mai travalicare in uno screaming blackish. Il sound continua ad avere come punti di riferimento i grandi maestri del genere (quelli degli esordi però), Anathema e My Dying Bride, mostrando ritmiche permeate di un pathos e di una drammaticità, oramai vero marchio di fabbrica per l’artista di Kiev. Passaggi ambient si accavallano a frangenti acustici, in cui le sole emozioni ad emergere non possono che essere quelle di un’autunnale malinconia. Finalmente, il cd inizia a prender quota e posso riconoscere le qualità dei Raventale, che nella breve (per i loro consueti standard) title track torna a mostrare anche quella cattiveria palesata nei precedenti lavori, pur mantenendo comunque quell’alone mistico di sempre. Passano i minuti ed è il turno della strumentale “Youth”, altri 5 minuti di gelidi paesaggi tipici della steppa, in cui ancora una volta, si incuneano ritmiche che richiamano alla memoria gli Anathema di “The Silent Enigma”. Ben venga quindi in questo caso l’essere derivativi, anche se gli originali rimangono irraggiungibili, anche perché il limite del buon Astaroth, è quello di essere talvolta un po’ troppo ripetitivo nei suoi giri di chitarra. Siamo quasi alla conclusione del cd ed è il turno di “Flames”, song più orientata verso il black nordico piuttosto che capace di continuare a percorrere la strada del funeral doom ascoltato fino ad ora: un po’ Immortal (quelli più epici), un po’ Burzum (quello più melodico) e un po’ Dimmu Borgir (quelli meno sperimentali), i Raventale spingono il loro sound verso la Norvegia. C’è da dire però che questa traccia non è altro che una ri-registrazione di “Shredding the Skies by Fire”, brano presente nel debutto “Means on a Crystal Field”. Quando pensavo che ormai il cd si fosse concluso dopo la quarta traccia, fa capolino una bonus track di 7 minuti, che alla fine risulterà anche essere la mia traccia preferita del disco, sicuramente la più varia, anche se i fantasmi di Burzum e Satyricon emergono ancora una volta, in una song che fa del minimalismo il suo credo. D’altro canto lo dicevo in apertura di recensione, questo “After” è decisamente l’album più derivativo del nostro amico Astaroth, tuttavia potrei continuare con un bel “chi se ne frega”, se dopo tutto la musica che salta fuori dalle tracce di questo cd, si lascia ascoltare piacevolmente continuando a trasmetterci oscure gelide emozioni; vorrà dire che passeremo sopra anche questo peccato veniale… (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 75

Kraaker - Musikk Fra Vettenes Dom


Quando leggo nei flyer informativi Norvegia ed experimental black, non so perché ma un fremito mi percorre la schiena, tanta è la curiosità e il desiderio irrefrenabile di ascoltare qualcosa di davvero sorprendente in questa noiosa estate. Ahimè già dalle prime note di questa release, la mia eccitazione viene subito estinta dalla dabbenaggine della proposta musicale dei nostri. Non si può prendere per i fondelli i fans (tanto meno chi scrive le recensioni), spacciando qualcosa per ciò che realmente non è: eh si perché il nostro duo norvegese non fa altro che proporre un concentrato di black old school, con qualche piccola variazione al tema, ma alla fine gli ingredienti della scuola scandinava ci sono tutti: riffing mitragliato zanzaroso, vocals belluine, suoni glaciali e qualche rallentamento presagio della comparsa di qualcosa di realmente sperimentale che possa comparire da un momento all’altro, ma che ben presto, ho inteso, non arriverà mai. I nostri musicisti erranti, al pari di corvi oscuri (questa l’autocitazione di questi strani individui), non producono assolutamente nulla di interessante, nuovo o tanto meno sperimentale, ma solo un black thrash inconcludente che rende quest’estate tra le più noiosi di sempre… (Francesco Scarci)

(Final Earthbeat Prod)
Voto: 55

Folge Dem Wind - Inhale the Sacred Poison


Ormai bisogna ammetterlo, la Francia è diventata una fucina di talentuose band black metal; inutile negare l’evidenza, ma Deathspell Omega, Blut Aus Nord, Alcest, Pensees Nocturne, Les Discrets (e mille altre) arrivano tutte dalla nazione dei tanto odiati cugini e anche oggi mi devo arrendere davanti alla palese superiorità di questi Folge Dem Wind e andarli ad annoverare tra le più talentuose band d’oltralpe. Fatta questa larga premessa, posso anche dire che seguo il quintetto proveniente dalla sconosciuta Montgeron, fin dal loro Ep d’esordio, “Hail the Pagan Age”, e già d’allora la band mi aveva colpito per il sound oscuro e malefico, che si delineò più marcatamente nella prima ufficiale release, ma che a mio avviso, solo con questo notevole “Inhale the Sacred Poison” sfiora apici di genialità. E lo fa fin da subito con la malatissima title track che a cavallo tra sonorità black, avantgarde e suggestioni psicotiche, ci getta in un turbine di malsana follia con i suoi 7 minuti e passa. Con la successiva “…Of Blood and Ether”, la musica dei nostri, pur palesando le nerissime radici black, ci porta a spasso attraverso territori difficilmente esplorati da gruppi black. Certo non siamo di fronte alla schizoide proposta dei norvegesi Fleurety o alla dirompente classe dei già citati Deathspell Omega, ma sinceramente certe scelte armoniche, alcune dissonanze ritmiche, la costante presenza di melmose atmosfere (ascoltatevi “Behind the Grey Veil”) e la ricerca di frammenti intimistici, non fanno che confermare le enormi potenzialità dei nostri. La terza traccia l’abbiamo già menzionata ma vorrei citarvi il meraviglioso prologo che con la musica metal ha da sicuro ben poco da spartire (chi ha citato Jazz?) e proprio in questo sta il punto vincente dei Folge Dem Wind: attaccarci selvaggiamente con i loro spietatissimi riffs di chiara matrice black nordica e poi nell’incedere aggrovigliante delle song, saperci condurre in oscuri meandri della loro malatissima mente, complici anche le vocals strazianti di Kilvaras. Voglio farvi una ulteriore premessa: “Inhale the Sacred Poison” non è un lavoro di immediata assimilazione, servono decisamente diversi ascolti per poterlo assimilare e poterlo certamente apprezzare, ma quando vi sarà entrato nelle orecchie, sarà veramente difficile farne a meno, perché ha quel quid, quella caratteristica che solo le grandi band capaci di osare l’inosabile, in grado di creare qualcosa di duraturo e sono stra convinto che i nostri abbiano queste caratteristiche. Eccezionale “…Of Reptilian Fires”, song che in sé, racchiude tutta la raffinata ricercatezza di brutalità e sperimentazione, nonché della ineffabile semplicità nel gestire lunghi pezzi con estrema disinvoltura. Il disco gira che è un piacere tra stralunate linee di chitarra, urla disumane, inserti post metal, frammenti impazziti di jazz, facendo la gioia di chi come me, è alla costante e frenetica ricerca di sonorità fuori dal comune e quelle proposte dai Folge Dem Wind, di sicuro racchiudono qualcosa di magico, esoterico, onirico e profondamente malvagio. Seducenti! (Francesco Scarci)

(Code 666)
Voto: 75

lunedì 14 marzo 2011

Hierophant - Hierophant


Periodo florido questo per la scena italiana: dopo il post hardcore degli Amia Venera Landscape, il post metal dei A Cold Dead Body, il cyber metal degli Aneurysm o il death grooveggiante dei Mothercore, ecco approdare sulla scena un'altra interessante realtà, quella dei temibili Hierophant. L'album omonimo della band di Ravenna è un concentrato corrosivo di musica brutale che cammina su binari paralleli, (e che sia ben chiaro, mai si incontreranno), di black metal e hardcore, quest'ultimo tra l'altro, di quello più intransigente e selvaggio. Le nove feroci saette qui contenute, creano una miscela sonora corrosiva, soffocante e insalubre, che difficilmente potrà dare ossigeno ai vostri polmoni: 35 minuti al termine dei quali vi sembrerà di impazzire, schiacciati dall'insanità di cui è pregno questo cd. Già partendo dalla prima traccia, è possibile scorgere che nel DNA dei nostri è racchiuso qualcosa di malato, angosciante e psicotico, che ben presto prenderà il sopravvento. È lento ma assai minaccioso il suo incedere, pronto per esplodere nella seconda "I Am I, You, Nobody", tre minuti di musica lacerante e opprimente che propone malefici suoni black sorretti da strazianti urla, tipiche del movimento hardcore old school in pieno stile Integrity. E proprio il vocalist Dwid Van Hellion della band di Cleveland, compare in veste di ospite nella terza rasoiata, "As Kalki", che inizia all'arma bianca, all'insegna di un crust punk oltranzista per poi virare verso sonorità più ragionate. Lo stesso dicasi per la successiva "Mother Tiamat", song dall'aura decisamente sinistra che, senza mai pestare particolarmente sull'acceleratore, ha il pregio di captare la nostra attenzione su suoni che potremo immaginare come un inconcepibile mix tra Isis ed Enslaved. Non so, forse sto scrivendo cazzate, ma vi garantisco che non è affatto semplice caratterizzare il sound degli Hierophant, per quanto potrebbe essere facile e diretto fin dal primo ascolto. Ma è questo in realtà quello che mi frega e disorienta, perché ad un ascolto molto superficiale, l'idea che potremo farci di questo sorprendente ensemble, sarebbe totalmente sbagliata e finirei per etichettarlo come un classico hardcore, ma sta qui l’errore e la necessità di approfondire meglio l’ascolto di questa release e scavare a fondo nella psiche di questi ragazzi, sicuramente innamorati delle sonorità ancestrali punk/hardcore, ma di sicuro anche fortemente influenzati dalle devastanti e violente sonorità black metal di Darkthrone, Mayhem di primi anni ’90, in un inedito viaggio all’interno del diabolico mondo della musica estrema. Plauso per la finale “Hermetic Sermon Pt.3”, song che mostra l’amore viscerale dei nostri per Neurosis e compagnia. Vetriolo allo stato puro, ferali! (Francesco Scarci)

(Demons Runamok Entertainment)
Voto: 75

domenica 13 marzo 2011

Sonic Reign - Raw Dark Pure


Vengono dalla Germania, sono un duo e suonano un black metal dalle fosche tinte raw-depressive. I Sonic Reign esordiscono sulla lunga distanza, con un lavoro di difficile impatto, poiché il sound proposto dai nostri, richiama quel suono “moderno” degli ultimi Satyricon, miscelato alla ruvidezza dei Darkthrone di “The Cult is Alive”. Chitarre graffianti, ritmiche sincopate e vocalizzi malefici non possono che rievocare anche “Volcano” di Satyr e compagni. Rari fraseggi melodici, caliginose atmosfere autunnali, parti acustiche e schegge black old school, rendono “Raw Dark Pure” un prodotto caldamente consigliato a chi ama questo genere di sonorità, così glaciali e avulse ad ogni tipo d’influenza avanguardistica, in stile Arcturus. Il debut della band teutonica però non fa certo gridare al miracolo, perchè dischi del genere ne sono ormai usciti a tonnellate negli ultimi anni. Tuttavia, la band cerca di ritagliarsi un proprio definito sound, grazie ad un doppio uso delle vocals, screaming ed effettate, ma anche grazie a qualche soluzione assai rara nel black, gli assoli. La cosa che più mi stupisce è poi la scelta della casa discografica, la Metal Blade, che negli ultimi tempi aveva esclusivamente puntato, su band metalcore. Gelida la cover del cd in pieno Darkthrone style; con un po’ di lavoro in più, i Sonic Reign potrebbero essere la sorpresa del futuro... (Francesco Scarci)

(Metal Blade)
Voto: 65

Nine - It’s Your Funeral


Anche la Spinefarm ci si mette col produrre band di questo tipo? Avevo apprezzato l’etichetta finlandese per la sua coerenza di fondo nel produrre essenzialmente band provenienti dalla Finlandia e che suonassero black, death o power. Ora, con gli svedesi Nine, si passa addirittura ad una band che suona hardcore dalle influenze punk. Se dovessi citare di primo acchito una band di riferimento, penserei agli Entombed di “Uprising”, ma poi il lavoro evolve in modo strano: il cd comunque parte forte, aggressivo, con le ruvide vocals di Johan Lindqvist a dominare la scena. La terza traccia è già più tranquilla, con una piacevole melodia di chitarra, che ricama in sottofondo, inusuali giri per tale genere. Un peccato che la produzione penalizzi il suono dei vari strumenti, per porre in evidenza, a me pare, la sola voce di Johan. Le successive songs perdono un po’ della cattiveria iniziale e il cd si avvia stancamente verso una conclusione, forse troppo affrettata, in cui la band di Linkoping, sembra suonare in pieno stile Foo Fighters, ma con vocals al vetriolo. Decisione opinabile la loro, che tuttavia rende difficile anche per il sottoscritto, riuscire a dare una valutazione del tutto chiara, del disco. Mi verrebbe da definire il sound dei nostri come “post grungecore”, voi dategli un ascolto, magari potrà anche piacervi... (Francesco Scarci)

(Spinefarm)
Voto: 55

Vomitory - Terrorize Brutalize Sodomize


Ahia, quando ho letto sul pacchetto Vomitory, ho temuto il peggio per le mie orecchie già malandate di questo periodo. Torna la storica band svedese (in giro ormai dal 1989) con il sesto album, un attacco al fulmicotone costituito dal classico violento sound death a metà strada tra il brutal americano e il feroce death scandinavo. Dieci songs belle compatte, veloci e indiavolate, che costruiscono tonnellate di riffs, lanciate a mille contro l’ascoltatore. Gli ingredienti utilizzati dai Vomitory poi, sono sempre gli stessi: ritmiche efferate, growling catacombali, sfuriate al limite del grind, ma anche rallentamenti sconfinanti nel thrash. Rispetto al precedente “Primal Massacre”, le differenze sono assai poco rilevanti: forse in questo terrificante “Terrorize...”, i pezzi sono più brutali e diretti, contraddistinti comunque, sempre da un’eccellente produzione, pulita e potente, avvenuta presso i Leon Music Studios. Difficile identificare un brano piuttosto che un altro, perchè tutte le dieci tracks sono delle saette in grado di trafiggere il nostro costato. Le influenze dei vari Dismember e dei primi Entombed, nonché delle extreme gore bands americane, sono sempre ben identificabili nel background musicale dei nostri. 17 anni sono passati dal loro esordio, ma nulla è cambiato, il sangue continua a sgorgare a fiotti... Solo per amanti di sonorità estreme! (Francesco Scarci)

(Metal Blade)
Voto: 65

Ver Sacrum - Tyrrenika


In tutta sincerità mi aspettavo qualcosa di meglio da questa release, da più parti osannata per la scelta del combo toscano di celebrare le gesta di un popolo leggendario quanto mai sfortunato, gli Etruschi. E cosa c’è di meglio del black più feroce e tirato per compiere questa commemorazione? Mah in effetti la scelta dei nostri mi sembra quanto mai discutibile e scontata, ma si sa che quando si parla di orgoglio patriottico, non c’è miglior genere che quello oltranzista del black metal. C’è da dire però che il sound estremo proposto in questo lavoro non si limita ai suoni puramente graffianti del genere suddetto, ma convergono anche sonorità più tipicamente classicheggianti come quelle taglienti del death scandinavo o quelle corpose del thrash mittleuropeo. “Tyrrenika” rappresenta il debut album per questo quintetto senese e un po’ di ingenuità è ancora palese nei 40 minuti scarsi di questo platter. 40 minuti di ritmiche tiratissime sostenute da una batteria che più che uno strumento musicale sembra la contraerea delle notti senza stelle di Baghdad, per la sua spaventosa velocità. Le vocals gracchianti di Filippo "Veltha" Piermattei (evocative e suggestive, nei momenti in cui canta in latino) declamano, nel loro straziante incedere, la storia e le difficoltà incontrate dal popolo etrusco nella loro breve vita. In definitiva, nulla di nuovo all’orizzonte, anche se l’auspicio è che questo concept cd, sia un punto di partenza per i nostri e un punto di svolta per il black pagano italico, fiero dei suoi illustri antenati e della sua memorabile storia. Monolitici! (Francesco Scarci)

(Rock Over Records)
Voto: 65

sabato 12 marzo 2011

Grenouer - Lifelong Days


Ottima prova dei Grenouer, quartetto russo di Perm che con questo “Lifelong Days”, reissue di un album precedente uscito solo in Russia col titolo “Presence With War”, entra nel mercato europeo grazie alla Locomotive Records. Si tratta di un disco che abbraccia l’ascoltatore con un’atmosfera industrial per tutta la sua durata e che saprà soddisfare le esigenze di molti di quei metallari “duri ma non troppo”. Si inizia con la roboante “Indecent Loyalty” che introduce il disco senza troppi convenevoli per preparare lo spazio ai suoni incisivi e sincopati di “Addicted to You”: un piacevole e “diverso” momento, atto a drogare la mente di chi sa ascoltare. Stupenda “With no Concern” dove brevi e ben congegnate iterazioni, invitano la testa del metallaro al più sfrenato headbanging. La successiva “Away From Now” è solo preparatoria alla più congeniata e cattiva “Finding the One” dove la voce, a tratti growl, la distorsione delle chitarre, unitamente ad una buona prova del batterista, invitano al pogo più violento, trascinandoci in un’estasi mistica in cui tutto è concesso. La cattiveria si affievolisce solo debolmente in “Off the Back of Others” per poi essere ancora una volta riabbracciata in “The Unexpected”: una sapiente amalgama di chitarre, batteria e pause ben cadenzate tecnicizza “quanto basta” il pezzo senza scadere in eccessi. Con “Employed Beggar”, invece, il programma cambia: le chitarre diventano dissonanti, abbandonando il sound precedente. Ottima “Re-Active” di cui l’album offre anche il videoclip. A chiudere il disco la lenta, tranquilla e dalla voce questa volta pulita, “Patience” che ci riporta, purtroppo, alla cruda realtà, dalla quale le suadenti melodie di “Lifelong Days” hanno saputo solo momentaneamente strapparci. Coinvolgenti! (Rudi Remelli)

(Locomotive Records)
Voto: 80