Interviews

martedì 26 giugno 2018

Stortregn - Emptiness Fills The Void

#PER CHI AMA: Black/Death, Dissection, Dispatched
Dalla Svizzera con furore mi verrebbe da dire: l'ensemble proveniente da Ginevra, giunge al ragguardevole traguardo del quarto lavoro, e dire che io non li avevo mai sentiti nominare prima di oggi. 'Emptiness Fills The Void' esce per la Non Serviam Records, interessante etichetta olandese votata alla promozione di black band melodiche. E questi Stortregn non sono da meno, con una proposta costituita da nove pezzi di black death melodico di scuola svedese che chiama in causa, più o meno, band del calibro di Dissection e Unanimated, anche se i cinque ginevrini non riescono ancora a raggiungere le vette dei gods scandinavi. Certo, non posso rimanere impassibile di fronte all'aggressività di "Through the Dark Gates", song sparata a tutta velocità e tra le cui linee efferate di chitarra elettrica e blast beat, si celano partiture acustiche che vanno a mitigare la tempesta sonora scatenata dai nostri. Come non sottolineare poi una song come "Circular Infinity", cosi irrequieta, ma dotata di un azzeccatissimo assolo che ne spezza il carattere funambolico, anche a livello vocale, dove il growling/screaming del frontman Romain Negro, diviene una calda voce pulita. Un arpeggione sinistro apre "The Forge", pezzo dalla ritmica ondivaga che anticipa "Nonexistence", la mia traccia favorita, questo perchè qui i solismi si sprecano: le chitarre delle due asce Johan Smith e Duran K. Bathija infatti s'inseguono in una song dal forte sapore classicheggiante, ricordandomi i Dispatched di 'Motherwar' ma anche un che dei giochi di prestigio del buon vecchio Yngwie Malmsteen. La lezione è stata appresa alla grande dagli Stortregn che sul finale tirano un po' il freno a mano, lanciandosi in una malinconica chiusura. "The Chasm of Eternity" dura poco meno di tre minuti: è strumentale e ha il ruolo di mostrare la vena progressive rock dei nostri facendo da ponte tra la prima metà del disco e la sua seconda parte che esplode con il fragore deathcore di "Lawless", quasi un pezzo alla Fallujah, almeno all'inizio. L'evoluzione non è poi cosi positiva come per la band americana visto che raddrizza il tiro tornando al black death dei primi pezzi. "The Eclipsist" ha un altro inizio affidato alla chitarra acustica che poi evolve in un attacco di oscuro death dinamitardo fin troppo quadrato. Fortunatamente, tornano in nostro aiuto le partiture acustiche che minimizzano l'eccessiva monoliticità di una proposta talvolta troppo precisa, troppo lanciata su dei binari che non troveranno mai un punto d'incontro. Certo, non posso fare finta di nulla davanti alla perizia tecnica dei musicisti, e spaventoso a tal proposito è Samuel Jakubec dietro le pelli. Tuttavia alla band manca quel calore avvolgente che hanno reso grandi album capolavori quali 'Storm of the Light's Bane' o 'Ancient God of Evil'. Arrivare infatti al gran finale di questo disco e trovarsi di fronte gli undici minuti di "Children of the Obsidian Light", non è proprio cosa da poco da affrontare: già annichiliti dalla robustezza di "Shattered Universe", ci sono ancora gli arpeggi in apertura della track finale da assorbire, le ritmiche sincopate, le grida del vocalist e ancora tanta, troppa carne al fuoco, tipo le ubriacanti scale ritmiche e i trasognanti assoli, tanto per dirne un paio. 'Emptiness Fills The Void' alla fine è comunque un buon disco, forse assai ostico da affrontare, tant'è che mi ci sono voluti davvero parecchi ascolti per arrivare a stendere queste conclusioni. (Francesco Scarci)