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martedì 14 marzo 2017

Partholón - Follow Me Through Body

#PER CHI AMA: Post Metal, Neurosis, Cult of Luna, Isis
Centrare il bersaglio grosso al primo colpo non è affare per tutti. Gli irlandesi Partholón tuttavia, per quanto la loro musica possa essere definita derivativa, ci sono riusciti in pieno, ma andiamo con ordine e proviamo a capire qualcosa in più. A detta di Wikipedia, nella tradizione medievale irlandese, Partholón, nativo della Sicilia, era il capo del secondo gruppo di persone che colonizzarono l'Irlanda. Si dice che siano stati i primi ad arrivarvi dopo il mito biblico del diluvio universale. Ora questo moniker identifica anche un quartetto proveniente da Cork, fondato nel 2015 sulle ceneri dei Five Will Die (autori di due album doom tra il 2008 e il 2011), che propone un post metal che trae palesemente linfa vitale dai Neurosis. C'è chi potrebbe gridare addirittura al plagio, io utilizzerei piuttosto la parola rivisitazione, che nelle quattro tracce contenute in 'Follow Me Through Body', trova spunti davvero interessanti. Fin dalla opening track, "To the Stars", una song drammatica nel suo incedere sludge/post metal, che rivela la sua anima pulsante lungo i suoi oltre otto minuti, fatti di sonorità melmose che, a livello vocale, richiamano inevitabilmente Scott Kelly e soci, mentre da un punto di vista musicale allargherei il tutto anche a Isis e Cult of Luna, in una rilettura davvero convincente. "Jerusalem" è un tutt'uno con la prima song e nel suo magmatico avanzare, evidenzia certamente la somiglianza vocale tra il vocalist irlandese e il suo più famoso collega di Oakland, ma poco importa perché le atmosfere oscure e dilatate rendono giustizia ad un pezzo caratterizzato da pachidermiche chitarre fuzz. "Light" parte più lenta con la sola voce abrasiva del cantante in primo piano, ma sono comunque le melodie a guidare il lento camminamento tra fosche atmosfere apocalittiche. È forse però con gli oltre 14 minuti di "Hunt" che i nostri danno il meglio di loro stessi, una song in cui compaiono anche forti ammiccamenti al progressive, sebbene la musica si muova lenta e timida tra ripetitivi giri di chitarra in sottofondo e spirituali vocals corali. Dopo i primi cinque minuti c'è il primo strappo, con gli arrangiamenti che diventano più avvolgenti, le melodie si fanno più malinconiche, il cantato più personale e le atmosfere più cupe grazie ad un delicato breakdown armonico che lancia la musica dei nostri verso una fuga strumentale dal mood tipicamente post rock, contribuendo cosi a rievocare paesaggi nella mia mente che vidi recentemente durante il mio viaggio in terra d'Irlanda, per cui chiudendo gli occhi non posso far altro che vedere le spettacolari Scogliere di Moher col vento che soffia e il mare che s'infrange sulla costa. L'ipnotico batticuore finale sancisce la chiusura di un gran bell'album e l'inizio di una storia che in futuro, sono certo, ci potrà regalare grosse soddisfazioni. (Francesco Scarci)