Interviews

mercoledì 3 settembre 2014

Faces of Bayon – Heart of the Fire

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Doom, Cathedral, Warhorse, OM
Nel 2011 la Ragnarok Records presentava al mondo un ensemble americano proveniente dal Massachusetts, dedita ad uno stupendo e colossale doom carico di psichedelia, potenza e ipnosi. La band si chiamava Faces of Bayon ed il cd, 'Heart of the Fire', rappresentava un piccolo gioiellino nel genere. La sfortuna cadde sulla band l'anno stesso dell'uscita del disco e il trio vide lasciare definitivamente questa terra il batterista cospiratore di questo immenso lavoro. I nostri lasciarono nel bel digipack una giusta dedica alla memoria di Mike Davis scomparso nel gennaio del 2011. Ad oggi la band ha un nuovo batterista ed è in procinto di licenziare un nuovo lavoro sempre via Ragnarok Records. Ma ritorniamo a 'Heart of the Fire', album di cui possiamo solo esserne fieri e il cui ascolto è un salutare delirio per le nostre menti. Il disco si posiziona esattamente tra i Cathedral di 'Endytime', i Warhorse di 'As Heaven Turns to Ash', con una velatissima vena epica a la Candlemass e una mistica oscurità a la OM, ma senza mai sfiorarne il plagio. La band tocca vette altissime e il tutto risuona magistrale, dalla ricercata e curata disposizione dei suoni alla costruzione dei brani, che pur continuando nella ferrea strada del doom più ostinato, creano ponti psichedelici moderni ed innovatori, atmosfere surreali, sensuali e oscurissime (vedi la splendida "Godmaker!") con venature maledette care ai Crime and the City Solutions, immaginandoli suonare doom (la vedete "All Must be Over" in versione doom?!). L'intero disco non mostra lacune, un suono cavernoso, definito, potente, compresso e distorto contraddistingue una band da non sottovalutare e da non perdere assolutamente di vista. Cinquantadue minuti in sei brani interpretati da un'ottima voce dal tocco maligno e tenebroso, come se John Tardy degli Obituary avesse sparato a rallentatore le sue incursioni vocali, buone anche le parti vocali pulite e la batteria del compianto Davis è tutta da assaporare, stupenda! Chitarre e basso sono super ribassate, pesantissime e si muovono con passi da mammut, un mammut in riflessione strafatto di LSD. Suoni sperimentali sparsi qua e là miscelano il tutto, una vena tutta rock (cosa che li accomuna molto ai mitici Cathedral) non abbandona mai la scena per quanto buia e tenebrosa sia. Un rivoluzionario, costruttivo senso di vuoto ci pervade durante tutto l'ascolto che non annoia mai. Nel finale "A Fire Burns at Dawn" sconvolge l'ascoltatore con un barlume di speranza, descritto da una traccia più solare e capeggiata da un sound cristallino che comunque svanisce in poco più di due minuti. La musica del destino non è per tutti ma questo è un lavoro che dovrebbe essere preso ad esempio da tutti, devoti e profani. In trepida attesa del prossimo disco ci affoghiamo tra le note di questo cosmo sonoro dilatato e oscuro. Una chicca nel genere! (Bob Stoner)

(Ragnarok Records - 2011)
Voto: 80