Interviews

sabato 22 giugno 2013

Green Carnation - Light of Day, Day of Darkness

#PER CHI AMA: Avantgarde, Progressive Rock
Lo ammetto, si tratta di una recensione difficile. Di album costruiti su un’unica, enorme canzone ne esistono una nutrita schiera nel mondo musicale heavy e metal in generale, e questo disco appartiene a tale categoria: una metal-suite senza soluzioni di continuità, un groviglio di note che va ad occupare un’ora piena del tempo di chi l’ascolta. Allora cos’ha questo disco di cosi particolare? Difficile da comprendere al primo ascolto, e pure al secondo e forse anche al terzo. Può aiutare nella fruizione il capire prima l’autore, tale Tchort, un musicista del tutto particolare: collaborazioni con diversi gruppi poderosi (... In The Woods ed Emperor su tutti), eccletismo, scelte compositive che spiazzano e spaziano tra generi svariati quali progressive rock – doom - spunti epic/folk e schegge di psichedelia – death - echi black, oggi spesso accomunati, ma che forse nel 2001 ancora viaggiavano su binari raramente così intrecciati... e personalità, molta, moltissima. Ulteriore tratto, mandatorio per trovare la chiave di volta dell’opera, la tragedia di aver perso un figlio ed la gioia di poterne cullare un altro. Perché questo è successo al Nostro e questo viene cantato, urlato, sviscerato nei 60 minuti contenuti nel platter. Ed ecco che seguire musica e parole diventa imprescindibile, un tutt’uno, un organismo in equilibrio solo se non smembrato nelle sue componenti. Non aspettatevi nulla di quanto i succitati generi, presi singolarmente, siano soliti offrire: toni vocali caldi ed un uso del growl limitatissimo (Kjetil Nordhus - ... In The Woods), sonorità praticamente perfette, nessuna distorsione fuori posto, il tutto a far da base per due cori (uno lirico e uno di voci bianche) e un esercito di guest e strumenti aggiuntivi. È necessario immaginare un unicum, l’unione di tutto, ma smussato delle componenti più estreme per lasciare spazio ad un lavoro ben levigato, liscio, che scivola, penetra dentro la mente, insinuandosi in profondità senza preavviso, in modo delicato ma violento. Arriverà così il momento in cui l’intera opera si svelerà nella sua pienezza, paralizzando per più di qualche istante il nostro sistema nervoso e pretendendo attenzione e rispetto. Un’opera, due metà, musica e parole, un prima e un dopo, simbolicamente separati ed uniti dalla straziante voce/lamento di Synne “Soprana” Larsen (... In The Woods). Lavoro grandioso, per chi scrive forse al limite del capolavoro, mai più superato dall’autore nei successivi parti compositivi, invero migrati su differenti coordinate musicali. Pretendere di descrivere una tale opera in poche righe risulta una pura presunzione, ma ci si augura ugualmente di aver aperto almeno un piccolo spiraglio per far si che questo disco, probabilmente sottovalutato al momento dell’uscita, possa essere (ri-)scoperto, compreso e doverosamente ammirato. (Filippo “Pippo” Zanotti)