Interviews

sabato 30 ottobre 2010

Silent Path - Mourner Portraits


53 minuti e 45 secondi: 44, 43, 42… Ecco come “sento” questo disco: una caduta lenta, micidiale, inesorabile ma soprattutto inarrestabile, un conto alla rovescia che porta dritto dritto… alla bara. Un’immagine inquietante certo, che fa rimembrare quel periodico oscillare della falce di “The Pit and the Pendulum” del maestro E. A. Poe. Pace all’anima sua. Per la mia c’è ancora tempo. “Empty Earth”, “Broken Trees”, “Epic Suicide” sono solo tre delle nove tracce del disco. Titoli e contenuti tali da spingermi a definire questo lavoro un vero e proprio concept album. Una sorta di bambola assassina governata dalle fila della tristezza, della depressione e dalla peggiore di tutte, la solitudine. Musiche che non esitano, bensì godono nel rovistare tra le viscere dell’animo umano, viscere come quelle del “De Humani Corporis Fabrica” del Vesalio per intendersi. Musiche che si insinuano dentro, con forza; musiche e parole che erigono un vero e proprio “Malleus Maleficarum” per torturare, si, per torturare e con dovizia di particolari, l’incauto ascoltatore.. Ma quali le caratteristiche di queste musiche? Ecco alcuni dei comandamenti che vengono qui rispettati: lentezza in certi punti tale da mettere in difficoltà chi si trova tra piatti e tamburi, dissonanza e distorsione per la chitarra che non ha praticamente mai un suono pulito, voce growl, testi cantati abbastanza lentamente da dare il tempo, a chi canta, per una sorsata di rum tra una parola e l’altra. Una parola non sprecata per “Forgotten Sounds”: solitamente in un disco una traccia strumentale viene “sciacquata” via dalle altre, cantate (non a caso ho usato questo verbo, ascoltare per credere), io invece voglio, per una volta, sottolineare proprio una di queste canzoni, forse anche per gli ottimi campionamenti che creano il giusto pathos per un disco di questo genere. Ah si, quasi dimenticavo: dietro al nome “Silent Path” si cela un unico artista, di origine iraniana, il cui pseudonimo è “Count De Efrit” ma ahinoi non ci sarà nota la sua vera identità. Chiudo questa mia epistola con un avvertimento: assicuratevi di avere il morale alle stelle prima di lanciarvi all’ascolto di questo disco, toglietevi ogni tipo di prurito, già perché sarà l’ultima cosa che farete! Si, sono un bastardo, ve l’ho detto solo alla fine, quando ormai è troppo tardi per fare qualcosa: 3, adesso vi è ormai venuta già 2, voglia di 1, farla finita. Ben vi sta! Dannate siano le vostre anime… (Rudi Remelli) 

(Evil Distribution)
voto: 75

Pressure Points - Remorses to Remember


Incredibile trovarsi tra le mani l’album che non ti aspetti, la band sconosciuta che ti sfoggia un eccellente lavoro pur pescando a piene mani le proprie idee dalla sconfinata discografia degli Opeth, ma chi se ne frega. Era già capitato in passato di trovarmi a recensire band che si rifacevano palesemente ai mostri sacri svedesi, ma ho più volte ribadito che se una band è in grado di regalarmi profonde emozioni, seppur la musica sia influenzata da altre band, non rappresenta un grosso problema. E questi Pressure Points corrispondono all’esatto identikit descritto sopra: band sconosciuta, ispirata alla band di Mikael Åkerfeldt e soci, con un grande album di esordio rilasciato dalla sempre attenta Firebox Music. La storia dei nostri è relativamente recente: formatisi nel 2004, dopo le classiche jam-session per puro divertimento e gli assestamenti di rito nella line-up, ecco finalmente arrivare al grande pubblico i progsters finlandesi Pressure Points e mamma mia che botto! Cari amici devoti dei maestri Opeth, prendete come sempre carta penna e calamaio e segnatevi questa band davvero interessante, capace di deliziare i nostri palati sopraffini con 6 lunghissime tracce (con una media di 8 minuti) più un intermezzo strumentale. Sebbene la giovane età della band, il combo finnico si dimostra immediatamente maturo e con un sound quasi del tutto definito. Dicevamo si delle influenze provenienti dai ben più famosi colleghi svedesi, ma credo che con il prossimo lavoro, saremo già in grado di gridare al miracolo per la capacità direi innata di mischiare tranquillamente il death alla musica progressive con un pizzico di rock anni ’70, sublimi! Qui c’è musica emozionante, in grado di incatenarvi allo stereo per giorni spingendovi all’ascolto reiterato di questo sorprendente "Remorses to Remember". Ragazzi che classe: trame complesse, cambi di tempo, riffoni granitici, vocals che passano con estrema disinvoltura dal growling ad un suadente cantato pulito, aperture rock che dimenticano le origini death metal della band per lanciarci in sognanti pezzi (ascoltare “”Edge of Endurance” per credere). Il quintetto finlandese ci prende per mano e ci accompagna nel loro mondo, accarezzandoci il viso con note delicate, sussurrandoci nelle orecchie parole dolci, ma anche prendendoci a schiaffi con parti brutali (soprattutto nei primi 2 pezzi). La tecnica eccelsa, l’uso dell’Hammond, il gusto per le melodie e l’amore viscerale per gli Opeth, completano un’opera che ha nella sua seconda parte i momenti migliori, quelli decisamente più intimistici (la meravigliosa settantiana “The Past Within” con un assolo da panico sul finire e la lunga e malinconica “Out of Sync” sono due magnifici esempi) che sanciscono l’esplosione nella scena di un’altra mirabolante creatura, che a questo punto non vedo l’ora di riascoltare in studio e magari anche vedere dal vivo. Che bella sorpresa ci riserva come al solito la Finlandia, da sempre fucina di grandissime e talentuose band e questi Pressure Points ne sono l’ennesimo esempio. Fantastici! (Francesco Scarci)

(Firebox)
voto: 75

sabato 23 ottobre 2010

Aherusia - And the Tides Shall Reveal the Traces


Sono sempre stato un grande estimatore del metal estremo ellenico: ho sempre trovato geniali le band provenienti dalla Grecia per quell’alone di misticismo che da sempre le avvolgono, fin dai tempi degli esordi di Septic Flesh e Rotting Christ o per i meno famosi Zemial, Thou Art Lord e Necromantia. Non so come spiegarvelo, ma il cosiddetto “hellenic metal” ha un che di misterioso ed estremamente affascinante e questi Aherusia non sono certo da meno, già a partire dal loro nome che si rifà al mitologico lago dell’Ade. Per quanto riguarda poi il loro sound beh, preparatevi a partire per un leggendario viaggio nei Campi Elisi, fatto di oscure melodie, antichi rituali ed etniche litanie che traggono forte ispirazione dalla loro splendente cultura. Nelle 7 tracce qui incluse, si capisce che i nostri non sono certo degli sprovveduti a fronte di 13 lunghi anni di militanza nel sottobosco greco e il risultato sarà di certo entusiasmante per chi ha amato gli ultimi lavori dei connazionali e già citati Rotting Christ. Eh si, perché questo "And the Tides Shall Reveal the Traces" suona come un album di black metal atmosferico, pesantemente influenzato da elementi della tradizione folk ellenica grazie anche all’inserto di strumenti tipici della tradizione come la lira e altri a me sconosciuti, che hanno la delicatezza di un violino e che donano sicuramente qualcosa di magico ed epico all’intera composizione. Il tema di fondo che si respira in questo secondo lavoro dei nostri, è una sorta di estremizzazione della musica folk greca che trova la sua estremizzazione black solo nelle vocals, talvolta corrosive e in pochissimo altro (se non qualche riffs come nella conclusiva “To Our Ancestors”) perché per il resto, songs come “Lux Occulta”, “Archangels” o la opening track, mostrano l’abile capacità dell’act, di creare suggestive e maestose orchestrazioni, sorrette da un sound mai troppo veloce o pesante, in cui la tradizione si fonde col moderno, il folk con il metal e il sacro con il pagano, in quasi un’ora di emozioni in grado di tuffarci indietro nel tempo di quasi tremila anni. Forti di una produzione potente e cristallina ad opera del duo Sakis (Rotting Christ) e Christos (Septic Flesh), che esalta le potenzialità di questo album fuori dal tempo, l’esortazione d’obbligo che vi vado a fare è di andarli a cercare assolutamente sul loro sito e di acquistare una copia di questo cd uscito tra l’altro in formato digipack. Vibranti! (Francesco Scarci)

(Emotion Art Music)
voto: 75

Eloa Vadaath - A Bare Reminiscence of Infected Wonderlands


A volte trascuriamo assolutamente ciò che si cela al di là delle note di un disco, cosa si narra nei testi o qual è l’arcano significato che sta dietro le parole o anche al solo monicker di una band, per concentrarci esclusivamente sulle note musicali che escono dal nostro stereo, niente di più sbagliato e superficiale. Ho compreso tutto questo dopo una interessantissima chiacchierata con il combo in questione e un nuovo mondo sconfinato mi si è aperto davanti agli occhi. Gli Eloa Vadaath sono una band proveniente dal sottobosco di Rovigo che, con questo “A Bare Reminiscence of Infected Wonderlands”, provano a dar sfogo alla loro immensa creatività, cercando ivi di miscelare il black death degli esordi con sonorità progressive o ambientazioni epico-sinfoniche e direi che quasi quasi si può gridare al miracolo. Eh si, perché quello che viene fuori dalle note di questo affascinante lavoro, è un concentrato di musica che affonda a piene mani le sue radici nella musica rock progressive degli anni ’70, estremizzandola poi con influenze moderne (Opeth tanto per citarne una) che affiorano lungo le undici songs che compongono questo cd. Non siamo ancora di fronte ad un capolavoro ma di sicuro le potenzialità, il tempo (il bassista ha solo 17 anni!!!), la tecnica e le idee innovative, giocano a favore dell’ensemble rodigino. Già dalla intro “Coalesce…” mi sento proiettato in un’altra epoca storica, per quei suoi canti gregoriani; con “Coalesce Part I” i nostri iniziano a pigiare sull’acceleratore e le atmosfere medievali mischiate al metal che ne vengono fuori sono davvero suggestive: è come ascoltare una sorta di Skyclad in versione più estrema, con un finale “pink floydiano” da brividi. È la volta poi di “64 A.D. – Le Flambeau”, song incentrata sul rogo di Roma: il death black dei nostri è raffinato e arricchito da ottimi arrangiamenti, cambi di tempo, eccellenti parti atmosferiche ed un uso quanto mai sapiente di tastiere e violino. Anche le vocals non seguono i dettami del genere e variano tra un growling mai troppo esasperato e un approccio cleaning, mai troppo pulito. Con “The Navidson Record” emergono le influenze provenienti dagli Opeth: parti acustiche, voci sussurrate, trame chitarristiche complesse, ma poi è la personalità del quartetto ad emergere in un intreccio surreale tra le graffianti chitarre e il funambolico violino dei fratelli Marco e Riccardo Paltanin. Che goduria per le mie orecchie, era da tanto tempo che non sentivo qualcosa che mi facesse finalmente sobbalzare dalla sedia e per il momento i nostri ci stanno riuscendo alla grande. Passando attraverso la tetra e operistica “Elysian Fields” si arriva a “The Temptation Chronicles”, song strumentale in cui fa la sua comparsa una vera e propria orchestra con tanto di violini, viola, violoncelli e altri strumenti a fiato, un breve intermezzo che ci dà modo di respirare e punto di incontro con la seconda parte del cd, molto più cattiva e meno sperimentale rispetto ai primi eccezionali pezzi, ma state tranquilli perché la magia che aleggia intorno a questo interessantissimo lavoro non va perduta, complice forse anche la registrazione (non proprio ai massimi livelli però) in un monastero del 17° secolo. A chiudere ci pensano altri due fantastici pezzi che riprendono quanto proposto all’inizio di questo lavoro: l’intrigante e schizzata title track e la “cradle filthiana” “Coalesce Part II”, song ancora più furiosamente folk rispetto alla parte prima (anche qui compare una dolce damigella come vocalist). Wow, che cavalcata ragazzi, sono quasi frastornato da questo lavoro, che vado subito a riascoltarmi per meglio apprezzare le qualità di questo combo che sperò possa far parlare di sé ancora a lungo. Plauso finale per l’elegante e colorato booklet interno. Complimenti, ce ne fossero di band con il coraggio di questi Eloa Vadaath, il mondo musicale sarebbe certamente migliore… (Francesco Scarci) 

(West Witch Records)
voto: 75

Leafblade - Beyond, Beyond


Consigli per l’ascolto: toglietevi le scarpe, coricatevi su un letto (o un divano), rilassatevi, chiudete gli occhi, premete “Play”, lasciate fuori tutto il resto... Non è un album facile: se non avete voglia di lasciarvi andare ad una musica particolarmente evocativa, eterea e sognante, cercate altrove. Sì perché quest’opera degli inglesi “Leafblade” (formati da Sean Jude, Daniel Cavanagh e Daniel Cardoso) non ha nulla di metal. Ma è maledettamente brillante. Suoni, voci, melodie, arpeggi di chitarra: tutto elegante, curato. Sonorità ricercate, con qua e là richiami new age e inserti di suoni della natura, che portano un che di bucolico in lontananza. Il cantato melodico, confidenziale, in alcuni casi quasi sussurrato, si sposa con gli accordi raffinati e la parte ritmica mai sopra le linee. Ne esce un’alchimia sonora, che è quasi un incantesimo. Il senso di fascinazione, che nasce da ogni singola traccia, nell’ascolto filato dell’album purtroppo si stempera... e quasi le songs non si distinguono, si amalgamo in un continuo sospeso. Sicuramente è voluto, sicuramente è evocativo, sicuramente crea una specie di ostacolo all’ascolto. Ecco dove è il lato debole dell’album. Per mantenere l’incantesimo, il tono diventa un po’ troppo monotono, e così si presta il fianco alla noia. Non perché le canzoni abbiano tutte le stesso schema compositivo, anzi mi pare che gli autori non lo considerino per nulla (non troverete ritornelli o strofe veri e proprie), ma per lo stile mantenuto senza accelerazioni improvvise o fughe. Però, come non apprezzare il ritmo e i suoni di flauto di “A Celtic Brooding in Renaissance Man”? Come non lasciarsi trasportare dalla armonia e dalle parole (sono in inglese, ma cercate di trovarle se non le capite ad orecchio) della conclusiva “Sunset Eagle”? E come non trovare davvero equilibrata “Rune Song”? Quest’ultima rappresenta al meglio l’anima di questo platter, con i suoi pregi e difetti. Una mia nota particolare: il lavoro si apre con il suono di un ruscello e con lo stesso si chiude. Ho un debole per questi espedienti, quando son fatti bene. Trovo molto azzeccata l’immagine in copertina del disco, dal packaging davvero essenziale. Un CD apprezzabile, non immediato, che ha bisogno di qualche ascolto e della voglia di seguire il viaggio propostoci dagli artisti senza remore. Fidatevi. (Alberto Merlotti)

(Angelic Records/Aftermath Music)
Voto: 75

Nature's Elements - Beyond the Dunes


C’era una volta il “Lemegeton Clavicula Salomonis”, antico grimorio anonimo del seicento, uno dei più famosi testi di demonologia. La bella notizia è che c’è ancora. Qualcosa però mi dice che se andrete in biblioteca a chiedere di leggerlo, il signor Koreander non vi sorriderà come se gli aveste chiesto “La Storia Infinita”. Vi guarderà invece di sbieco e dopo avervi consegnato il volume, riguardandovi da sopra gli occhiali, gli sentirete dire: “ricordati che sulla copertina non c’è un aurim che esaudisce i desideri e soprattutto non esiste una principessa bambina da salvare. Sarà la tua anima che bisognerà salvare dopo che leggerai da questo libro.” E… “Dolori cocenti intrisi nel sangue e morte spetteranno a coloro che si impossesseranno di questa mappa”… ah no, quest’ultima non centra niente, erano i Goonies. Tornando invece al signor Koreander, non appena vi sarete girati per immergervi nella lettura del vostro bel libro sbarluccicante, lui non esiterà nel gettarsi una manciata di sale alle spalle. Per chi fosse a digiuno in questa materia (E chi non lo è?) i grimori sono testi contenenti le descrizioni degli spiriti, la ritualistica necessaria per evocarli e costringerli ad eseguire gli ordini del mago. Vengono date istruzioni dettagliate circa i simboli, le procedure rituali da eseguire, le azioni necessarie per impedire che gli spiriti prendano il sopravvento, i preparativi che devono precedere l'evocazione ed il modo in cui costruire gli strumenti necessari per l'esecuzione di tali rituali. Ma qual è quel curioso collegamento che mi ha portato a disquisire del “Lemegeton” nel bel mezzo di questa recensione? Niente di più semplice: i nomi scelti dai membri dei Nature’s Elements. Abbiamo a disposizione un’orda di cinque demoni, proprio come (che sia un caso? Non credo) le punte del pentacolo. Vediamo quali sono: Ipos voce e tastiere, Sitri e Vual alle chitarre, Phenex alla batteria e Botis al basso. Questi nomi sono tutti appunto tratti dal “Lemegeton”, sul libro ognuno è rappresentato dal sigillo corrispondente. I cinque sigilli sono stampati in bella mostra sul CD stesso e mi è quindi sembrato doveroso parlarne. La storia dei Nature’s Elements, per niente antica, inizia nel 2001 dal progetto solista del frontman, Ipos, di origine uzbeka. Pur avendo sede in Israele, locus insolito per un quintetto di questo genere, gli altri “Elements” provengono dal blocco sovietico. Vuel e Botis sono infatti Ucraini, Phenex è bielorusso e Sitri russo. E’ giusto ricordare anche un triste cameo nella storia di questa band: la drammatica e prematura scomparsa, per suicidio, di IPOS passato a miglior vita nel 2005. I suoi compagni dedicarono a lui il loro live a Thorheim (5.01.05). Con questo loro lavoro, “Beyond the Dunes”, registrato nel giugno 2005, ma pubblicato nel 2008, i nostri “cherubini che hanno perso le ali” ci presentano “Beyond the Dunes”, EP del 2005 e “Uprising of the Elements” demo del 2003 rimasterizzato. Fin dalla prima traccia “Put V Samost” ci scontriamo con chitarre distorte dal riff violento, feroce, una batteria dominata da rullate velocissime e cascate di tom accompagnate da doppia cassa a go go. Quello che stupisce è la voce, che cambia in continuazione a dare una cacofonia di suoni a tratti pulita ma predominata sempre dal growl che la gioca da padrone. Profondo, sanguigno tanto che chiudendo gli occhi mi sovviene l’idea che a cantare sia un cadavere incazzato ed impazzito che con la potenza delle sue urla ha divelto le saldature a stagno della sua bara facendo schizzare schegge di mogano dappertutto. Se mi concentro, riesco ad avvertire persino l’odore di putrefazione. E non si può non citare “Alfheim”: cosa sta facendo Ipos? Rutta o vomita? Non lo so dire, forse rumita, ma diavolo se ci sa fare. L’intro strumentale di “Uprising of the Elements”, “First Spell of the Desert”, è tristissimo ed accompagna gatton gattoni con la sua malinconica foggia alla successiva “Stihii Gryaput”, otto minuti di perversa follia, belle le chitarre anche se qualche passaggio è di troppo e a mio parere si potrebbe sforbiciare. Bella anche l’idea della pioggia messa lì forse per dilavare il sangue che sino ad ora è scrosciato. Ascoltando “Werewolf”, invece, una domanda mi sorge spontanea: all’inizio, a parlare, è forse Regan protagonista de “L’esorcista”? Adesso che i nostri cinque demoni con le loro prelibatezze sonore mi hanno deliziato e così ben accarezzato a livello di incudine staffa e martelletto, finisco facendomi cullare dalle tanto suadenti quanto tristi note di “Rivers of Time, Forgotten” ottimo outro strumentale che ricorda l’intro. Si finisce quindi con sapori di tristezza, malinconia e a mio parere la peggiore di tutte le sensazioni: la solitudine. (Rudi Remelli)

(Self)
Voto: 70

Et Moriemur - Lacrimae rerum



“Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” (Virigilio - Eneide)

Gli “Et Moriemur” prendono una celeberrima citazione del grande poeta (mio conterraneo), e ne fanno il titolo del loro primo EP. Nella frase, si fa riferimento al momento dell’opera in cui Enea, osservando, in un tempio a Cartagine, un murales ritraente scene della guerra di Troia con la morte di suoi connazionali e amici, piange al loro ricordo. Una scelta a dir poco azzeccata per le atmosfere del disco. L’ensemble ceco si forma nel febbraio del 2008, e a oggi sono: Zdenek Nevelík (voce), Fedor Furnadžiev e David Viktorin (chitarre), Honza Stinka (basso), Albert Fiala (tastiere) e Michal “Datel“ Rak (batteria). Il prodotto di questa formazione è un cd di quattro intermezzi e cinque tracce: un buon lavoro, con una buona produzione, ben suonato e con spunti assai interessanti. Difficile, per noi italiani, non notare l’inserimento di una strofa di Ungaretti che richiama alla citazione di Virgilio nella prima “Shadows”. Ma anche altre citazioni poetiche sono presenti, come un pezzo in tedesco di Goethe in “Chimeras”e uno in inglese “At Memory’s Gate”. Musicalmente le canzoni sono pervase da un’atmosfera decadente e romantica, con la presenza di accordi barocchi, da accelerazioni di ritmo, con cambio di voce del singer, ora seguite ora alternate da parti più melodiche. Poche sbavature nella parte esecutiva strumentale: i nostri ci sanno davvero fare. Sono rimasto colpito dalla varietà di suoni e dagli strumenti utilizzati: viola, xylofono (“Memory’s Gate”), organo. Alla fine risultano tutti ben amalgamati e funzionali all’anima delle canzoni, che rimangono comunque pervase dalla classica potenza del genere. Sempre di metallo si parla. Ecco, una perplessità sulla scelta di usare una voce più growl da parte del cantante nei passaggi più veloci di alcune track (“Shadows”) o nei climax di altre (“Silence”). Mi pare che non sia sufficientemente potente e alla fine convincente. Ben diverso è il risultato quando le vocals sono usate in maniera più melodica (ad esempio in “Chimeras”, con l’accompagnamento dell’organo): davvero molto suadenti e calde. Piacevoli anche gli intermezzi strumentali, evocativi nel loro incedere e non inutili dimostrazioni di capacità. Magari il primo “Marcia Funebre” è un po’ debitore alla musica della doccia di “Psycho”, ma va bene lo stesso. Una parola per le liriche, curate e i brani poetici che ben si adattano all’intero lavoro. Spero che in un album dal più ampio respiro, siano in grado di trovare spunti sufficienti per non cadere nella ripetitività, come qualche volta capita in questo EP. Piacevole sorpresa, per me, questi ragazzi di Praga. Non banali, con una buona vena compositiva, tecnici e con buone idee. (Alberto Merlotti)

(Self)
Voto: 70

Amphitryon - Drama

#PER CHI AMA: Death Orchestrale
Chiudo gli occhi e con "Archéia" eccomi calato nella massonica atmosfera di questo "Drama", vero e proprio cammino iniziatico in quindici gradi proposto dagli Amphitryon. Entro solo nel mio gabinetto di riflessione e perseguo, privo di ogni affidamento dogmatico, la mia rinascita. Avverto, nell’aria, l’odore dello zolfo, del sale. Melodie oscure e misteriche che riescono a solleticare, incuriosire e perché no, sorprendere l’ascoltatore. Avremo ben sei guide o, per tenerci al passo coi tempi, sei avatar ad accompagnarci in questo nostro onirico viaggio sonoro: gli Amphitryon, appunto, band francese di Boulogne-sur-Mer attiva dal non troppo lontano ’96. Anfitrione è il nome del mitologico personaggio greco col quale i nostri amici hanno deciso di battezzarsi. La leggenda lo vuole figlio di Alceo, re di Trezene e nipote di Perseo, eroe che sfidò Medusa. Ma di che sostanza stiamo parlando? Di cosa sono fatte queste canzoni? Dal punto di vista canoro assistiamo ad un Galileiano dialogo dei massimi sistemi: voce growl maschile da una parte a contrapporsi con due voci femminili, pulite, a volte sussurrate, dall’altra. Personalmente interpreto queste ultime come un tentativo di riportare in vita l’ormai dimenticato mito delle vestali, vergini che sanno ben gestire quel fuoco sacro sprigionato da canzoni come “Pantheon”, ad esempio, dal retrogusto “Carmino Buranico”: concedetemi questa licenza poetica. La traccia successiva, “Paths of Dementia” è a mio parere il pezzo forte del disco, mette in luce le perfette armonie tra chitarre dal riff distorto tanto amato dai metaller e controtempi di batteria. Il disco si chiude con Samsara, pezzo dalle curiose sperimentazioni canore che prevedono anche una seppur breve incursione in stile “tibetano”. Ascoltare per credere. “Drama” comprende, oltre al CD, anche un DVD che ripropone le stesse tracce presenti sul CD. Da notare, però, che in questo caso la durata del video è di circa cinque minuti più lunga rispetto la versione audio. Questi minuti aggiuntivi sono stati utilizzati per prolungare (a mio parere appesantendoli) l’intro e l’outro del concerto. Sul DVD sono inoltre presenti interessanti contenuti tra cui le biografie di tutti i componenti del gruppo. L’impressione finale che questo disco mi ha lasciato è quindi quella di un lavoro ben congegnato, sicuramente originale, che merita di essere ascoltato. (Rudi Remelli)

(Manitou Music)
Voto: 75
 

domenica 3 ottobre 2010

Alley - The Weed


Oggigiorno suonare un genere non derivativo è impresa assai ardua, per non dire impossibile, cosi molto spesso ci troviamo di fronte a band che non fanno altro che copiare, clonare, imitare pedissequamente le gesta di grandi gruppi del presente o del recente passato. Per come la vedo io, non è cosi drammatico riprendere gli insegnamenti dei maestri se alla fine ciò che ne viene fuori, ha un proprio perché, delle proprie emozioni da trasmettere o comunque riesce nell’intento di non lasciarci indifferenti di fronte ad una proposta musicale. Faccio questa premessa semplicemente perché ho letto critiche feroci nei confronti di questo gruppo proveniente da uno sperduto paesino siberiano, Krasnoyarsk, in quanto la loro musica non farebbe altro che adottare il principio del “copia incolla” nei confronti dei ben più famosi gods svedesi, Opeth. Ebbene che dire? Non mi sembra proprio un delitto se quel che ne viene fuori alla fine è ascoltabile o addirittura piacevole, quindi non mi sento assolutamente di condannare la scelta del quartetto russo nell’aver rispettato in modo integerrimo gli insegnamenti degli inarrivabili maestri. Insomma l’avrete capito dunque: il sound proposto dagli Alley riprende palesemente la musica di Mikael Akerfeld e soci (periodo “Still Life” e “Black Water Park”) con tutti i loro tipici marchi di fabbrica: songs estremamente articolate e lunghe, l’alternanza tra frangenti acustici ad altri più estremi, stessa effettistica nelle linee di chitarra, l’alternanza tra clean vocals (molto simili a quelle del buon Mikael) e growling feroci. Non mi soffermo neppure nell’analisi track by track perché comunque il sound dei nostri è estremamente debitore agli originali. Certo che alla fine ciò che fa la differenza tra gli Alley e gli Opeth è la classe cristallina che contraddistingue i secondi, mentre per i primi rimane il pregio di aver cercato di raggiungere le vette inarrivabili dei mostri sacri e di aver provato ad esprimere il proprio io attraverso l’influenza che i loro artisti preferiti possono aver avuto sulla musica prodotta. “The Weed” è l’opera prima degli Alley, e sono certo che con il prossimo lavoro, il coriaceo act siberiano, sarà in grado si scrollarsi di dosso l’alone dei maestri svedesi alla ricerca di una propria precisa identità. Esordio comunque positivo per chi come me, ama il prog death. Un’ultima considerazione: ma se al posto di Alley, ci fosse stato scritto Opeth, sarebbe stato fatto tutto questo baccano? Coraggio! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 65

Raventale - Mortal Aspirations


Terzo lavoro per la one man band ucraina guidata da Astaroth e non posso iniziare con l’elogiare il lavoro fatto, profetizzando che “Mortal Aspirations” sarà decisamente il disco della consacrazione per il polistrumentista di Kiev. Ancora una volta l’est Europa (e la Solitude Production) si confermano un’ottima fonte (e distribuzione) di musica eccelsa, dopo quella che abbiamo già avuto modo di scoprire con Frailty o The Morningside, tanto per citare qualche altro gruppo di assoluto valore. E la musica contenuta in questa release, lascia spazio ad un sacco di considerazioni, che già dall’iniziale “The Fall of the Mortal Aspirations”, mette in luce le qualità indiscutibili dell’act di Kiev: un sound vario, drammatico, ispirato e ricco di sorprese caratterizzano infatti questo terzo lavoro dei Raventale. Partendo da basi blackish dal forte alone doomeggiante, il nostro eroe costruisce trame espressive, ricche di pathos, portatrici di profonde emozioni, grazie alla sua maledetta componente depressive. Le chitarre taglienti (talvolta serrate) rimangono forse l’unico punto di contatto col black metal visto che il più delle volte il riffing si presenta invece bello potente e pesante, quasi al limite del death; le vocals, prese le distanze dallo screaming tipico del genere, si presentano sofferenti e disperate. Ciò che mi stupisce maggiormente sono le orchestrazioni, in grado di conferire un tocco di epicità che non ha potuto esimermi dal ricordare i passaggi di alcuni pezzi dei Bathory più solenni o dei Burzum più ispirati. Cosi come pure è stata migliorata, rispetto al lavoro precedente, la componente atmosferica, che pullula enormemente in questa nuova fatica, grazie ad un intelligente lavoro alle tastiere e all’inserimento di raffinate aperture acustiche (basti ascoltare la disperata melodia e i soavi arpeggi di “Suicide as the Destined End” per intenderci).. “My Birds of Misfortune”, la traccia più selvaggia del cd, si contraddistingue invece per il suo muro sonoro bello compatto, dove le keys, ancora una volta, giocano un ruolo predominante, donando quel tocco di malinconia cosi come si ritrova nel sound degli svedesi Shining, mentre in altri frangenti ecco l’oscuro spettro di “Dance of December Souls” aleggiare nei pezzi. Dopo il brillante ritorno sulle scene dei Drudkh, sono felice che un’altra band, originariamente dedita al pagan black metal, si sia lanciata in nuove sperimentazioni, capaci di dare nuova linfa vitale a questo genere un po’ assopito. Pure intense emozioni! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
voto: 80

The Morningside - Moving Crosscurrent of Time

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi Katatonia
Una lunga spettrale intro apre il secondo lavoro dei moscoviti The Morningside, autori un paio d’anni fa di un interessantissimo lavoro di death doom atmosferico, “The Wind, the Trees and the Shadows of the Past”. Proprio partendo da tali sonorità decadenti, ma ancor di più dall’influsso proveniente dal mitico debut “Dance of December Souls” dei Katatonia, possiamo dedurre su quali coordinate si muove il quartetto russo. L’ensemble est europeo non tradisce assolutamente le mie aspettative, peraltro proponendo al pubblico un lussuoso digipack con un elegante booklet interno. A parte l’estetica, visto che comunque anche l’occhio vuole la sua parte, la musica poi è pura delizia per le mie orecchie e per chiunque abbia amato gli esordi dei già citati Katatonia o dei Paradise Lost. Proprio sulla base di quelle sonorità di primi anni ’90, cosi malinconiche, depressive e autolesioniste, la band sfoggia 5 pezzi (più intro e outro) di raffinata bellezza. Ad aprire ci pensa “Fourteen” e già sono le chitarre ritmiche a mettersi in mostra, spennellando qua e là tinte autunnali di un dolce tramonto di metà novembre. È immediatamente chiaro che il disco ha suggestive emozioni da trasmettere, visto il ruolo cardine che giocano i fantasiosi riffs del duo Sergey-Igor, nell’economia generale del disco: non si tratta infatti di selvagge cavalcate di furente death, bensì vellutati tocchi di pura semplice poesia, con intermezzi acustici e parti atmosferiche, capaci di colmare il dolore dei nostri cuori feriti. La terza “Autumn People” si apre come un qualsiasi pezzo estrapolato da “Shades of God” dei maestri Paradise Lost e come i maestri, anche i The Morningside dipingono desertiche lande ove non v’è traccia d’anima viva. Magnifiche l’emozioni che si sprigionano dalle note di questo disco, complici anche alcune parti ispirate agli statunitensi Agalloch, per quel loro uso di parti acustiche che donano un tocco di magia all’intero lavoro; cosi come eccellenti sono i riffs di chiara scuola “Brave Murder Day”, certamente in grado di trascinare “Moving Crosscurrent of Time” verso un successo più che meritato. Vorrei sottolineare infine che, nonostante questa mia continua citazione di band a cui i nostri si ispirano, la musica dei Morningside non è una pura e mera rilettura dei classici ma un’intensa personalizzazione di quelli che sono i dettami di un genere che, se si è in grado di suonare, può suscitare forti emozioni e i Morningside si confermano talentuosi nelle idee e abili nel’esecuzione; bravi! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 80

Helevorn - Forthcoming Displeasures

 
Formatisi nel lontano 1999, a Palma de Mallorca, gli Helevorn se ne escono con il loro secondo album (dopo il loro promo cd “Prelude”, uscito nell'inverno 2000 e il primo immaturo lavoro datato ormai 2005 “Fragments”), che li ha definitivamente consacrati come una delle “migliori band doom metal della Spagna” [a detta di alcune delle più famose riviste musicali]. Dopo un periodo di stop durato 5 anni, il sestetto spagnolo rilascia questa nuova release, per la sempre attenta etichetta russa BadMoodMan Music: sonorità doom/gothic, accompagnate anche da qualche exploit con pianoforte (degne di nota sono le tracce “Two Voices Surrounding” e “Revelations”), marcate atmosfere cupe e lugubri degne dei migliori Katatonia degli esordi (bisogna ammettere che la registrazione di quest'album in Svezia ai Fascination Street Recording Studios, sotto l’egida di Jens Bogren e Johan Ornborg, ha lasciato un'impronta indelebile sul sound: mentre il precedente “Fragments” ha visto la luce in Finlandia, negli Finnvox Studios), un growling ben riuscito, che ricorda molto gli Swallow The Sun, coi quali gli ispanici Helevorn hanno girato la Spagna e il Portogallo nel 2007, caratterizzano questo esaltante lavoro, che di originale avrà ben poco ma che comunque si lascia piacevolmente ascoltare. I riff di chitarra sono sempre ben presenti e andanti di pari passo con l'aggressività vocale di Josep Brunet, come a voler marcare profondamente la malinconia che i tempi passati accrescono, vero tema ricorrente di questo cd. In alcune parti Josep ci delizia anche con la sua voce pulita (“To Bleed Not to Suffer”, “Descent” o “Hopeless Truth” tanto per citarne alcune), sebbene il suo uso risulti abbastanza limitato. Registrato nel 2009, ma uscito agli inizi del 2010, "Forthcoming Displeasures" ha tutte le carte in regola per brillare di luce propria, grazie anche alla voglia di sperimentare sonorità che un poco si distaccano dal loro filone degli inizi: ragazzi, questo disco merita davvero di essere consumato a furia di sentirlo e risentirlo, perché un rapido e superficiale ascolto non gli rende affatto giustizia. Provare per credere! (Samantha Pigozzo) 

(BadMoodMan Music)
voto: 75

Kauan - Aava Tuulen Maa


“Contro il logorio della vita moderna!” Questa era la frase di un’indimenticata pubblicità di un amaro, a base di carciofo, ai tempi di “Carosello”. È anche quello che ho pensato dopo il primo ascolto. I Kauan (parola finlandese che dovrebbe significare “per molto tempo”) abbandonano il loro stile precedente e danno alla luce un disco completamente folk. Se questi due russi vogliono cambiare genere ogni volta, e in questa maniera, facciano pure. Anton Belov (chitarre, voce, tastiere) e Lubov Mushinkova (violino) forgiano un’atmosfera autunnale/surreale che si mantiene inalterata per tutto il cd. Quest’atmosfera, quest’anima calma, sognante, calda, con un che di bucolico e con una venatura malinconica, è il punto di forza di questo lavoro. Le emozioni che ne nascono infatti sono le vere protagoniste. Non aspettatevi di cadere nelle braccia di Morfeo per il ritmo lento che caratterizza l’intera release: il duo è in gamba e riesce a tenere svegli, basta provare a seguirli. Sia ben chiaro che non troverete nulla di rock (tanto meno di estremo), anche se, a voler guardare bene, l’unico lascito dalla “vita” precedente, si ritrova nella voce roca in alcuni punti. I suoni elettronici sono molto ben amalgamati alle chitarre, al violino e alle brevi parti cantate. Non aspettatevi grandi differenze di suoni o di composizione tra le tracce (forse “Föhn” è l’unica che si stacca per le parti in crescendo) tutte molto lunghe; non troverete neppure riffs aggressivi, tecnicismi o assoli. Ma va bene così. Sarebbero un peso per le canzoni, che già sono al limite dell’ipertrofia. Fronzoli che costringerebbero i pensieri e ruberebbero la scena alle emozioni. Da apprezzare anche il booklet e il package. Un disco non per tutti, ma state al loro gioco e vedrete che ne varrà la pena. Perdersi un po’ in un angolo sognante, nella frenesia quotidiana e farlo con classe, è una cosa che fa bene allo spirito. (Alberto Merlotti) 

(Firebox/BadMoodMan Music)
Voto: 80

Fairyland - Score to a New Beginning


Ricevo questo album da recensire. La copertina, con una nave sullo stile vichingo e cavalieri in armatura con la spada sfoderata, mi fa subito pensare ad una delle tante band scandinave, magari female fronted, piene di canzoni un po' mielose e speranzose... Invece scopro che la band è al maschile, è italo-francese (ci sono un paio di elementi italiani, per la precisione il bassista Fabio D'Amore e il cantante Marco Sandron, entrambi di Pordenone o zone limitrofe) e assomiglia in modo pauroso sia ai Dragonforce che ai Rhapsody; oltre a suoni sinfonici sono anche presenti parti strumentali che ricordano molto le atmosfere di Danny Elfman: ne è un esempio la prima traccia, che ricorda ampiamente il villaggio di “Nightmare Before Christmas”. “Across the Endless Sea” fa un ampio uso di synth e batteria, mettendo in secondo piano le chitarre e avvalendosi di cori stile orchestra. Il ritmo spazia dal pacato al power, sostenuto anche da assoli di nota modulata (ovvero la tastiera che fa le veci della chitarra) e voce con finali acuti. “Assault on the Shore” si caratterizza di tastiera per il 70%, con la voce che alterna un quasi growl agli acuti che tanto riescono, mentre tutto il ritmo segue perfettamente le orme dei Dragonforce: tutto il brano è incentrato sulla fine del viaggio, un viaggio in barca che ricorda gli attracchi vichinghi alle terre inesplorate ed aride. “Master of the Waves”, più orchestrale delle prime due, rimembra le epiche avventure per mare, verso una destinazione sconosciuta, in balia delle onde e delle speranze: qui il cantante si avvale dell'aiuto vocale femminile di Elisa Martin, female vocalist che in questo album fa solo delle comparse. Accanto alla sua voce, Philippe Giordana decide di tralasciare gli acuti e preoccuparsi di tenere un tono più basso e roco, con un buon risultato. “A Soldier's Letter”, malinconica come non mai, presenta un testo che verte sul difficile addio alla persona amata, soprattutto quando si è distanti e non vi è alcun modo per rivedersi. Tutto il brano riprende il ritmo di “Across the Endless Sea”, riportando di nuovo l'apporto vocale di Elisa Martin e i cori che accompagnano gli acuti, fino a sfumare verso la chiusura. “Godsent”, con violini ed altri elementi orchestrali ed in puro stile Therion, ci ricorda la nostra effimera esistenza verso la grandiosità ed eternità degli Dei, impersonati da una voce grave e profonda. Ascoltando “At the Gates of the Morken”, mi vengono in mente le scure montagne di Mordor, mentre la guerra in fine menzionata nel testo, mi ricorda tanto le vicissitudini di Frodo e Gollum contro l'armata di Sauron (probabilmente si saranno ispirati a questa saga per stendere il testo). “Rise of the Giants”, strumentale, fa un largo uso delle note messe in successione in modo tale da far immaginare qualcosa di grandioso, di immenso, di epico: insomma, l'apertura di un film fantasy con mondi in un'altra dimensione e altri costumi. “Score to a New Beginning”, la penultima traccia, ha un mood più ottimista pieno di speranza come si evince dal testo: persino i cori sono più enfatici ed entusiasti, trasportati dal testo e dall'immagine che crea. Tra attracchi a lande desolate, viaggi per mare verso l'infinito e oltre, tra lacrime e tristezza e nuove speranze, si arriva così all'ultima traccia, “End Credits”, ancora una volta song al femminile, che chiude in dolcezza l'album e per decantare la nuova vita ricreata nelle lande desolate: un bel happy ending e tanti saluti. In sé l'album non è affatto male, anzi: per gli appassionati di questo filone, direi che un ascolto lo merita. Il timbro di Giordana non mi convince granché, forse perché sono più abituata ad ascoltare i Sonata Arctica o i Dragonforce, ma ripeto, un ascolto (e anche più di uno) l’album se lo merita. (Samantha Pigozzo)

(Napalm Records)
voto: 70

Achernar - Spectral Universe

#PER CHI AMA: Black/Death
Immaginate la liscia superficie di un lago assolutamente priva di qualsivoglia increspatura. Ora osservate al suo centro quella nitida, ferma e perfetta falce di luna: crescente, abbagliante. Qualcun altro con voi la sta guardando: la vedete, là, sulla sponda, quella figura incappucciata e oscura? Pronuncia arcane parole. Ecco d’improvviso innalzarsi verso il cielo una violenta e fluorescente colonna d’acqua proprio là dove un attimo prima vi si specchiava la luna. L’acqua ricade impetuosa e repentina, si plasma a formare la creatura. Ascoltatela parlare, emette un growl profondo, catarroso. Quale magico filtro ti sei trangugiato Okram? Bravo davvero. Se mi concentro odo or ora persino il profondo e ritmico pulsare del suo cuore: ottimo lavoro con quella cassa Reshaim. Ecco come “vedo” o meglio “avverto” “Sky’s Suicide”, prima track dell’album. Spero, con queste mie parole, che l’abbiate vista anche voi: che spettacolo. E se vi dicessi che questo era solo l’inizio? Si era solo l’inizio, l’estasi procede cavalcando le note di “The Sign of the Moon”. Una luna che un segno lo lascia davvero. Ancora una volta è la voce che voglio premiare, anzi: le voci, ne distinguo infatti due. E cosa dire della magia di “Into the Depth”: ma quale profondità??? Il fondo lasciatelo toccare agli altri, voi volate lassù, sempre più in alto, voglio vedervi un giorno dare una bella grattatina all’Empireo. Davvero bravo Reshain in “Morning Star”: la scelta di soluzioni relativamente semplici premia un pezzo che sicuramente molti altri non avrebbero esitato a violentare con talvolta inutili estremismi tecnici. Non vi ho ancora parlato di Misa e Antonio, chitarra e basso di questa quaternaria costellazione. Cosa dire: molto buona la mai esagerata distorsione che sempre si sposa con tutti gli altri strumenti senza coprirli. Le plettrate proprio bene quelle corde. Se usassi l’aggettivo estremo per definire questa release, più di qualcuno potrebbe non essere d’accordo al riguardo: sotto sotto non lo sono nemmeno io con me stesso, diciamo che nella scala Mohs lo collocherei al sesto grado, quello dell’ortoclasio. Ne sono certo: la vostra lucente stella del mattino continuerà a brillare lassù in alto, in alto Achernar. Washington sarebbe di certo fiero di voi e del vostro “geomantico” “Spectral Universe”. Pochi capiranno il profondo significato di queste mie ultime, criptiche parole, ma sinceramente non importa… (Rudi Remelli)

(Self)
Voto: 75

NeverNight - NeverNight


“There is a time to fight, there is a time to rest, but no one will sleep tonight”
Loro vi hanno avvertito, continuate l’ascolto e vi dimostreranno di mantenere la parola data. E rimarrete sorpresi dal modo in cui riescono a farlo. Gli italiani NeverNight nascono nel 2001 a Montebelluna (TV) da un'idea di Dimitri Salomon (bassista) ed Eric Panazzolo (chitarrista della band fino al 2003). La prima formazione della band registra il demo autoprodotto “Voices from Hell” che raccoglie i migliori pezzi della band. Un cambio dei componenti porta ad una nuova formazione e ad un’evoluzione stilistica che sfocia nell'estate del 2008 con l’entrata in studio di incisione. Nasce il full lenght dal titolo “NeverNight”, nel 2009 i nostri firmano con la "Steelheart Records" che fa uscire l'album nel 2010 ed eccolo tra le mie mani e nelle mie orecchie. Citando un politico contemporaneo “strabuzzo le orecchie!”. Temevo in un prodotto stratosferico per tecnica, ma sempre uguale: timore infondato. Si parte con l’evocativa e oscura “Intro”, da cui è tratta la citazione sopra, che mi ricorda vagamente alcune sonorità anni ’80. Ma il primo vero assaggio della bravura di questi ragazzi è “NeverNight”. Qui ci fanno sentire cosa sono in grado di fare e che cosa hanno davvero in serbo per noi: velocità, tecnica, potenza, versatilità vocale, intensità con un certo riguardo alla melodia. Devo farvi una confidenza, mi sono sentito un po’ orfano di questo tipo di musica ultimamente, sentire questa ottima e coinvolgente produzione italiana mi rende particolarmente felice. Imparata la lezione dei primi “Four Horsemen”, i nostri, la applicano con bravura da vendere e si muovono tra sonorità ora tiratissime, ora più melodiche in una maniera da lasciarmi sbalordito. Devastante l’impatto ritmico di tutto il cd. Andrea Cini (che ha recentemente abbandonato il combo) alla batteria è davvero fenomenale, supportato da un Dimitri Salomon al basso a livelli similmente alieni. I riffoni di chitarra, gli assoli, gli arpeggi di Andrea Collusso sono ottimi, perfetti nell’esecuzione e non banali. Un menzione alla voce del cantante Stefano Bellon, che si dimostra notevolmente duttile passando con una naturalezza invidiabile dal melodico, al growl (vedi “Nevernight), al gridato epic (“The Reaper”) sapendo essere particolarmente sofferta in una traccia come “Prayer”. Tutte queste caratteristiche si fondono in una di quelle rare alchimie dove il tutto è più della somma delle parti. Un disco che mi ha affascinato per la varietà delle track, alcune tipicamente thrash, altre metal, con slanci verso l’epic (“The Reaper”), con cavalcate furiose come “Night of Death” e ballad toccanti come in “Fly”. Quest’ultima, divisa in due parti, emoziona per la melodia raffinata, ricercata e impreziosita dalle tastiere, posta a metà del lavoro, creando una pausa calma ideale per esaltare ancora di più le altre parti molto tirate. Molto ben curati il packaging e l’artwork. Il booklet con tutti i testi delle canzoni è sempre una gioia per i miei occhi. I NeverNight dimostrano di essere a livelli molto alti, per esecuzione, per creatività e per capacità di scrivere canzoni, anche piuttosto lunghe, senza ripetersi. Non nascondo il mio piacere nell’aver ascoltato questa loro fatica: coinvolgente, potente, dalle molte sfaccettature, capace di colpirmi con (quasi) ogni canzone e per nulla scontata. Merce rara al giorno d’oggi. Veramente di buon auspicio questo full lenght. Attendo da loro nuove emozioni! (Alberto Merlotti)

(Steelheart Records)
voto: 75

The Way of Purity - Crosscore


Premesso che la band che mi accingo a recensire usa dei nicknames ed è solita coprire il volto per cui mi risulta assai difficile conoscere i nomi reali e le facce dei nostri. Sfogliando il booklet, si trovano poi immagini di braccia tagliate, croci insanguinate e persino un Cristo in croce bruciacchiato: si parla di religione e natura, in questo strano connubio che rappresentano uno il male e l'altra il bene, con la voce pulita femminile in netta contrapposizione con il growling che occupa con forza la scena. Ad un primo ascolto, l'album ricalca fedelmente le sonorità americane del crossover/nu metal: già dalla prima traccia, “The 23rd Circle Breeds Pestilence”, la batteria e il growling ci danno dentro terribilmente, tirando fuori il meglio in fatto di rabbia e cattiveria. “Lycanthropy”, seconda track, prosegue perfettamente il ritmo e il sound della precedente, cosi come pure in “Anchored to Suffocation”, sebbene il ritmo sia meno incalzante e più cupo. Il cantato è sempre sull'urlato, anche se è comprensibile (a fatica, lo ammetto). Per quanto possa sembrare troppo sintetica, le canzoni lasciano poco spazio ai pensieri, ma ti colpiscono così a fondo che viene spontaneo aggregarsi alle sensazioni che la band esprime. Con “The Rise of Noah” il sound dei nostri prende un'altra piega: la voce pulita di una fanciulla prende il sopravvento (vedi Lacuna Coil), accompagnata sempre da un sound nu metal più - oso dire - commerciale, con qualche nota qua e là del bel urlato furioso di cui fecevo menzione in precedenza. Chiusa la parentesi femminile, arriva “Loyal Breakdown of Souls”, in cui tutto l'astio viene messo in luce e gli strumenti straziati, sebbene ancora qualche particella in pieno stile nu sopravviva. Arrivati a metà disco, con “Sinner” si ha il totale ritorno al crossover: ritmo incalzante, niente respiro, headbanging sfrenato e la sensazione di essere invincibili! “Egoist” non cambia direzione, se non forse il piccolo mal di collo che sta uscendo dal movimento della testa e per qualche incursione della female vocal. Da segnalare che in questo album c'è una cover, “Deathwish”, uscita dalla mente malata dei Christian Death nel lontano 1982, e rifatta degnamente anche dai nostri svedesoni: nel loro stile ovviamente, esattamente agli antipodi dal goth rock dei suddetti Christian Death. “Burst”, la penultima canzone, riprende lo stesso motivo di “Egoist”, senza cambiarne nemmeno una virgola. Si arriva così a fine album, con la bella “Pure” che chiude questa sequela di rabbia furiosa senza limiti: normalmente si pensa che con l'ultima traccia, ci si senta un po' stanchi e si voglia rallentare il ritmo ma non in questo caso, visto che i nostri rimangono “crudi e puri” fino alla fine, magari aiutati qualche volta dalla suadente voce femminile che tende ad ammorbidire il sound. L'album si chiude di punto in bianco, senza alcuno strascico od eco, punto di cessazione dell’energia dei nostri. Da risentire… (Samantha Pigozzo)

(WormHoleDeath)
voto: 70

Nauthisuruz - State of Mind


Correva l'anno 2008, Mosca. Un duo, formato da Casuru e Sequoror, sfornava un album totalmente sperimentale: 8 tracce una diversa dall'altra, che presentano delle atmosfere che passano dall'incubo, all'elettronica più pura (che rimanda anche a sonorità fine anni ‘80) e alle atmosfere funebri. Iniziando l'ascolto dell'album, troviamo “Cosmos”: il nome di suo la dice tutta, infatti le atmosfere ivi contenute sarebbero più che perfette per un viaggio nello spazio: chitarra e tastiere sono al loro apice, mentre la mente vaga tra i gruppi di costellazioni e di ammassi globulari; difficile tenere la mente concentrata, visto che la musica ti entra nei meandri della mente e accompagna i pensieri ben oltre la realtà. Arriva poi il turno di “Whisper of a Soul”, più adatta ad una processione funebre, con la voce sussurrata e appena percettibile, mentre la tastiera e la chitarra sembrano avere vita propria: non vi è traccia di malinconia o tristezza, ma più un senso di ipnosi che ti svuota la mente, quasi eliminando ogni pensiero e disperdendo lo sguardo. “Lust”, invece, è più rancorosa e cattiva: caratterizzata da cori tipicamente eighties (probabilmente anche Casuru si è prestato alla voce, assieme a Sequoror), la song sciorina riff solisti e una batteria abbastanza tranquilla. Il cantato in puro growl alternato allo screaming, espelle tutta la frustrazione e la rabbia: da metà in poi anche la tastiera fa il suo solenne ingresso, presentando anche una parte di cantato “pulito”. “Dream, Mesmerize and Think” è a dir poco psichedelica. Con questo termine intendo che sembra non seguire affatto un filo logico, in quanto la chitarra va per la sua strada, la voce è grave e flemmatica e la mente ritorna a vagare sperduta, senza nemmeno rendersi conto del tempo che passa: è in questo modo che mi accorgo di stare già ascoltando la quinta traccia, “My New Way”, la traccia più industrial del lotto (e anche la mia preferita) con una chitarra distorta che mi fa destare ed illuminare: persino la tastiera fa la parte della chitarra (la cosiddetta nota modulata), il che porta questa traccia ad entusiasmarmi, piacevolmente sorpresa. Ascoltando il resto della traccia in religioso silenzio, seguendo attentamente i cambi di ritmo e di strumenti, arrivo a “Requiem to the Darkness”; qui il vento soffia forte e freddo, le atmosfere sono cupe, mentre una voce pare arrivare da molto lontano, portando con sé urla di paura e di dolore indistinguibili: sembra di essere in un film horror, più che in un album... ma, essendo totalmente sperimentale, è anche normale sentire questo lato “terrorifero”, demoniaco e infernale. Sarò visionaria, ma questo brano lo vedrei bene nel “Dracula” del 1931, con Bela Lugosi: magari si sono ispirati a lui nella stesura del brano, chissà. Pian piano si arriva alla fine dell'album: la prossima tappa la si trova in “Nostalgia (Disco in Hell 2008)”: come dice il titolo, lo stampo ricalca un po' la musica disco, ma senza mai abbandonare il filone di appartenenza metal sperimentale. Si ha così come risultato un “disco inferno” (non la canzone, ma proprio l'idea di una discoteca demoniaca), una cosa che le mie orecchie non avevano mai sentito prima, ma che sono una bella sorpresa. Chissà come sarà dal vivo, di sicuro smuoverà le masse. “Back to the Cold Reality”, chiude il platter: se l'inizio si mostra pacato, il resto del brano ce la mette tutta per riportare la mente alla realtà e per caricarci in modo da poter affrontare la dura vita. Elementi orchestrali si mescolano al growling e la calma si alterna alla furia, esattamente come le onde del mare. La nota nuova di questo brano è il violino, portatore di malinconia, che sembra quasi prepararci ad uscire dalla porta di casa. Ed è così che il viaggio nel lavoro dei russi Nauthisuruz arriva al capolinea, con la consapevolezza di essersi in qualche modo perduti e ritrovati. Concludo con una parola: spettacolare! (Samantha Pigozzo)

(Self)
Voto: 80

Adimiron - When Reality Wakes Up


Pochi istanti d’ascolto ed eccomi violentemente catapultato nell’ipnotico trip degli Adimiron. Subito mi identifico in uno di quei caduchi angeli ribelli di Pieter Paul Rubens, al seguito dei quali precipitano a catena uomini e donne trascinati sulla via del male. Gli Adimiron sono cinque, sono italiani, sono vincenti. Con “When Reality Wakes Up” giocano la loro partita e la vincono. Nulla da spartire con quegli undici perdenti d’azzurro vestiti. Le vorticose note di “Desperates”, prima track della release e la successiva “Wrong Side of the Town” dal sound potente, tecnico ed aggressivo, mi travolgono, ghermiscono o forse abbracciano. Mi sento sempre più vicino, sempre più solo, sconfitto e perduto, al fondo degli inferi. Si, proprio là dove sta il drago, a cibarsi dei dannati ma senza alcun San Giorgio a dissuaderlo. “Mindoll”, al contrario di una droga, stimola nel mio encefalo la formazione di nuove lisergiche reti neurali cablate dalla successiva “Das Experiment” e cauterizzate definitivamente poi con “Spitfire” (cover dei Prodigy): ormai sempre più vicino al drago, avverto l’odore del suo mefitico fiato. Non convince invece, a mio parere, la scelta della strumentale title track come titolo di questo lavoro: non che sia brutta ma nemmeno da premiare. Una parentesi, a questo punto, se la merita sicuramente anche il packaging: davvero ben curato, esteticamente perfetto, grafica riuscita ed un libretto davvero moderno. Chiusa la parentesi, tornando alle musiche, a chiudere per sempre(?), di sicuro in bellezza, le fauci del drago ci pensa “Flag of Sinners”. Ancora una volta, quindi, vince Giorgio ma stavolta, non con una lancia ma con l’asta di una bandiera. D’altronde questo è un anno di mondiali ed al posto delle trombe ad annunciarci l’apocalisse ci tocca, purtroppo, una schifosissima vuvuzela. (Rudi Remelli)

(Alkemist Fanatix)
voto: 75

Moloken - Our Astral Circle


Lo ammetto: ho appena iniziato ad ascoltare l’album di questi svedesi Moloken, che seguono l'EP di debutto “We All Face the Dark Alone”, e la mia faccia si è dipinta di un’espressione indecifrabile, misto tra curiosità, senso di cattiveria e anche stupore: questo perché l’album presenta un’alternanza di suoni, che passano dalla furia accompagnata da un growling cavernicolo alla pacatezza e alla lentezza delle note, rendendo il tutto a tratti pesante e a tratti rilassante. L’opera d’arte (perché anche la capacità di mescolare tonalità contrapposte è un’arte) si apre con le atmosfere lugubri di “Molten Pantheon”, ben sottolineate da una voce cattiva e cavernicola, alternata da chitarre e batteria ben equilibrate tra loro: il sound risulta degno del death che più death non si può, rendendo l’animo ben oscuro e pesante. Se si provasse a chiudere gli occhi mentre scorre il cd, si verrebbe attanagliati dai incubi paurosi che scaturiscono dalla menti di questi oscuri individui Svedesi, immagini che riportano alla mente le distese infinite di boschi durante il lungo inverno, che sembra non avere mai fine. Qualche barlume di speranza lo si ha con “Untitled I”, grazie ad un riffing di chitarra molto malinconico e pacato, ma che viene sconvolto quasi subito dal growling del singer. Tutto il brano, comunque, alterna la furia del trio chitarra-batteria-basso con le note della sola chitarra, come a voler risanare le orecchie prese d’assalto. “Die Fear Will” sembra voglia strapparci di dosso l’anima, grazie ad una voce disumana e agli strumenti che la seguono fedelmente, come in un turbine senza fine. È poi la volta di “Followers”, che riprende le atmosfere ferine e il sound della precedente, anche se si rivelerà un po’ più melodica. “Untitled II”, strumentale all'inizio, genera sensazioni più malinconiche e tristi ma man mano che la traccia avanza, e il ritmo si fa più serrato è un senso di oppressione a schiacciarci il petto. Arrivati a metà album, il sound rimane sempre lo stesso, anche se inizia a far tiepidamente capolino una certa vena progressive rock anni '70: ne è l'esempio “Ebeorietement”, con molti inserti di chitarra, ad opera di Patrik Ylmefors, che rallentano la traccia, giusto per lasciare un po’ di respiro alla mente (e alle orecchie). Questa pace, però si conclude ben presto con “My Enemy”: una vera e propria dichiarazione di guerra con la batteria di Jakob Burstedt e la chitarra a picchiare veramente duro, ma condito da un mood a volte rallentato e subdolamente perfido. Sembra che la band scandinava pecchi un po’ di fantasia visto che arriva anche “Untitled III” più tranquilla rispetto alle precedenti songs con quella sua verve più progressive, per la mia gioia (finalmente posso chiudere gli occhi e immaginare le distese di boschi… ma stavolta di giorno!), anche se per pochi minuti… infatti a metà brano la cattiveria non può mancare, facendo ripiombare la mente nell’oscurità più profonda di un bosco a mezzanotte (e senza luna piena). Si arriva così all'ultimo brano, “11”12”: l'inizio di chitarra non fa presagire nulla di buono, come lo dimostra perfettamente la voce lacerante poi... le vertigini che questo brano crea sono a dir poco inquietanti, quasi non si riesce a scrollarsi di dosso l'angoscia che i riffs di chitarra ripetono continuamente, asfissianti nel loro incedere e a rendere questo brano quasi eterno! Ti martella così tanto che ti viene l'istinto di togliere il cd dal lettore... ma vi consiglio di resistere, perché dovete assolutamente ascoltarla fino in fondo. Traendo le conclusioni, non nascondo che ho faticato non poco ad arrivare alla fine del disco per il forte peso che mi ha messo sul costato! C’è sicuramente da ammirare la capacità dell’act scandinavo, di associare il death metal al progressive rock, rendendo questo album veramente degno di nota e di ascolto. Può piacere e non piacere, ma merita davvero un ascolto attento, anche da chi, come me, preferisce altri tipi di metal ma che comunque vuole comunque spaziare sin nell’oscurità più profonda di questa musica, incontrando l’anima più caotico malvagia del metal. (Samantha Pigozzo)

(Discouraged Records)
voto: 70

Sad Dolls - About Darkness


Formatasi nel 2007, questa band proveniente dalla Grecia (con un’età media molto bassa), dà alle stampe il loro album di debutto (dopo il demo “Dead in the Dollhouse”), mescolando le sonorità più cupe del gothic metal con l'elettronica più industrial: ne esce così un lavoro che può essere definito “electro gothic metal”. Il tema ricorrente sono le tenebre e la sensazione che esse portano (oltre, anche, a tutte le sue caratteristiche come il sangue, lacrime e l'abbandono). L'intro cattura da subito l'ascoltatore in un mondo oscuro, con parole sussurrate e accompagnate prima dalle tastiere e poi dal pianoforte, per poi lasciare spazio ad una chitarra malinconica, in grado di sottolineare con le sue note, i temi dell'oltretomba e della solitudine, oltre al sentimento di smarrimento e d'inquietudine. “Bleed All I Can” è già meno cupa, ma ricorda immediatamente il sound degli Him, con la voce alterata ed accompagnata dal connubio tastiere-chitarra, lasciando in secondo piano la batteria: si direbbe quasi che il sound sia perfetto per il tipico brano da cantare a squarciagola. Seguendo il filone dell'electro-metal, “Misery” lascia più spazio alla batteria, denotando un sound più industrial (leggasi Deathstars) rispetto al gothic della prima traccia. La voce è meno alterata, le chitarre sono messe in primo piano assieme alla batteria e le tastiere si limitano nella creazione dell'atmosfera. “Life Equals Zero” invece si distacca dal sound verso cui l'album stava virando e torna sul percorso gothic iniziale, con l’elettronica elemento costante di fondo e con la voce del singer tendente al grave/cupo: alta è la concentrazione di suoni elettronici e graditissimo l’assolo di chitarra nel mezzo del brano. “Watch Me Crawl Behind” prosegue con le sue atmosfere tetre, sottolineate anche dalle liriche incentrate su angeli, tenebre, sangue e amore finito: colonna sonora perfetta per film come “Twilight” e affini. “In Your Lies” si prosegue sulla stessa linea d’onda della precedente, se non per l'inserto di una voce femminile che sottolinea le tematiche meste e desolate: tastiere e chitarra sono all'ordine del giorno, come anche gli archi e la voce pulita e tenue. Con “Hopes” ci si desta dallo stato catatonico in cui si è caduti e si è più spronati a risorgere, cercando di lasciarsi alle spalle tutti i pensieri negativi: finalmente una song che dopo tanta negatività ci dona un barlume di speranza, come il titolo dice. “Death is Your Name” e “Dawn of Love” si avvicinano più a sonorità doom, una vera sorpresa dopo tanta elettronica: un momento di totale relax per la mente, dove da padrone sono le chitarre pure e semplici, con la voce che pare provenire dalle viscere della terra, quasi demoniaca per quel suo estremo growling, dopo averla sempre sentita pulita. “Evil One” è la copia sputata di “Misery”, più electro-industrial sulla scia dei già citati Deathstars, mentre “Mistress, Goodnight” recupera le sonorità di “Life Equals Zero”. L'album si chiude con “Don't Say Goodbye”, caratterizzata da pianoforte e violoncello, oltre alla voce sussurrata e dolce: scelta azzeccata, volendo restare sempre in tema gotico e lugubre. Non può però mancare la parte di chitarra, chiara espressione della tristezza e della disperazione più profonda. Nonostante i Sad Dolls siano una band giovane e influenzata dal sound dei finnici Him, saranno di sicuro in grado di sorprendere e di creare lavori sempre migliori. Quindi sarà meglio tenerla d'occhio, in quanto hanno ancora ampio margine di miglioramento. (Samantha Pigozzo)

(Emotion Art Music)
voto: 70

Sancta Poenas - Artificiell Gnosis


Disturbati e disturbanti. Parafrasando un noto adagio, non bisognerebbe mai giudicare un album dalla copertina. Io però voglio essere sincero: mi capita spesso di farmi un’idea mentale del contenuto dal contenitore. Delle volte le due cose hanno una certa continuità. Prendiamo l’immagine frontale di questo Cd: lisergica, contorta, vagamente disturbante. È un ottimo viatico della musica contenuta. Questa band, formatasi nell'autunno del 2007 da Jimmy e Niclas in Svezia, originariamente era chiamata “Sanctus Pathos”. All'inizio del 2008 si uniscono TH e Marcus ed il nome cambia in "Sancta Poenas”. Ecco quindi la line-up: Niclas (testi, voce), Jimmy (chitarre, composizione, canto), TH (basso) e Marcus (batteria). L’immagine prevalentemente evocata è oscura, indefinita, strisciante, angosciante. Visivamente penso a quei quadri espressionisti tedeschi astratti di metà ‘900, tipo quelli di Hans Hofmann. Sembra di stare in quella zona della coscienza in cui si è a metà via tra la veglia e il sonno, dove i pensieri corrono senza controllo, si compenetrano e formano degli arazzi interminabili. I pensieri sono cupi e tuttavia il loro defluire è aggraziato. Similmente le canzoni dell’ensemble svedese sono ora molto armoniche, ora dissonanti, con ritmi lenti, sognanti. I cantati, calmi nonostante la durezza della lingua svedese, si alternano repentinamente a parti sussurrate, ad altre urlate, alcune persino disperate. Gli innesti elettronici sono spesso distorti e reiterati in maniera quasi malata. Ritmicamente si notano alcuni cambi di cadenza, tuttavia la velocità non ha accelerazioni e fughe. Tutto ciò si amalgama nelle 6 tracce. Se ascoltate l’album tutto d’un fiato, dopo le prime due songs, avrete la sensazione che anche le canzoni si mescolino tra loro, che i confini tra l’una e l’altra si facciano nebbiosi, si perdano, formando un tutt’uno quasi continuo. Un vero punto di discontinuità si trova nella lunga “Geschtonkenflopped”, in cui vi è una parte recitata prolungata, che sembra tratta da un film. Più omogenee le altre tracce. “Artificiell Gnosis”, che apre il disco, è la più elegante della produzione. Sfuggente, inquietante, con suoni di pianoforte che partono limpidi e poi mutano in distorti. “Svårmod” chiude in una maniera per nulla rassicurante. La produzione poi, mi ha spiazzato fin dal primo ascolto, impegnandomi a risentirla più volte, cercando di carpirne l’anima. Un plauso per la componente grafica, molto bella e coerente con l’anima del disco. L’uso degli allucinogeni, come l’acido lisergico, negli anni ’70 era previsto per aumentare la propria percezione del mondo, indurre la sinestesia, l’espansione dei sensi, “sentire” i colori, portare a bei viaggi, ma anche ad alcuni spiacevoli. Ad un tipo di “conoscenza artificiale”... a proposito, qual era il titolo dell’album? (Alberto Merlotti)

(Self)
voto: 70

Nihilosaur - The End is Within Sight


Un bel pugno, un martellamento bellico di chitarre. Non ho una grande passione per gli album troppo lineari. Ascolto con maggiore interesse lavori che diano spunti diversi, eclettici. Tuttavia in certi casi, questa coerenza può essere stimolante. Polonia, da qui arrivano i Nihilosaur. La band si è formata nel 2005 (da ex membri di The Analogs, Felicite Pueros, Wise Squit, Dzieci, Baby Blue Eyes) ed ecco i membri: alla voce Pawel ‘Mazak’ Mazur, alla chitarra Wojtek Nadolny, al basso Artur Ciechorski ed alla batteria Ziemek Pawluk. Nel 2006 esce il loro primo demo, seguito nel 2007 da questo “The End Is Within Sight”, che solamente ora finisce tra le mie mani. Ma tranquilli, non aspettatevi nulla di strabiliante. Non troverete né novità, né fusione di generi e stili, tanto meno alchimie sonore. Ascolterete piuttosto chitarre spianate, riff potenti ripetuti allo sfinimento, batterie rutilanti ed un cantato growl ridotto ai minimi termini. Un disco cocente, ma non originale. Punto di forza è senza dubbio la potenza perpetrante delle chitarre ed il pregevole livello tecnico nelle esecuzioni. I Nihilosaur mi hanno circondato di un mare di accordi potenti e reiterati, accordi scarni, condotti dalla chitarra e dal basso spaventosamente metal mentre il lavoro dietro alle pelli di Ziemek si perde, in questo mare. La voce del singer non varia quasi mai con la sezione canora davvero ridotta al lumicino. Ed è un bene sia così, poiché le doti canore di Mazak non sembrano poi cosi eccelse. Potenza come non ne sentivo da un po’. Concludendo tra up e down, nonostante la mancata originalità, la lunghezza talvolta noiosa di alcune canzoni, la possibile pigrizia compositiva, va detto che il cd è registrato bene e se ne consiglia l’ascolto a chi è saturo di generi meticci ed è invece alla ricerca invece di un muro armato di metal. (Alberto Merlotti)

(Self)
voto: 65

Dekadent Aesthetix - Dekadent Aesthetix


Altro duo questa volte proveniente dalla Romania a turbare i nostri sonni tranquilli. Emi (responsabile di tutti gli strumenti) e Cosmin (vocals), costituiscono questi strani Dekadent Aesthetix che sfoderano come prima prova un concentrato davvero interessante di black metal che incorpora al suo interno sonorità provenienti dai più disparati ambiti musicali. Sebbene si tratti di una produzione minimalista decisamente low cost, devo sottolineare che la masterizzazione è stata fatta ai Unisound Studios, da sua maestà Dan Swano (Nightingale, Bloodbath, Edge of Sanity, Katatonia). Il contenuto? Dicevamo che affonda le sue radici nel black metal primordiale, ma da li poi una girandola di umori ed influenze emergono più forti che mai. Superata l’enigmatica intro, ecco subito emergere la forte personalità del duo rumeno: chaos black, soffuse atmosfere shoegaze/post rock, voci industrial, in un turbinio disorientante di musica dal forte impatto emotivo. Che diavolo succede, dove mi trovo sono le uniche parole che riesco a proferire al termine di “Plethora”. Con “Suicide Hobby”, la musica non cambia e anzi, i nostri ci mostrano che anche senza budget faraonici è possibile produrre musica con le palle, dotata di rabbia dalle venature poetiche. Quarta traccia dedicata alla cover electro pop “17” dei Ladytron; con la successiva “Track 0”, si parte in sordina con un arpeggio acustico, risa di una donna e parole sussurrate in rumeno in una sorta di danza amorosa tra due innamorati. “Rock’n’Roll Machine” mostra un altro lato della band rumena: una sorta di song dal vago sapore stoner-psichedelico, con vocals alcoliche e screaming blacksters, un trip in un mondo malato ma è solo l’abuso di acidi a turbarci le nostre menti inizialmente sane. Ancora una volta non capisco cosa stia succedendo al mio cervello, troppi sono gli impulsi che alterano la mia rete neuronale, sollecitati dalle sonorità completamente schizofreniche di questo duo di pazzi scatenati. Perversi, imprevedibili e folli, signori e signore vi presento i Dekadent Aesthetix… (Francesco Scarci)

(GoatowaRex)
voto: 75